Super potereCome i fumetti sono diventati uno strumento per veicolare le idee politiche

Mezzo di propaganda o di protesta, specchio dei tempi o parodia, la narrativa a fumetti non si è mai sottratta al confronto con l’ideologia dominante. Che ha provato spesso a governarla o a censurarla, e qualche volta ne è uscita sconfitta

Durante un intervento nel talk show Fuori dal coro del 18 luglio 2019, il leader della Lega Matteo Salvini rispose così al giornalista Mario Giordano che lo incalzava in merito a un’inchiesta pubblicata su L’Espresso: «Preferisco Topolino, onestamente».

La sera stessa la dichiarazione fu rilanciata dallo stesso Salvini nei social, suscitando la pronta reazione dello sceneggiatore Disney Roberto Gagnor: «Allora ci legga. Nelle nostre storie troverà cose interessanti: fantasia, cultura, tolleranza, apertura verso gli altri, coerenza, universalità». Lo staff di Salvini, a quel punto, fece una scelta comunicativa insolita per il suo stile: eliminò il tweet senza alcuna spiegazione, fors influenzato dalla popolarità trasversale di cui gode da molti decenni il magazine nel pubblico di ogni età.

Questo episodio ci fa capire quanto il fumetto, anche quello percepito da molte persone come contenuto per soli bambini, possa in realtà esercitare un’influenza tale sull’opinione pubblica da poter essere considerato una sorta di soft power.

A definirlo così è Andrea Silvestri, che nel recente saggio “Fumetti e potere. Eroi e supereroi come strumento geopolitico” (Edizioni Npe), prova a tracciare una cronistoria del comics attraverso la lente della politica interna e internazionale di alcuni tra i principali Paesi industrializzati del pianeta. E le sorprese non mancano.

Supereroi a stelle e “strisce” – Il supereroe così come oggi lo conosciamo inizia a prendere forma durante la cosiddetta Golden Age del fumetto, ovvero quel periodo storico compreso tra la fine gli anni Trenta e i primi anni Cinquanta, dove per gli albi di Marvel e DC Comics fanno la loro prima apparizione creature come Superman, Batman, Capitan America, Wonder Woman.

Clark Kent atterra negli Stati Uniti, precisamente in Kansas, nel 1938 sulle pagine di Action Comics, e allo scoppio del secondo conflitto mondiale è fedele alla linea isolazionista del governo americano. Ma quando nel ’41 Roosevelt dichiara guerra al Giappone, il problema di come preservare la linea non interventista del supereroe richiede una soluzione credibile. Gli autori ricorrono così a un grottesco escamotage: farlo dichiarare inabile al servizio di leva. Superman, scrive infatti Andrea Silvestri, «non supera la visita oculistica avendo letto – con la sua vista a raggi X – la tabella della stanza accanto, anziché quella che gli viene sottoposta».

Nonostante questa scelta, dettata in parte anche da ragioni di verosimiglianza narrativa, in seguito vedremo Superman sostenere i soldati al fronte, prendersi gioco dei leader dell’Asse o invitare gli americani a comprare i war bonds, i titoli emessi dal governo statunitense per sostenere l’impegno bellico. Ma il primo paladino a schierarsi apertamente è Capitan America. A partire dal nome è il prototipo dell’eroe nazionalista, prodotto dichiarato della propaganda a stelle e strisce, della cui bandiera veste l’uniforme. La “sentinella della libertà” fa la sua prima apparizione nel marzo del 1941 per la Timely Comics, dove a scanso di equivoci ci viene mostrato intento a sferrare un destro fulminante ad Adolf Hitler.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con l’inizio della Guerra Fredda, le cose cambiano. Teschio Rosso, concepito come nemesi dell’eroe scudato in qualità di spettrale archetipo della Germania nazista, viene riproposto stavolta come minaccia per l’Onu in quanto alleato dell’Unione Sovietica, mentre lo stesso Capitan America è presentato in copertina come “commie smasher”, ovvero “spacca comunisti”.

L’avventura di Cap in chiave maccartista dura poco, ma a smuovere le acque negli anni ’60 ci pensa il primogenito di una coppia di immigrati ebrei di origine romena di nome Stanley Martin Lieber, per tutti Stan Lee. Assistito da validi co-sceneggiatori quali Jack Kirby e Steve Ditko, Lee porta in casa Marvel una nidiata di eroi quali i Fantastici Quattro, Spider-Man, Hulk, Thor, Dottor Strange, X-Men, Daredevil, Pantera Nera, che nel corso di tutta la Silver Age (L’epoca che più o meno va dal 1956 al 1971 in cui fumetti statunitensi acquistarono una seconda popolarità tra i giovani, ndr) rinvigoriscono il filone anti-sovietico. Dalla corsa allo spazio dei Fantastici Quattro a Thor «prigioniero dei rossi», fino a titoli come “Iron Man contro Red Barbarian” o “Iron Man contro la Dinamo Cremisi”, alter-ego sovietico di Tony Stark.

La matrice anticomunista degli eroi americani viene attenuata quando questi personaggi approdano nel mercato italiano fumettistico degli anni Settanta per l’editore milanese Editoriale Corno. Ciò accade per la singolare natura del comunismo italiano, spiega Andrea Silvestri, «per ragioni di opportunità rispetto all’esistenza di un’ampia fascia di potenziali lettori di area PCI».

Così nelle edizioni italiane vengono espunti l’appellativo “compagno” o i riferimenti alla cortina di ferro, il «campo di lavoro comunista» diventa un generico «campo di lavoro straniero», mentre il sopracitato volume “Prisoner of the Reds” viene tradotto col più astratto “Nelle spire del nemico”.

In ogni caso già negli anni ’70, come ricorda Andrea Silvestri, «il leitmotiv anti-comunista scema gradualmente, in parallelo con la definizione di storie più complesse e meno manichee[…]. Supereroi di oltre cortina continueranno tuttavia ad apparire fino agli anni Ottanta […] e perfino nel 1992 […], ma nell’insieme la distensione avviata con Gorbačëv e poi il crollo del Muro di Berlino renderanno meno necessaria la rappresentazione di supercattivi ideologici, riconducibili alla superpotenza avversaria».

Capitan America diventa progressivamente un eroe di area liberal, e un trittico di storie del decennio lo vede addirittura confrontarsi col suo alter ego della Golden Age per sancire definitivamente la sua maturazione ideologica. Quando nel 1972 scoppierà lo scandalo Watergate, “Cap” sente i suoi valori traditi a tal punto da cambiare identità e diventare un vagabondo senza patria di nome Nomad.

In questo modo, riflette Silvestri, «Capitan America dimostra di credere ancora essenzialmente nel sogno americano, pur essendosi dissociato dal governo di Washington. La sua, quindi, non è una fuga senza ritorno nelle categorie dell’antipolitico e anti-sistema, ma è una protesta politica intrisa di impegno ed etica, lungo le linee della disobbedienza civile di Henry David Thoreau, e che lo conferma autentico difensore degli ideali dell’America, al di là dei governanti di turno». Un bipolarismo tra gli ideali e lo status quo del suo Paese, conclude Silvestri, «che lo accompagnerà per tutta la vita».

Negli anni successivi sono molti altri gli intrecci della politica americana con la narrativa a fumetti. Per esempio i supereroi hanno onorato le vittime dell’attentato al World Trade Center dell’11 settembre, ci sono riferimenti all’ideologia neocon di “Ultimates”, o al Patriot Act nel crossover della Marvel “Civil War”, in cui Capitan America si contrappone a Iron Man. Per non parlare del ruolo rivendicato da “supereroi etnici” come Pantera Nera e Falcon nell’affermazione dell’identità afroamericana.

I fumetti italiani
Ai modelli americani guardano con spirito di emulazione i primi personaggi che si affermano in Italia, un Paese che vanta una scuola di grandi autori ma risulta povero di eroi nazionali autoctoni. Questo anche per una debolezza generale della nostra fiction tale che «anche nel fumetto», osserva Andrea Silvestri, «il nostro immaginario collettivo non disponeva di alcun equivalente di Guglielmo Tell, D’Artagnan o Robin Hood». Per farla breve, conclude lo studioso, «sotto le Alpi non era mai nato un Capitan Italia, se non in forma parodistica, e i personaggi che indossavano la calzamaglia sono stati più criminali che “vigilanti” alla Batman».

È di ascendenza western l’eroe italiano più popolare all’estero, il ranger Tex Willer, ma, per restare in casa Bonelli, sono americani a vario titolo anche Zagor, il Comandante Mark, Mister No, Ken Parker, Martin Mystère, Nick Raider e Julia. Tra i personaggi di maggior successo fanno eccezione Dylan Dog, londinese, e Nathan Never, ambientato in futuro di area euro-americana.

Pur essendo portatori di valori essenzialmente positivi, molti di questi personaggi incarnano spesso il tipo borderline dell’anti-eroe, che agisce fuori dalle convenzioni sociali, senza essere affiliato a nessunq particolare ideologia se non a quella dell’autodeterminazione.

A mettere gli eroi fuori legge in Italia, però, ci pensa la Democrazia Cristiana. Nel 1951 due deputati della DC, Maria Federici e Giovan Battista Migliori, portarono in aula un disegno di legge che riguardava la censura in materia di fumetti. Il testo fu approvato alla Camera e venne bloccato al Senato per la fine della legislatura, ma è indicativo di un clima di ostracismo verso il fumetto, di cui si fece interprete più di una parte politica.

Celebre lo scontro andato in scena sulle pagine di Rinascita tra Nilde Iotti e Gianni Rodari, dove l’allora deputata comunista asseriva che «la gioventù che si nutre di fumetti è una gioventù che non legge», e concludeva l’articolo sostenendo come «decadenza, corruzione, delinquenza dei giovani e dilagare del fumetto sono dunque fatti collegati, ma non come l’effetto e la causa, bensì come manifestazioni diverse di un’unica realtà».

Per avere un’idea del fenomeno basti pensare che sugli Albi del Falco, editi da Mondadori dal 1954 al 1970, Superman fu sottoposto a 150 interventi di manipolazione a partire dal nome, che venne modificato in Nembo Kid, ricorda la Guida al fumetto italiano: «probabilmente per non urtare la suscettibilità di certi ambienti cattolici con accostamenti all’osteggiata filosofia del superomismo di Friedrich Nietzsche».

Diversi editori, per prevenire forme di censura governativa, si coalizzarono istituendo una propria “commissione di autocensura”, che col marchio MG (Garanzia Morale) contrassegnò gli albi a fumetti dal 1962 al 1967 accompagnato dalla seguente dicitura: «Il periodico sulla cui copertina appare il marchio, pur conservando le sue caratteristiche di sano divertimento e di appassionanti avventure per i ragazzi, dà ai Genitori ed agli Insegnanti la garanzia che i loro giovani possono leggerlo, senza che tale lettura sia in alcun modo nociva alla loro formazione morale ed intellettuale. Sarà così raggiunto lo scopo propostosi dalla Associazione, nel concepire ed adottare il Codice Morale: e cioè, di migliorare sempre più e moralizzare, anche nel nostro particolare settore, la stampa per i ragazzi».

I fumetti italiani tra la propaganda coloniale e il regime fascista
Già prima della Seconda guerra mondiale i governi italiani avevano usato il fumetto per propagandare alcune battaglie politiche, soprattutto nel pubblico giovanile. «Per esempio nella primavera dell 1912 per convincere i ragazzi italiani della bontà della guerra contro l’Impero Ottomano per la conquista della Libia, sul Corriere dei Piccoli (inserto giovanile del Corriere della Sera), comparvero due personaggi, creati da Attilio Mussino: Nello e Gian Saetta», spiega lo storico del fumetto italiano Fabio Gadducci, autore di “Eccetto Topolino. Lo scontro culturale tra fascismo e fumetti” (Edizioni Npe), assieme a Leonardo Gori e Sergio Lama. «Nello è un ragazzo intraprendente che vuole contribuire all’impresa coloniale e cerca di imbarcarsi disperatamente per Tripoli con le truppe italiane, escogitando trucchi senza successo. Senza successo perché il Corriere dei Piccoli non voleva scatenare l’emulazione nei giovanissimi, ma solo limitarsi a suggerire un sano amor di patria per l’impresa», spiega Gadducci. L’altro personaggio creato da Mussino invece è Gian Saetta, un bersagliere che combatte in Libia e cattura i nemici a profusione («Egli è indefesso», si legge in una tavola del 29 settembre 1912).

«Negli anni ‘30 la macchina propagandistica del regime fascista comincia a prestare un controllo puntuale sui contenuti del fumetto italiano, in particolare durante la campagna per la conquista dell’Etiopia», spiega Gadducci. Addirittura nel numero 138 di Topolino dell’agosto 1935 appare una tavola in cui i soldati italiani usano il gas nervino contro la popolazione indigena. Come riporta Gadducci nei suoi studi, il ministro della Cultura popolare (MinCulPop) Dino Alfieri nel gennaio del 1937, invitò i direttori dei settimanali a far realizzare vignette razziste legate alla politica coloniale del regime sul meticciato. E il professor Lidio Cipriani, che fu poi tra i firmatari del manifesto sulla razza, scrisse una volta una lettera ad Alfieri, sostenendo che “Per agire in senso razzista occorrerà ricorrere a mezzi molto elementari, che parlino anche agli intelletti più semplici, colpendone la fantasia e possibilmente il cuore”».

Nove giorni dopo l’emanazione delle leggi razziali, il 26 novembre del 1938, il MinCulPop proibì la pubblicazione dei fumetti americani, ma su indicazione di Mussolini risparmiò Topolino che continuò a uscire nelle edicole. «Il settimanale di maggior successo dell’epoca, l’Avventuroso pubblicato da Nerbini a Firenze, per anni aveva avuto in prima pagina Flash Gordon, eroe che segue il suo imperativo morale ma non obbedisce alle leggi nazionali. Dopo le direttive del MinCulPop l’eroe americano viene sostituito col fumetto patriottico “I tre di Macallé”, realizzato in maniera splendida da Giove Toppi, in cui si raccontava la vecchia guerra d’Etiopia del 1896, per giustificare la conquista coloniale», spiega Gadducci. 

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