Per non sprecare 209 miliardi«Faremo pochi grandi progetti», Gualtieri si prepara ad arginare l’assalto alla diligenza

Dopo che la cabina di regia guidata dal ministro Enzo Amendola è stata inondata dalle 557 proposte di ogni tipo, il ministro dell’Economia annuncia che sarà valutata «la quantità, la qualità e il moltiplicatore degli investimenti aggiuntivi». Ma la scrematura non sarà semplice

HERBERT NEUBAUER / APA / AFP

«Faremo pochi grandi progetti». È la promessa del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri in audizione al Parlamento, in vista della stesura del Recovery Plan, dopo che la cabina di regia guidata dal ministro Enzo Amendola è stata inondata dai 557 progetti arrivati dai ministeri in pieno stile “assalto alla diligenza”. Un totale di spesa che supera i 677 miliardi, il triplo di quanto assegnato, tra piani di conquista dello spazio, acquari green e rifacimento degli uffici della Farnesina. «Il lavoro è più avanti rispetto alle centinaia di micro progetti», assicura Gualtieri. «È una fase ampiamente superata».

Amendola ha precisato che la selezione è già stata avviata. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha detto che il piano «è già in fase avanzata di studio e approfondimento», aggiungendo che «e noi perderemo questa sfida, avete il diritto di mandarci a casa».

Eppure è da quella lista che Tesoro e Palazzo Chigi dovranno partire dopo le elezioni per fare una sintesi e arrivare al 15 ottobre con la bozza del piano da inviare a Bruxelles per ottenere i 209 miliardi del programma Next Generation Eu (81,4 miliardi sotto forma di sovvenzioni e 127,4 miliardi come prestiti). Entro quella stessa data andrà inviata alla Commissione europea il documento programmatico di bilancio, preceduto dalla Nadef di fine settembre, che fornirà gli scenari macroeocnomici attesi.

Manca meno di un mese e si prefigura un autunno caldissimo per il governo. Il lavoro di scrematura dei progetti sarà complesso. Anche perché la task force coordinata dal Comitato tecnico di valutazione del Ciae (comitato interministeriale per gli affari europei) sta ancora raccogliendo le proposte di regioni e comuni, che vorranno avere la loro voce in capitolo.

Le linee guida stilate dal Ciae, con le sei missioni e i cluster, sono state inviate al Parlamento, che ora dovrà discuterle e approvarle. Venerdì 18 settembre sono attese le linee guida di Bruxelles con i paletti e criteri che andranno seguiti per i piani nazionali. E poi ci si dovrà mettere al lavoro, muovendosi all’interno delle priorità specifiche indicate dalla Commissione. Una cosa è certa: molti di quei 557 andranno depennati.

I tempi
«È una fase assai delicata», ha precisato Gualtieri. Con un messaggio diretto ai colleghi di maggioranza e opposizione: sì a «pacchetti di investimenti e riforme», no a «spesa corrente o tagli di imposte che non siano sostenibili nel tempo».

Nella bozza da inviare entro il 15 ottobre dovranno essere indicati i progetti principali con l’allocazione delle risorse. Il modello da seguire è quello del piano “France Relance” già presentato da Emmanuel Macron, con pochi punti strategici. Ma la presentazione integrale del Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (Pnrr) non avverrà prima dell’inizio del 2021, quando il Recovery Fund – ancora in discussione al Parlamento – entrerà legalmente in vigore. L’obiettivo, ha detto Gualtieri, è «farsi trovare pronti il primo giorno utile, senza aspettare la scadenza di aprile».

Sarà importante la fase di dialogo informale tra Roma e Bruxelles che si aprirà dal 15 ottobre in poi. «Così ci portiamo avanti negli ultimi mesi del 2020, e acceleriamo la valutazione finale, con tempi di attuazione della commissione più rapidi possibili», ha spiegato il ministro.

La legge di bilancio
La selezione, accorpamento e bocciatura di micro e macro progetti si intrecceranno con i lavori della legge di bilancio. E qui si cammina su un terreno minato. I tre decreti varati dal governo da marzo in poi sono stati finanziati con il ricorso al deficit per la cifra record di 100 miliardi. Il debito pubblico viaggia ormai verso il 160% del Pil. Altri sforamenti non sono ipotizzabili, e non sarebbero neanche un buon segnale in vista della trattativa con la Commissione europea. Ma se l’Italia chiedesse la quota di prestiti che le spetta nel Next Generation Eu, il debito salirebbe fino al 168% del Pil.

Sui 209 miliardi a disposizione dell’Italia, Gualtieri ha spiegato che il governo intende utilizzare gli 81 miliardi di sussidi «per conseguire un equivalente incremento netto degli investimenti nel periodo 2021-26 per ottenere un rilevante stimolo alla crescita del Pil». Per i prestiti, che «se non compensati da riduzione di altre spese» aumenteranno deficit e debito, «il governo è orientato a massimizzare l’utilizzo delle relative risorse».

I grants, che sono contributi a fondo perduto, «non contribuiscono all’indebitamento netto aggiuntivo», ha assicurato Gualtieri. E serviranno non poco a tamponare il debito, visto che si potranno spendere senza fare nuovo deficit. L’obiettivo del Tesoro sarebbe proprio quello di fare ricorso nei prossimi due anni soprattutto a questo tipo di fondi. Non potranno finire nella legge di bilancio, perché giuridicamente il piano europeo non esiste ancora. Ma «faremo stime che terranno conto di queste risorse. Non potranno non essere considerati negli indicatori programmatici del Pil», ha spiegato il ministro.

Ma già nella Nadef sarà tracciato «il sentiero per il rientro del deficit», ha detto. Mentre «lo scenario programmatico includerà una previsione di utilizzo dei prestiti di Next generation Eu e ci sarà una valutazione dell’impatto dei grants sul Pil». L’obiettivo è riportare il rapporto debito/Pil al 150% già nel 2021. Mentre prestiti, loans, verrebbero utilizzati in un secondo momento, con la speranza che nel frattempo i conti italiani siano più o meno tornati in ordine.

Le “condizionalità” europee
La vera partita si giocherà comunque non prima di gennaio. Il documento finale del Recovery Plan dovrà illustrare nel dettaglio non solo i progetti e gli obiettivi del piano, ma anche tutte le tappe di realizzazione delle riforme e degli investimenti. Con i cosiddetti target e milestone, da cui dipende l’erogazione delle risorse dai rubinetti di Bruxelles.

La Commissione avrà a disposizione fino a due mesi per la valutazione del piano. Dopodiché girerà il documento all’Ecofin, che non potrà emendarlo, ma solo approvarlo a maggioranza qualificata entro quattro settimane dalla presentazione della Commissione. Per l’approvazione finale del piano, possono passare quindi tre mesi dalla presentazione. Per questo «è bene essere pronti a presentare piano il prima possibile», ha detto Gualtieri. «Se facciamo il lavoro istruttorio informale tra ottobre, novembre e dicembre, il piano finale ha già un percorso di interlocuzione, per cui auspichiamo che la Commissione non avrà bisogno di tutte le otto settimane per la valutazione».

Dopo l’ok di Commissione e Consiglio, si potrà accedere al 10% di anticipo dei 209 miliardi. Successivamente ci sarà una erogazione semestrale ma solo se saranno raggiunti gli obiettivi indicati nel piano. E la vigilanza europea sullo stato di avanzamento sarà minuziosa, con specifiche “condizionalità”, anche per evitare che i Paesi “frugali” possano tirare “freno d’emergenza” e sospendere l’erogazione dei fondi (fino a un massimo di tre mesi) ai Paesi che non dovessero dimostrare di usare in maniera efficiente le risorse. Le erogazioni avverranno comunque solo dopo gli investimenti, che dovranno essere anticipati con fondi nazionali. La Commissione ha due mesi per accertare il raggiungimento dei milestone e aprire i rubinetti.

«Sarà di importanza cruciale selezionale attentamente i progetti del Recovery Plan», ha detto Gualtieri. Sarà valutata «la quantità, la qualità e il moltiplicatore degli investimenti aggiuntivi», tenendo in considerazione sia l’impatto economico ma anche quello sociale. Il principale criterio sarà «la capacità di rilanciare in modo strutturale la crescita e l’occupazione del Paese». Quello che già si sa è che una «quota consistente di risorse» del piano sarà indirizzata al Mezzogiorno. Ma nessun sì o no al Ponte sullo Stretto. «Non siamo qui a parlare dei singoli progetti», ha risposto Gualtieri alle commissioni.

La strada per arrivare al piano è ancora lunga. Ma il tempo stringe. Nel frattempo, gli emendamenti al decreto agosto depositati in Senato hanno superato quota 2.600. Il modello “assalto alla diligenza” continua.

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