I palettiIn arrivo le regole per capire quali progetti verdi e digitali l’Europa finanzierà

Il 15 settembre la Commissione Ue invierà ai governi nazionali le indicazioni precise su come attuare gli obiettivi del Next Generation Eu. Ma già nelle linee guida del Ciae si trovano i criteri per evitare l’assalto alla diligenza

(Foto da Twitter)

Mentre l’assalto alla diligenza è già partito, a Roma si attendono le linee guida di Bruxelles per la stesura del Recovery Plan. La Commissione europea ha già cominciato a lavorarci, ed entro il 15 settembre saranno recapitate ai governi nazionali le indicazioni precise su come attuare gli obiettivi verdi e digitali del programma Next Generation Eu. Nello stesso documento, Bruxelles indicherà anche quali saranno i criteri che verranno usati nella valutazione dei piani nazionali, con tanto di costi e cronoprogrammi. Paletti entro i quali tutti i progetti dovranno muoversi. Pena, la bocciatura.

Servirà dunque fare parecchia pulizia tra gli oltre 600 progetti arrivati da ministeri, società ed enti locali, se si vorranno incassare i 209 miliardi europei. Una prima scrematura dal governo è stata fatta, ma i numeri sono ancora alti. E c’è ancora tanto lavoro da fare.

Sul tavolo, per ora, ci sono i sei capitoli delle linee guida approvate dal Comitato interministeriale per gli affari europei. Il ministro per gli Affari europei Enzo Amendola, in audizione alle commissioni riunite Bilancio e Politiche dell’Unione europea di Camera e Senato, ha spiegato che si tratta solo della «base per i prossimi passi», in modo da avviare l’interlocuzione con la Commissione. «Un contributo che offriamo al Parlamento per eventuali valutazioni, modifiche e linee di indirizzo», ha detto.

Ma il dibattito «su indirizzi e possibilità di intervento», reclamato soprattutto dalle opposizioni, dovrà basarsi sulle raccomandazioni europee del 15 settembre. Da lì si potrà «valutare l’architettura che la Commissione chiede», e anche chi potrà avere voce nella stesura del piano. O meglio, se anche Regioni e Comuni, che già lamentano uno scarso coinvolgimento, parteciperanno o no.

Già nelle linee guida del Ciae si trovano le prime regole da seguire per l’ammissibilità dei progetti e i criteri per la valutazione. «Niente catalogo della spesa», ha ripetuto Amendola. Il piano, anzitutto, dovrà essere «coerente» con le raccomandazioni specifiche per Paese arrivate da Bruxelles nel 2019 e 2020.

Nell’ultimo documento sull’Italia, si accendeva il faro su lavoro, formazione, fisco e pubblica amministrazione. In quello del 2019 si raccomandava a Roma, tra le altre cose, la riduzione del rapporto debito/Pil, lo spostamento della pressione fiscale dal lavoro, la contrazione del peso delle pensioni sulla spesa pubblica e la riduzione delle durata dei processi. Il piano, ha detto Amendola, «dovrà essere articolato su azioni di investimento e politiche di riforme».

Oltre alla coerenza con le raccomandazione Ue, verrà valutata la coerenza interna di investimenti e riforme inserite nel piano, l’allineamento con gli obiettivi del Piano nazionale di riforma e la ricaduta sulla crescita del Pil e dell’occupazione. I progetti dovranno poi essere coerenti con gli 11 indicatori che misurano lo stato dell’economia e della salute pubblica. I costi e gli impatti economici, ambientali e sociali dei progetti dovranno poi essere quantificabili. E già alla presentazione del piano dovranno essere fornite indicazioni su tempi di attuazione, target intermedi e finali. Con un monitoraggio costante da parte di Bruxelles.

Dopo l’erogazione del primo 10% dei fondi, ha spiegato Amendola, «il disborso successivo dei finanziamenti sarà collegato a un meccanismo di tappe e obiettivi intermedi, le cosiddette “milestone”». Le erogazioni avverranno a cadenza semestrale, due volte l’anno. Ma non saranno automatiche: la commissione valuterà di volta in volta il raggiungimento dei risultati e il rispetto dei tempi individuati nel piano.

Saranno valutati negativamente, invece, i progetti già finanziabili con altri fondi europei e anche le infrastrutture che non sono a un livello di progettazione sufficiente per rispettare i tempi. Visto che il 70% dovrà essere impegnato nel 2021-2022, mentre il restante nel 2023. Semaforo rosso anche per i «progetti storici» con noti problemi di attuazione «pur avendo disponibilità di fondi». E qui viene subito in mente il progetto del Ponte sullo Stretto, che ha fatto di nuovo capolino nel dibattito politico, e che ora il viceministro ai Trasporti Giancarlo Cancelleri vorrebbe riconvertire in un «tunnel sotto lo Stretto».

Fermo restando che il 37% dei 209 miliardi dovrà essere rappresentato da «azioni green». Quindi ogni progetto dovrà essere accompagnato da stime di sostenibilità ambientale.

Entro il 15 ottobre il governo invierà la bozza del piano, ma in realtà la valutazione ufficiale partirà da gennaio, considerato che l’accordo su Next Generation Eu e bilancio Ue 2021-2017 viaggiano di pari passo devono essere ancora approvati dal Parlamento europeo entro fine anno.

Non una questione di poco conto. Visto che l’approvazione del bilancio europeo è ancora in alto mare, dopo i tagli alle spese per il clima e ai programmi ambientali dopo l’accordo sul Next Generation Eu. Senza dimenticare i problemi con Ungheria e Polonia. Il Parlamento europeo chiede che chi non rispetta i diritti non riceva i fondi. E il rischio è che la partenza del programma possa essere rallentata, con tutte le conseguenze economiche che un ulteriore ritardo si porterebbe dietro.

In ogni caso, solo da gennaio i piani di rilancio potranno essere inviati e approvati. La Commissione ha poi otto settimane di tempo per valutarli, e il Consiglio quattro settimane per dare il via libera. I primi soldi in Italia non arriverebbero prima della primavera del 2021.

La grande domanda a questo punto è quella che ha posto la senatrice di PiùEuropa Emma Bonino: «Come si finanzia questo Paese da qui a maggio?». L’altro tavolo su cui è impegnato il governo è quello della legge di bilancio. Entro il 15 ottobre il governo dovrà inviarla a Bruxelles. E dopo i 100 miliardi di ulteriore debito creati nell’emergenza Covid, si vuole evitare di fare altro deficit. Anche perché 127,6 dei 209 miliardi in arrivo sono prestiti. Così come i 27,4 miliardi del programma Sure. E pure i 36 miliardi del Meccanismo europeo di stabilità, su cui il governo non ha ancora trovato l’accordo.

Sarà centrale, se non vorremo trovarci più indebitati di prima, trovare l’equilibrio tra aumento della crescita e dell’occupazione e il contenimento del debito. Intanto, si spera nell’arrivo imminente dei 15,1 miliardi del programma React Eu, che dovrebbero già dare una bocca d’ossigeno entro fine anno.

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