Equivoci della storiaL’abbaglio di nazisti e fascisti: il saluto romano non era romano

Come spiega Desmond Morris in “In posa. L’arte e il linguaggio del corpo” (Johan & Levi), nell’antichità non c’era nessun braccio teso. Con ogni probabilità l’inganno è nato a causa di immagini del XIX secolo dove i protagonisti però chiedevano pietà o prestavano giuramento

Un modo comune per salutare a distanza è alzare il braccio tenendo il palmo della mano rivolto verso l’esterno. In città come New York e Londra è anche il gesto più comune per chiamare un taxi.

Nella Germania nazista veniva richiesta una versione rigida ed esasperata di questo saluto, in genere accompagnata dalle parole «Heil Hitler».

I nazisti salutavano il loro capo tenendo il braccio destro teso, con un’angolazione di quarantacinque gradi rispetto al torso, e con la mano piatta, le dita strette e il palmo rivolto verso il basso. Hitler poteva rispondere allo stesso modo o tenendo il braccio meno rigido, e mostrando il palmo, con la mano in verticale.

Il gesto era stato introdotto come saluto ufficiale tra appartenenti al Partito nazista nel 1926, ma era mutuato dai fascisti italiani, che avevano iniziato a usarlo nel 1923. Questi ultimi sostenevano fosse un gesto diffuso tra gli antichi romani duemila anni prima, una convinzione in piena sintonia con il loro desiderio di ridare lustro ai fasti della Roma imperiale.

Di conseguenza, il gesto era diventato famoso come “saluto romano”, e questo richiamo a una superpotenza conquistatrice dell’antichità aveva esercitato un’ovvia attrazione su Hitler.

Tuttavia, se cercaste esempi di saluto romano nell’arte romana antica, non ne trovereste.

Fascisti e nazisti erano caduti vittima di un equivoco, un errore storiografico diffuso e perpetrato da famosi dipinti del XVIII e XIX secolo, in cui artisti come Jacques-Louis David e Jean-Léon Gérôme avevano rappresentato eventi immaginari dell’antica Roma includendo gesti con il braccio teso simili a quello poi adottato da Mussolini e Hitler.

Nell’esempio forse più noto, “Ave Caesar! Morituri te salutant” del 1859, Gérôme reimmagina un evento narrato dallo storico romano Svetonio, in cui un gruppo di prigionieri prossimi alla morte aveva cercato di ingraziarsi l’imperatore Claudio per ottenerne la clemenza.

Nel dipinto, i gladiatori con le armi in mano alzano il braccio in direzione della tribuna. Tuttavia non esistono testimonianze del fatto che i gladiatori fossero soliti alzare il braccio in quel modo rivolgendosi a un imperatore; è più probabile che tendessero la mano con il palmo in su, in segno di supplica.

Un altro esempio simile si può trovare a Versailles: una famosa statua del XIX secolo che raffigura l’astronomo e matematico Jean Sylvain Bailly con un braccio alzato e teso, proprio come nel saluto nazista.

da In posa. L’arte e il linguaggio del corpo”, di Desmond Morris, Johan & Levi editore, 2020