Vendere prima di comprareCome la pandemia ha cambiato il calciomercato

Si stanno moltiplicando le operazioni in prestito, ma anche qualcosa che si avvicina al player trading del modello Nba. E forse questa sessione di scambi di calciatori non sarà l’unica segnata dalla crisi

Pixabay

Il calciomercato del 2020 è unico, uguale solo a se stesso. Non ha molti punti di contatto con le sessioni degli anni precedenti. E un calciomercato sui generis era atteso, vista la crisi economica legata alla pandemia, la mancanza di liquidità dei club, l’impoverimento di tutto l’universo calcistico.

Non si sta rivelando una sessione come quella che aveva immaginato la scorsa primavera il ceo della Bundesliga Christian Seifert, drastico nella sua previsione: «Il calciomercato quest’anno non esisterà». Invece esiste, solo che in modalità molto diverse dal solito.

«Quello che succede nel mercato è quello che succede nell’economia reale. Ci sono meno soldi, meno disponibilità finanziarie, quindi una diversa allocazione delle risorse secondo un principio di urgenza», dice a Linkiesta il giornalista di Sky Luca Marchetti, esperto di calciomercato.

Un mercato più prudente
Il principio di urgenza, dovuto a una minor liquidità a disposizione dei club, crea un primo imperativo per tutti: vendere prima di comprare. E a seguire: solo operazioni strettamente necessarie. «Non ho il portiere, non posso farne a meno, ne compro uno. Altrimenti no», spiega Marchetti.

Fino all’anno scorso queste condizioni valevano solo per le squadre in difficoltà economiche, quelle che dovevano mettere a posto i conti. Oggi tutti hanno problemi di liquidità: tutti cercano di usare formule alternative.

Il manifesto di questa versione del calciomercato è lo scambio Pjanic-Arthur tra Juventus e Barcellona. Una trattativa in cui ci sono tutti gli elementi per tracciare i contorni di questa nuova economia del calcio: c’è uno scambio di cartellini con grandi cifre tra club molto importanti, la necessità di fare plusvalenza, un interesse tecnico e un ritorno economico.

«A fine mercato – spiega Marchetti – saranno moltiplicati scambi e prestiti a lungo termine. Proprio come nell’economia reale: se uno non può comprare casa la affitta. Poi ci saranno obblighi e diritti di riscatto legati a eventi futuri e altre strategie più o meno fantasiose».

Un paio di esempi dalla nostra Serie A aiutano a inquadrare il discorso: la Juventus ha comprato il centrocampista Weston McKennie in prestito con obbligo di riscatto dallo Schalke 04, obbligo che si attiva al raggiungimento di un certo numero di presenze e alla qualificazione in Champions League. Il Milan ha preso Tonali dal Brescia in prestito con diritto di riscatto: ha pagato molto per il prestito, circa 10 milioni, ma non si è obbligato a comprare un giocatore che costa 40 milioni.

Un altro principio cardine di questa sessione è «prima vendere poi comprare», dice Marchetti. Se l’anno scorso alcuni club potevano permettersi di fare mercato a piacimento, più o meno, adagiandosi sul «venderò», adesso nessun presidente è disposto a rischiare di rimanere con gli assi in mano. «È anche questo che contribuisce ad abbassare i prezzi. Certo, può esserci qualche eccezione: un campione come Neymar costerebbe comunque 200 milioni», precisa Marchetti.

Si va verso il modello Nba?
È probabile che in una sessione di mercato così particolare i campionati europei finiscano per mutuare qualcosa dalla Nba, dalla Nfl e dalle altre leghe sportive americane. Se non altro per un aumento degli scambi. Nelle principali leghe americane non c’è compravendita dei giocatori, solo uno scambio di cartellini tra franchigie che trasferiscono gli atleti da una città all’altra – almeno in linea di massima: non è proprio così lineare, ci sono molti cavilli e decine di varianti.

Prima di parlare di calciomercato sul modello Nba, però, Simon Kuper, autore del libro Soccernomics – il titolo si spiega da solo – preferisce usare la massima cautela: «Quest’anno si va in direzione delle leghe americane, ma penso che non durerà, penso che il mercato dei trasferimenti sarà elastico, e prima o poi tornerà quello di prima».

Le motivazioni di quest’affermazione sono legate al grande vantaggio di acquistare giocatori firmando un assegno: «Gli acquisti sono il modo più intelligente di prendere giocatori sul mercato. Se ti serve un giocatore, diciamo un terzino destro, puoi fare il giro del mondo con gli osservatori e cercare quello che fa per te, in base al prezzo che puoi pagare. Se vuoi fare uno scambio devi inserire nella trattativa un secondo giocatore e sperare che sia quello che cerca il tuo interlocutore. In linea di principio è più difficile: un trasferimento semplice sarà sempre più efficiente».

Un’altra chiave di lettura offerta da Kuper, per leggere il calciomercato durante una crisi, è quella che nel suo manuale chiama «Flight to quality»: puntare meno giocatori, ma di sicuro affidamento. «Le grandi scommesse di mercato – spiega Kuper – quelle con un buon potenziale, ma che garantiscono poche certezze saranno rimandate a tempi migliori». L’unico modo per inserire in prima squadra un giocatore con buon potenziale ma ancora tutto da valutare è puntare su un giovane cresciuto in casa, nel proprio settore giovanile: in quel caso l’investimento minimo consente l’azzardo – se di azzardo si tratta.

Quanto durerà la crisi
Queste condizioni eccezionali del calciomercato sembrano destinate a protrarsi ancora per un po’. Secondo Simon Kuper «si andrà avanti così fin quando nel mondo reale si sentiranno gli effetti della crisi. Poi però si tornerà alla normalità perché il business del calcio, per quanto sempre più articolato e complesso, è piuttosto semplice: è un talent business, cioè orientato dal talento. La maggior parte dei soldi si muove per trasferimenti e stipendi di grandi giocatori. E tutti vorranno tornare alla carica per i campioni».

Le ultime rilevazioni economiche stimano che gli effetti della crisi dovrebbero protrarsi almeno fino al termine della stagione appena iniziata. Gli analisti di Ernst&Young spiegano che il 70 per cento delle risorse che un anno fa erano destinate al trasferimento di giocatori oggi non ci sono più.

Nel caso della Serie A, nella stagione 2020/21 i ricavi dovrebbero calare di 800 milioni, circa il 25 per cento del totale: sono stime ancora approssimative, perché ci sono troppe incognite nell’equazione, ma i numeri non fanno immaginare una rapida ripresa.

Dai dati forniti da Kpmg nel report Football Benchmark la chiusura degli stadi dovrebbe comportare per il campionato italiano una perdita di 300 milioni di euro, circa il 9 per cento delle entrate totali. Numeri che poi si riflettono anche su sponsor e altre attività commerciali: con gli stadi chiusi vengono meno le quote di entrate legate al matchday, quindi biglietti, ristoranti, store, musei e così via.

Le perdite del sistema calcio
A inizio settembre aveva lanciato un segnale di allarme Andrea Agnelli, presidente della European Club Association (Eca), durante la 24esima edizione dell’Assemblea generale dell’associazione: «Le stime parlano di un crollo dei ricavi pari a 4 miliardi nei prossimi due anni. E secondo la Fifa il 90 per cento di questa perdita riguarderà i soli club». Numeri che si sommano alle stime previste dalla Uefa, la federazione calcistica europea, che ha annunciato mancati introiti per 575 milioni di euro per i club iscritti a Champions League ed Europa League.

La ripresa del campionato post lockdown ha registrato un calo nello share del 40 per cento, e se lo show calcistico perde visibilità il rischio è che tv e sponsor investano meno: un rischio forse insostenibile per i 20 club di Serie A, che nei diritti tv trovano il 40 per cento dei ricavi.

Il primo pericolo è quello di un bando più povero per il triennio 2021-2024, che aumenterebbe il gap nei confronti della Liga spagnola e dell’inarrivabile Premier League inglese: se nell’ultimo triennio i diritti tv della Serie A sono stati venduti a 4,2 miliardi, il campionato spagnolo ha portato in cassa 6 miliardi, e 9 la prima divisione inglese.

A che punto siamo con la Superlega
Questa crisi economica, che sta rivelando anche un leggero calo di interesse da parte del pubblico, potrebbe portare nuovi argomenti ai sostenitori della Superlega: la proposta di chi vorrebbe organizzare – tra tre, quattro, cinque stagioni – un torneo europeo tra i migliori club del continente, da disputarsi tutto l’anno. Una specie di Champions League in versione maxi in cui ogni settimana si sfidano Juventus, Inter, Barcellona, Real Madrid, Bayern Monaco, Liverpool e le altre big del calcio europeo: una calamita per gli sponsor, tanto per cominciare.

«Ma questa non è una soluzione ai problemi attuali», spiega Luca Marchetti. «Se guardiamo a questa crisi, sappiamo che è legata in primis alla chiusura degli stadi. E il botteghino è chiuso anche se si giocano le partite della lega intergalattica più bella dell’universo».

E non solo. Le altre voci mancanti nei bilanci del mondo calcistico riguardano le spese delle famiglie, che hanno meno liquidità da investire in merchandising, e dalle grandi società che fanno sponsorizzazioni.

«Il problema è che i grandi sponsor – dice Marchetti – potrebbero decidere di non investire tanto perché le loro società sono in perdita. Un esempio è quello delle compagnie aeree, da sempre quelle che investono di più nel mondo del calcio. Se io non ho traffico aereo e non ho ricavi non faccio pubblicità, quindi le quote di Fly Emirates, Qatar Airways e altre mancherebbero in ogni caso. Nel breve-medio periodo questo avrà grandi ripercussioni nel mondo del calcio. In tutte le previsioni infatti l’anno prossimo sarà leggermente peggiore di questo in termini economici. Poi magari si troveranno delle soluzioni, ad esempio il vaccino, e allora si ricalcolerà tutto. Ma per ora si continuerà a perdere. E non c’è nessuna Superlega che può invertire la rotta».

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