Fuori casaLe disavventure dei presidenti stranieri nelle retrovie del calcio italiano

In Serie A negli ultimi anni sono arrivati Pallotta, Saputo, Commisso, ora ci sono anche Friedkin e Zhang. Ma nelle categorie inferiori le esperienze il più delle volte sono negative. Se in Germania la Red Bull ha portato il piccolo Lipsia ai vertici del football europeo, da noi lo Spoleto è fallito dopo una sola stagione con un cordata arabo-americana alla guida. Una buona notizia potrebbe arrivare da Como, ma potrebbe volerci più del previsto

Alberto PIZZOLI / AFP

Negli ultimi anni il calcio italiano si è popolato di presidenti stranieri, imprenditori arrivati da ogni angolo del mondo per costruirsi una visibilità grazie il brand dei club e della Serie A. L’ultimo caso, in ordine di tempo, è il passaggio di consegne tra James Pallotta e Dan Friedkin alla guida della Roma. Nel 2018 c’era stato l’avvicendamento tra Erick Thohir e Steven Zhang per la presidenza dell’Inter, e poi ancora l’arrivo di Joey Saputo a Bologna, Rocco Commisso a Firenze, il fondo americano Elliott al Milan.

Ogni società e ogni presidente ha avuto le sue difficoltà e i suoi meriti, ha fatto le sue esperienze: inevitabilmente su grandi numeri i risultati non possono essere totalmente uniformi. Ma nella maggior parte dei casi si è trattato di presidenti che hanno seguito un’idea, delle linee guida chiare, definite, leggibili.

Gli investimenti dall’estero però non si concentrano solo sulla Serie A. Ci sono molti esempi di imprenditori che hanno preferito partire dal basso per costruire un progetto di lungo periodo. È quel che ha fatto la Red Bull in Germania, tra mille avversità, partendo dalla sesta divisione della piramide calcistica tedesca con il Lipsia: il club di una città della Germania Est in pochi anni ha raggiunto i vertici del calcio teutonico ed europeo.

In Italia, però, un’esperienza con questi numeri ancora non si è vista. Anzi: più spesso capita che i progetti si rivelino fallimentari, o comunque che non riescano a rispettare i cronoprogrammi ambiziosi dei loro presidenti.

L’ultimo caso esemplare è quello di Spoleto.

Solo un anno fa, nel luglio 2019, il club della quinta serie italiana era stato rilevato da acquistato da Norah Bint Saad Al Saud, figlia di uno dei cugini di re Salman dell’Arabia Saudita. A guidare il progetto c’era una cordata arabo-statunitense, con a capo proprio la principessa.

L’idea era quella di inserirsi nel mondo del calcio partendo da una realtà di provincia, in una città importante, ricca di storia e nota in tutto il mondo.

I presupposti per una cavalcata verso il calcio che conta, con la contemporanea costruzione di un brand sportivo credibile e spendibile e un business espandibile su più livelli, c’erano tutti. Ma le cose non sono andate nel verso sperato: lo scorso 24 agosto, a un anno di distanza dall’acquisizione, la presidente ha deciso di abbandonare la società, e oggi lo Spoleto non è iscritto ad alcun campionato per il 2020/21.

L’unica stagione disputata, nell’Eccellenza umbra, non è andata così male: un secondo posto dopo una campagna acquisti ambiziosa, con la presidente avvistata anche sugli spalti in qualche gara in trasferta. Ci ha messo del suo anche la pandemia, che ha sospeso i campionati: quando il 20 maggio la Figc ha stabilito la chiusura definitiva di tutti i campionati dilettantistici la Lega Nazionale Dilettanti ha previsto la promozione in Serie D per le prime classificate di ogni girone e la retrocessione in Promozione per le ultime, chiudendo la prima stagione del nuovo Spoleto in un nulla di fatto.

Ma la gestione del club da parte della nuova proprietà non è mai andata molto oltre l’aspetto puramente sportivo. Linkiesta ha parlato con il sindaco di Spoleto, Umberto de Augustinis, il quale ha fatto sapere di «non aver avuto nessuna interlocuzione con la società da quando è arrivata qui».

Anche in città, stando alle parole del sindaco, non tutti percepivano la nuova presidenza come una garanzia di successo e di crescita verticale. Anzi: «Hanno attirato sentimenti molto contrastanti, qualcuno l’aveva apprezzata perché pensavano al sostegno economico, altri l’hanno avversata perché dubitavano sulla serietà dell’iniziativa. E non dipende solo dalle possibilità economiche, ma anche dalle qualità del management».

L’esempio fallimentare dello Spoleto non è un caso isolato, ma non può essere lo standard di riferimento di tutti gli investitori stranieri che hanno provato a costruire qualcosa nelle serie minori del calcio italiano.

A Como nell’aprile 2019 si è insediata la Sent Entertainment Ltd, una società che si occupa di sport e intrattenimento facente capo a Robert Budi Hartono, magnate indonesiano tra le 60 persone più ricche al mondo.

Fin dall’inizio la nuova proprietà ha dimostrato di avere le idee chiare, come ha spiegato in una delle prime dichiarazioni pubbliche Michael Gandler, Managing director di Sent Sports e Ceo del Como 1907: «La priorità è il rilancio di prima squadra, settore giovanile e stadio».

Anche in questo caso il contesto fa la differenza. Lo spiega a Linkiesta il vicepresidente di un gruppo di tifosi del Como, i Pesi Massimi, che si identifica con il nome di Francesco, o Cecco: «L’idea della dirigenza è costruire un progetto integrato con la città, rimettendo a nuovo uno stadio fatiscente che però è in riva al lago e in mezzo alla città, in una posizione bellissima. Quindi uno stadio ex novo con strutture commerciali, alberghi, e magari la creazione dei pacchetti turistici in cui c’è di mezzo anche il giro allo stadio o la partita».

I risultati sportivi della prima stagione però non hanno prodotto granché, con gli Azzurri che hanno chiuso 13esimi nel loro girone di Serie C. «Ma non è una dirigenza isterica che vuole tutto e subito, cerca una crescita organica e sostenibile del club attraverso vari elementi, come il settore giovanile. Ma anche la nascita di una sezione femminile del Como va in questa direzione», dice il vicepresidente del gruppo Pesi Massimi, che poi ricorda un aneddoto che ha dimostrato una certa cultura imprenditoriale da parte della nuova proprietà.

All’inizio della scorsa stagione la dirigenza non aveva trovato uno sponsor soddisfacente per la maglia della prima squadra, e piuttosto che accontentarsi hanno preferito farne a meno. «Come a dire che loro il Como non lo svalutano, non ne svendono l’immagine», dice Francesco.

Il progetto del Como è ancora in piena fase di definizione, è ancora molto presto per giudicare i risultati di un progetto di lungo periodo. Ma almeno qui, a differenza di Spoleto, dopo un anno i tifosi hanno diversi argomenti per dirsi fiduciosi.

Al di là degli esiti sportivi e finanziari, i casi di Spoleto e Como insegnano che anche nella periferia del calcio c’è appeal per gli investitori, soprattutto nei comuni con maggior potenziale. La differenza rispetto ai presidenti che puntano sulla Serie A, in fondo alla nostra piramide calcistica la casistica di progetti inconsistenti e poco strutturati si moltiplica: nessun presidente non italiano è riuscito a trasformare una realtà calcisticamente piccola – magari in una città con un brand spendibile anche all’estero – in una competitor in Serie A.

È andata un po’ meglio a Venezia, in una città famosa in tutto il mondo per motivi che non c’è bisogno di spiegare: dopo il fallimento del 2015 il club è rinato grazie a una cordata statunitense guidata da James Daniels, imprenditore edile e Ceo della High Ridge Brands che poche settimane dopo passa la mano a Joe Tacopina, nuovo azionista di maggioranza e presidente del club.

Un progetto sportivo ambizioso, con Filippo Inzaghi in panchina e Giorgio Perinetti nel ruolo di Direttore sportivo, che culmine nel ritorno in Serie B del Venezia Football club 12 anni dopo l’ultima volta. Poi a febbraio di quest’anno Tacopina ha lasciato, dichiarando però di avere «un forte interesse per il Catania».

La cordata americana a sua volta aveva preso la società da un’altra proprietà straniera, quella del russo Yuri Korablin che l’aveva rilevata nel 2011. Un’esperienza del tutto negativa, conclusa dopo una lettera aperta dei calciatori del club destinata proprio all’imprenditore russo. Era il 6 luglio 2015: i giocatori accusarono la dirigenza «di aver illuso la squadra con promesse poi non mantenute e di essersi poi resa irreperibile», facendo sapere anche di non percepire lo stipendio dal mese di febbraio.

Si era chiusa negativamente anche la prima esperienza assoluta di una proprietà straniera in Italia. Il Vicenza Calcio fu acquistato nel 1997 dall’inglese Enic (società finanziaria nel campo del petrolio), guidata dal manager Stephen Julius. Dopo una prima stagione eccellente, nella quale raggiunse la semifinale di Coppa delle Coppe, iniziò l’altalena tra Serie A e Serie B, e nel 2004 dopo era tutto già in archivio: club svalutato, imbrigliato nelle secche della serie cadetta e ceduto a una cordata di imprenditori locali.

Ancora peggio è andata al primo imprenditore cinese che ha provato a inserirsi nel nostro calcio. Xiadong Zhu, presidente del fondo Pingy Shanghai Investment, aveva acquistato il Pavia nel 2014, con promesse di grandi investimenti, di rinascita di un brand e l’ambizione di tornare in B nel giro di due anni.

Ma non c’è stato niente di tutto questo: a un promettente terzo posto al termine della prima stagione di Lega Pro ha fatto seguito un insipido nono posto, con l’intenzione della proprietà di passare la mano. È esattamente quel che è successo: nel 2016 il club è stato venduto, per la cifra simbolica di un euro, all’imprenditore Alessandro Nuccilli.

Di casi veramente virtuosi, di successo e ambiziosi abbastanza da puntare alla scalata verso il calcio che conta ancora non se ne vedono. In attesa che il Como della presidenza Hartono costruisca la sua narrazione, una crescita vera e propria e la rinascita del club con lo stadio in riva al lago.

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