Diverso parereLa vera donna non fa benzina da sola, figuriamoci se si scomoda a cambiare la Costituzione

Il politico che indice un referendum è come i giornali che pubblicano i tweet dei politici, come il conduttore che chiede agli ascoltatori di raccontare i fatti loro. Ma perché non fanno da soli, invece di abdicare alla loro mansione?

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Poi venne Nietzsche, l’Adelphi preferito dalle liceali degli anni 80 (sì, più di “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, persino più di “Siddharta”).

Poi, molto poi, venne Gramsci, quando all’università pur di non dare esami mi misi a frequentare comunisti senza più comunismo.

Ma prima di tutto, negli anni davvero formativi, quelli delle scuole medie in cui sei carta assorbente, quando ancora non c’era il postmoderno, quando il privato era politico e mica viceversa, prima di qualunque cosa il mio testo di formazione politica fu un tomo con copertina rosa, scritto da una giornalista americana già autrice di testi fondamentali sull’oroscopo dei cani.

Lei si chiamava Joyce Jillson, e il testo che m’ha formata s’intitolava “La Vera Donna non fa benzina da sola” (lo pubblicava Sperling, lo preciso perché so che vi precipiterete a cercarlo). Il titolo basterebbe a sé, tuttavia voglio essere didascalica, e perciò vi copierò uno stralcio dal secondo capitolo. La prosa in purissimo doppiaggese vi getterà immediatamente nel 1984, tra capelli cotonati e abiti da sera blu elettrico: ringraziatemi con calma.

«Jennifer guidò la sua Audi 5000 grigio metallizzato fino al distributore self-service di benzina nella stazione di servizio Exxon. Erano le sette e mezzo. Stava andando a Manhattan per presenziare alla liquidazione della Braniff – una compagnia aerea gettata sul lastrico da “Veri Uomini”. “Prendo la pompa”, disse la sua socia, Kristin, aprendo la portiera.
“Non farai niente del genere”, replicò secca Jennifer afferrandole il braccio e tirandola inmacchina. “A tutto c’è un limite. E il limite, che noi non oltrepasseremo, è rappresentato dai distributori self-service. È tempo di ritornare ai giorni della femminilità. Siamo in grado di dirigerel’intera, dannata società petrolifera – ma non faremo mai benzina da sole”».

Il capitolo – dopo il crescendo di coda, clacson, clienti impazienti, Kristin nervosa: ogni rivoluzione ha i suoi dubbiosi – ha ovviamente un lieto fine: un poliziotto che si avvicina, e Jennifer che si fa fare cinque dollari di normale e controllare l’olio.

Di poche cose m’importa meno che della femminilità, ma quell’imprinting lì è stato utile per capire che la pigrizia è una forma di prepotenza, e con gli strumenti della prepotenza va tutelata. Se non scendo dalla macchina, qualcuno prima o poi mi farà benzina. Se non lavo i bicchieri, qualcuno prima o poi li laverà per me. Se mi rifiuto di prendere decisioni per gestire le quali è pagato un Parlamento, qualcuno prima o poi farà il proprio lavoro.

Non ho niente contro gli ex radicali, ho molti amici ex radicali. Quando sento parlare di Grande Stagione dei Referendum, fingo d’aver finito il vino. Se citano Sciascia, porto via anche le olive. Il referendum è il progenitore dei like sui social, che spero saremo tutti d’accordo nel considerare una piaga sociale. Perché devi chiedermi cosa penso? Perché fingi d’interessartene? Perché ti ho eletto, se invece di prendere decisioni mi consulti? Che cos’è, montessorismo legislativo? Il politico che indice un referendum è come il genitore che chiede a un cinquenne cosa voglia mangiare: assumiti delle responsabilità, santiddio.

Mi sono rifiutata di studiare i termini di questo referendum, come forma di disapprovazione del principio e di saturazione del tema: ancora stiamo parlando di quanti parlamentari debbano esserci, quanto vadano pagati, quanto li disprezziamo, quanto ci sembri un po’ tutto uguale, il televoto, i like, i combattimenti al Colosseo, il Parlamento? Sono decenni che se ne parla, c’era la lira, c’erano le edicole, i negozi chiudevano a pranzo e il lunedì era impossibile farsi una messinpiega: era un altro mondo, e noi siamo rimasti lì, a discutere di riforme costituzionali di cui frega solo a chi scrivei giornali e a chi farebbe il politico di mestiere, ma pensa che parte del suo mestiere sia fingere non sia un mestiere.

Il politico che indice un referendum è come il giornale che pubblica i tweet dei politici, come il conduttore radiofonico che chiede agli ascoltatori di raccontare i fatti loro in messaggi che poi lui declamerà in onda, come la influencer che apre le domande su Instagram e poi pubblica quelli che le scrivono «sei una donna favolosa». Tutta gente che abdica alla propria mansione nel mondo. Invece d’inventarsi cose con cui riempire il proprio giornale, il proprio programma, il proprio account.

Si sentono moderni e lo chiamano crowdsourcing (quando c’è una truffa, è spesso nascosta dietro una parola inglese), ma si traduce: non aver voglia di fare il proprio lavoro. E pretendere lo faccia io – io pubblico, io elettore, io clientela – per tuo conto. Non voglio spingere quaranta pulsanti o – peggio – dire numeri a voce alta che un sistema automatico capirà male prima che il centralino della multinazionale cui pago un qualche abbonamento capisca per che problema mi sto incomodando a telefonare e si decida a passarmi un essere umano che lo risolva. Sì, lo so che il centralino automatizzato è una scrematura: la maggior parte della clientela desisterà, e voi dovrete pagare meno centralinisti. Ma io voglio l’opzione «paga l’abbonamento di più e non venire costretta al fai da te».

Non voglio pagare meno i parlamentari: voglio pagarli benissimo, e che non si permettano mai più di disturbarmi. Vi eleggo, e ne riparliamo tra cinque anni. Avete delle insicurezze, vi servono conferme, like, sondaggi? Cazzi vostri. Trovatevi uno psicanalista. Ve lo vedete De Gasperi che frigna perché non ha feedback, come lo chiamate voi? (Oddio, no, De Gasperi, l’esempio sbagliato, un referendum pure lì, ma è un incubo senza via di fuga, un gigantesco self service nei secoli, un eterno ritorno del «Dove hai prenotato?» «Non ho prenotato, cosa vuoi mangiare?»).

Siamo sempre lì, fermi a temere di fare la scelta sbagliata e quindi ritrovarsi alle otto senza ristorante prenotato, immobili ad aspettarsi io scenda dalla macchina e mi faccia benzina (io nello specifico magari no, non avendo la patente, ma insomma ci siamo capiti), a chiedermi d’incomodarmi a fare il lavoro degli altri, a fingere che sia tutta una grande collaborazione, ma chi vi conosce, io non voglio fare il lavoro vostro, forse chiedo a voi di fare il mio?

Visto che siamo, come direbbe la canzonetta, bloccati in un momento dal quale non riusciamo a uscire, non c’è bisogno di aggiornare i classici. Non serve un nuovo catalogo Adelphi, non serve l’ennesima valletta che sotto una foto mezza nuda su Instagram scriva «Odio gli indifferenti», ma soprattutto non servono eredi a Joyce Jillson, la cui conclusione del 1984 va ancora benissimo oggi: come metafora, come istruzione per l’uso, e come monito circa quel che succede a chiederci troppo cosa vogliamo.

«Sono le tre del mattino. State guidando verso est sulla Statale 40. La macchina sta fumando. Siete in riserva. Di fronte a voi appare una stazione di servizio self-service.
Vi fermate, fate finta di non saper usare la pompa e, guarda guarda, il figlio del presidente della società petrolifera, un giovane con una straordinaria somiglianza con Sylvester Stallone, si avvicina e vi riempie il serbatoio.
Per un istante è l’idillio, la seduzione, l’incanto e sembra proprio che lui sia innamorato di voi.
“Desidera altro?” sussurra, alludendo ad anelli di brillanti, yacht e indicibili piaceri della carne.
“No”, rispondete e ve ne andate nella notte.
La Vera Donna non crede nelle favole».

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