Cupio dissolviGli uomini illustri che hanno abbandonato la scena per (non) essere dimenticati

Alcuni, come il fisico Ettore Majorana e l’economista Federico Caffè, hanno fatto perdere le loro tracce tra le nebbie della cronaca. Altri, come Mina e J.D. Salinger, hanno preferito ritirarsi a vita privata senza far spegnere il loro mito. Breve almanacco di chi, raggiunto il successo, è andato oltre

In giorni in cui verrebbe voglia di seguirne l’esempio, mi fermo a riflettere sui tanti casi di intellettuali, personaggi del cinema e dello spettacolo che per molto tempo o per sempre hanno deciso di scomparire, di non farsi più trovare, di togliersi, a volte, la vita. Un tema che appassiona sempre e su cui una fortunata trasmissione televisiva ha costruito sin dal 1989 il proprio successo, occupandosi della sparizioni di gente comune, riaprendo cold case e svolgendo così anche un meritorio servizio pubblico, spesso coronato dal buon esito delle ricerche che ne sono originate.

Meno, forse, si è discusso recentemente su alcune sparizioni clamorose che hanno riguardato personaggi noti che, anche per tale elemento, ne hanno visto ingigantire la fama o diffonderne il pensiero. Una carrellata che mi ricorda il tema di “Puerto Escondido” il lungometraggio del 1992 diretto da Gabriele Salvatores, con un grande Diego Abatantuono, già attore in piena maturazione.

Il caso più clamoroso del ‘900 è senz’altro quello di Ettore Majorana, il giovanissimo fisico catanese scomparso nel 1938 durante la navigazione del piroscafo che lo portava da Palermo a Napoli. Del mistero, riecheggiante il pirandelliano “Il fu Mattia Pascal” si occupò Leonardo Sciascia ne “La scomparsa di Majorana” pubblicato da Einaudi nel 1975 e che invito a leggere per comprendere lo spessore scientifico e il disagio di vivere di uno dei più brillanti allievi di Enrico Fermi nel gruppo chiamato “I ragazzi di via Panisperna”. Tale esperienza è stata considerata dal sociologo Domenico De Masi tra i massimi gruppi creativi esaminati nell’arco di un secolo in “L’emozione e la regola. I gruppi creativi in Europa dal 1850 al 1950” pubblicato da Laterza nel 1990 e nel 2005 da Rizzoli.

Un controverso e contraddittorio carteggio con l’amico Antonio Carrelli denunciava lo stato depressivo da parte di Majorana, poi dichiarato superato con un rassicurante telegramma inviato dallo scienziato ai propri familiari. Tra le tante ipotesi che si formularono, le testimonianze più o meno attendibili e la preoccupazione di Mussolini molto interessato all’eventuale uso bellico dell’esito delle segretissime ricerche, la più scioccante fu la rivelazione riguardante l’intervento di Monsignor Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas romana che, secondo un testimone, avrebbe ospitato un clochard settantenne che asseriva di essere Majorana, in un convento. Fatto certamente circondato da ogni ragionevole dubbio, se lo stesso Di Liegro non avesse vincolato l’interlocutore al segreto, fino alla propria morte avvenuta nel 1997, com’è immaginabile, ormai, quella del vero o presunto protagonista della vicenda.

Rimorso di aver scoperto qualcosa di definitivo, già in quegli anni, circa la potenza distruttiva dell’energia nucleare? Un’angoscia simile a quella che fece esclamare a Robert Oppenheimer, capo del Progetto Manhattan, dopo il successo del primo esperimento ad Alamogordo il 16 luglio del 1945 «Sono diventato Morte, il distruttore dei mondi» traendola da un verso del frammento 11.32 del libro dei Veda? Peraltro, si disse a lungo che un pilota dell’equipaggio della missione dell’Enola Gay su Hiroshima si fosse rifugiato nella Certosa di San Bruno in provincia di Vibo Valentia, ma si rivelò essere un falso scoop poiché si trattava di un reduce dalla Guerra di Corea. Un’ipotesi simile fu avanzata anche per Majorana, da parte del già citato Leonardo Sciascia, sempre smentita però dai monaci certosini, non a caso vincolati dalla propria Regola al silenzio. Resta il fatto che per la maggior parte di quei piloti, il resto della vita non fu facile.

Sparizione non meno clamorosa fu quella di Federico Caffè, tra i più grandi economisti del suo tempo e venerato maestro di un’intera generazione di keinesiani, tra cui Vincenzo Visco, Mario Draghi e Daniele Archibugi, svanito nel nulla il 15 aprile del 1987 dopo essere uscito dalla casa romana nel quartiere Monteverde. Ne ha scritto Ermanno Rea nel libro “L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffè, scomparso e mai ritrovato” pubblicato nel 2000 da Einaudi. Pochi giorni prima, avendo appreso del suicidio di Primo Levi, aveva detto «Perché così, perché sotto gli occhi di tutti, perché straziare i parenti?»

I suoi ex allievi setacciarono per giorni la città, senza alcun esito. L’8 agosto del 1998, il Tribunale di Roma ne dichiarò la morte presunta su istanza dei familiari, come prevede la legge trascorsi dieci anni dalla sparizione. Il corpo non è mai stato ritrovato. La scelta di scomparire è stata fatta risalire a alcune possibili cause tra cui l’emarginazione dopo il pensionamento subita in tempi di trionfo dell’economia liberista di stampo reganiano, la malattia del fratello, difficoltà economiche. Forse fu l’accumulo fatale di tutto ciò. Oggi il suo pensiero ispira il NextGenerationEu nell’Europa di Ursula von der Leyen, come si può rilevare tra le pieghe del Discorso sullo stato dell’Unione.

Oltre oceano due sono state le sparizioni più eclatanti. La prima ha riguardato Jerome D. Salinger autore dell’opera unica “Il Giovane Holden” pubblicato per la prima volta nel 1951 con il titolo “The Catcher in the Rye” e tradotto in italiano da Adriana Motti per Einaudi nel 1961. Romanzo di formazione, caposaldo della letteratura americana del ‘900 e libro cult per più generazioni, la storia si svolge in tre giornate, dal sabato al lunedì e non ne rivelerei mai la trama a chi non ha ancora avuto la fortuna di leggerlo. Gli altri la conoscono.

La vita e l’opera di Salinger hanno ispirato correnti letterarie e teatrali, scuole di scrittura, videogiochi e numerosi film tra cui lo struggente “Scoprendo Forrester” diretto da Gus Van Sant nel 2000 che narra di uno scrittore, reclusosi in casa volontariamente dopo il primo e insuperato successo letterario e ritenuto morto, che farà da mentore ad un promettente giovane nero di cui intravede il talento. Il protagonista è interpretato da Sean Connery, novanta anni compiuti lo scorso 25 agosto, che decise dopo tre anni da quell’ennesimo successo cinematografico di ritirarsi a vita privata. La sequenza in cui, con un sorriso enigmatico da Gatto del Cheshire, saluta in bicicletta il proprio “erede” e segnala con un antiquato gesto del braccio l’intenzione di svoltare a sinistra è, ad avviso di chi scrive, una delle più belle della sua sterminata filmografia.

Dopo lo straordinario successo letterario del 1951, Salinger fu tra gli ispiratori della Beat Generation insieme ad Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti e William Burroughs; rilasciò un’unica intervista al New York Times soltanto nel 1974 e si chiuse nel silenzio assoluto della sua casa di Cornish nel New Hampshire, dove morì nel 1990. Non pubblicò più nulla e oggi la ricerca di suoi introvabili testi inediti è degna della sagacia di Indiana Jones.

Un altro caso di sparizione per lunghi anni ha riguardato lo scrittore peruviano naturalizzato statunitense, Carlos Castaneda, autore di “A scuola dello stregone. Una via Yaqui alla conoscenza”, Astrolabio, 1970, e di altre opere ispirate alle esperienze di percezione extrasensoriale, aiutate da un fungo allucinogeno, il pejote e guidate da Don Juan, uno sciamano dell’omonima tribù mesoamericana, conosciuto nel 1960 in Arizona durante uno studio antropologico sul campo svolto dopo la laurea in arte e il dottorato in filosofia conseguiti presso l’Università di Los Angeles. Pubblicò dodici libri che hanno venduto otto milioni di copie in diciassette lingue. Nel 1980 Gilles Deleuze e Félice Guattari ne analizzarono il pensiero nell’opera “Millepiani”; nel 1985 Federico Fellini programmò di recarsi in California per incontralo ma desistette dopo l’improvvisa e inspiegata sparizione dello scrittore. Di quell’episodio ha parlato Andrea De Carlo in un’intervista rilasciata a la Repubblica il 3 settembre 2013.

Per anni non si ebbe alcuna notizia della sua sorte tra la preoccupazione degli editori, dei critici e dei media che su di lui scrissero tantissimo e finanziarono ricerche in tutto il mondo. La rivista TIME Magazine gli dedicò nel 1973 una copertina con il titolo “Un enigma avvolto in un mistero avvolto in una tortilla”. Ricomparve all’improvviso nel 1990 a capo di una scuola filosofica chiamata Tensigrity, ispirata allo sciamanesimo. Portò con sè il segreto di quella misteriosa scomparsa. Morì, quasi in segreto, nel 1998, alimentando la propria leggenda. Credo che gli autori di “Nomadland” diretto Chloé Zao e “Tenet” per la regia di Cristopher Nolan, presentati quest’anno alla Mostra internazionale di Venezia, debbano qualcosa a Carlos Castaneda ma, forse, non lo sanno.

Uscire di scena improvvisamente e senza una spiegazione ha fatto la fortuna di personaggi cinematografici e televisivi. Ne citerò solo due, i più emblematici. Nel 1941, a soli trentasei anni l’attrice svedese Greta Garbo, nata Gustavsoon, abbandonava il cinema per ritirasi nella solitudine del lussuoso appartamento di duecentosettanta metri quadrati nella 52a Strada sul versante est di Manhattan, con vista sull’East River. Vi rimase per quasi cinquant’anni durante i quali rappresentò inutilmente l’oggetto del desiderio di migliaia di giornalisti e di fotoreporter, sempre delusi. Il termine ”divina” fu coniato proprio per il suo personaggio e Federico Fellini la definì «la fondatrice di un ordine religioso chiamato cinema». Il suo ultimo viaggio fu verso il Cimitero di Skogskyrkogarden a Stoccolma, dove chi scrive ricorda di aver deposto nel 2004 una camelia tra le migliaia di fiori che ancora oggi ricoprono la sua tomba. Ad aprile scorso sono stati trent’anni dalla morte. Non c’è ne siamo accorti, forse la credevamo eterna come i suoi film.

Non meno intrigante è stato nel 1978 l’abbandono delle scene televisive da parte di Mina, al secolo Mina Anna Maria Mazzini. Vera e propria icona sonora del costume italiano della seconda metà del ‘900 è ancora oggi idolatrata da migliaia di fans. A trentotto anni la “Tigre di Cremona” si ritirò inspiegabilmente dalla vita pubblica, portando il proprio mito alle stelle e imponendo la biografia che la riguarda a pagina uno della storia della televisione. Pur negandosi ad interviste e ad iniziative in suo onore, ha continuato a registrare le proprie canzoni. Le diverse ipotesi circa una scelta che ancora oggi desta scalpore e curiosità sono state spazzate via dalla conferma data nel 2018 di una gravissima broncopolmonite virale che la colpì in modo invalidante. Gli innumerevoli omaggi che l’Italia le ha tributato in occasione del suo ottantesimo compleanno hanno sfidato il lockdown imperante in quei giorni di aprile. Impossibile citarne i mille ricordi e le infinite comparizioni televisive, figlie di un mood non più esistente ma di cui le sue canzoni indimenticabili risvegliano ricordi e sensazioni profonde.

Chiudo questo strano articolo con le scelte drammatiche di quanto sono voluti andare via per sempre in modo sofferto ma dignitoso, assumendosi la responsabilità dell’ultimo gesto. Cesare Pavese aveva scritto “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi” poco prima di suicidarsi a Torino il 27 agosto di settanta anni fa. La delusione amorosa con Costance Dowling fu l’ultima goccia del mare che lo sommerse, come l’oceano di quel Melville che aveva tradotto nel 1932. Fu vittima di quel “Male Oscuro” che per primo lo scrittore Giuseppe Berto osò indagare nel 1964 dandogli il vero nome, depressione, il demone chiamato dagli antichi “melanconia” che segue le tracce della vitalità per ghermirla. A Pavese dobbiamo la scoperta della letteratura americana che tanto contribuì a far conoscere nell’Italia fascista e tanto, tanto altro che ci ha fatto diventare adulti.

Lo scrittore Primo Levi nel 1987 fu schiacciato dall’immensità del ricordo personale dell’Olocausto, non abbastanza esorcizzato attraverso la scrittura dei propri libri immortali; i registi Carlo Lizzani (2013) e Mario Monicelli (2010) decisero di non subire gli ulteriori affronti di una senilità spietata. Registi della propria morte come dei propri film, quelli sì destinati a non invecchiare mai.

Ed è con le parole di uno straordinario Robin Williams, nella parte protagonista del film “Jack Powell” diretto nel 1996 da Francis Ford Coppola, che voglio concludere:

«Lo so che giunti al termine di questa nostra vita tutti noi ci ritroviamo a ricordare i bei momenti e dimenticare quelli meno belli, e ci ritroviamo a pensare al futuro, cominciamo a preoccuparci e a pensare “io che cosa farò, chissà dove sarò da qui a dieci anni?”. Però io vi dico guardate me, vi prego, non preoccupatevi tanto, perché a nessuno di noi è dato di soggiornare tanto su questa terra. La vita ci sfugge via e, se per caso, sarete depressi, alzate lo sguardo al cielo d’estate, con le stelle sparpagliate nella notte vellutata, quando una stella cadente sfreccerà nell’oscurità della notte col suo bagliore, esprimete un desiderio e pensate a me. Fate che la vostra vita sia spettacolare.»

Anche Robin Williams decise di andarsene nel 2014, ma le immagini di vita e di speranza in ciascuno dei film che ha interpretato lo faranno vivere per sempre, otre ogni tentazione di depressione, desiderio di scomparire, voglia di dissolversi «nell’atomo opaco del male».

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