Il disastro di Raggi, Appendino e NogarinDopo il fallimento dei suoi sindaci, i grillini si aggrappano al Pd in cerca di una classe dirigente locale

Rimasto senza volti nuovi e idee, il Movimento Cinque Stelle non ha più nulla da proporre mentre a livello nazionale risulta schiacciato fra i dem relativamente rinvigoriti e l’andreottismo di Giuseppe Conte

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Con l’uscita di scena di Chiara Appendino dalla competizione di Torino cade uno dei simboli della effimera stagione del grillismo dei sindaci, una delle strade percorse con un certo impeto e anche con successo dal Movimento quando era ancora un Movimento reale. Appendino lascia in seguito alle disavventure giudiziarie, dopo la condanna in primo grado a 6 mesi per falso ideologico, ma più verosimilmente per andare a cercarsi un posto al sole di rango nazionale – si vedrà agli Stati generali di novembre – magari a dar manforte a quel “Grande centro” che si dovrebbe formare intorno a Luigi Di Maio per tamponare gli estremismi di Alessandro Di Battista e i suoi seguaci.

Cade dunque anche Chiara Appendino, simbolo del grillismo dal volto umano, un po’ paternalistico un po’ tecnocratico, quello che nel lessico della moderna filosofia politica si potrebbe ascrivere al nudging – il pungolo, la spinta gentile a orientare le cose -, dunque uno stile ben diverso da quello arrogante di Virginia Raggi o pasticcione di Filippo Nogarin, indimenticabile ex sindaco di Livorno presto costretto a scappare a gambe levate: un trio che avrebbe dovuto concretizzare la via grillina al governo locale ma che è finito per restare impastoiato nelle difficoltà di amministrare le città realmente e non per slogan e incappando spesso in una serie di disastri giudiziari.

Una storia che si è conclusa con un fallimento che attende solo la sconfitta della Raggi per definirsi completo. La chiusura dell’esperienza dei sindaci del M5S che l’addio della Appendino simboleggia – chiusura tutta col segno meno davanti – pone a Di Maio il problema di cambiare spartito, considerato che il ministro degli Esteri, fra un viaggio inutile e l’altro, si è ben reso conto che il suo Movimento diventato Partito non ha nomi né idee che possano risultare vincenti nelle competizioni locali. Tutte le batoste di questi ultimi anni stanno lì a dimostrarlo.

Ecco perché Di Maio punta tutto sul Pd. Senza il partito di Nicola Zingaretti il Movimento Cinque Stelle a livello locale non ha più nulla da proporre mentre a livello nazionale risulta evidentemente schiacciato fra un Pd relativamente rinvigorito e l’andreottismo di Giuseppe Conte (di cui non sa come sbarazzarsi). Lo schema spartitorio immaginati dal leader (di fatto) del M5s potrebbe essere presto applicato a Torino, dove i grillini rivendicano comunque un ruolo da protagonisti seppur in accordo con il Pd: e si sta lavorando per individuare un candidato comune “alla Sansa”, nella speranza che funzioni meglio del modello, gira il nome del professor Guido Saracco, preside del prestigioso Politecnico.

Per il Partito democratico, che ha anch’esso bisogno di un alleato, l’offerta politica di Di Maio appare un’ottima chance per riprendersi un città-simbolo come Torino da cui venne clamorosamente estromessa da questa giovane ragazza che sconfisse un big come Piero Fassino, sindaco uscente, una ferita che d’incanto oggi appare rimarginata nel segno del comune interesse di Pd e M5s. A Torino e forse non solo a Torino.

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