Atlantia vola in borsaIl mercato dimostra che Autostrade non è stata sottratta alle leggi di mercato

Nonostante i proclami di Luigi Di Maio e di Giuseppe Conte, Aspi ha trovato 13 holding internazionali disponibili ad acquistare le sue quote a prezzi non punitivi né per i Benetton né per gli altri soci. Il governo ha fatto quindi la sua ennesima brutta figura annullando - senza avere il coraggio di dirlo pubblicamente - il termine del 10 ottobre entro il quale, in mancanza di un accordo, avrebbe avviato la procedura di revoca della concessione

Afp

Il titolo Atlantia vola in questi giorni al rialzo in borsa e questo significa due cose. Innanzitutto che il mercato valuta che i Benetton e gli altri soci incasseranno un cospicuo numero di miliardi dalla vendita di Aspi, Autostrade per l’Italia, e che non saranno affatto “puniti” nel portafoglio, come voleva il Movimento 5 Stelle. In secondo luogo che il ministro degli esteri Luigi Di Maio ha fatto una figuraccia quando si è detto certo di avere «sottratto un bene strategico, autostrade, alla logica di mercato».

Al contrario, nonostante le gaffes giustizialiste e stataliste del presidente del consiglio Giuseppe Conte, di Di Maio e della ministra dei trasporti Paola De Micheli, è proprio la rigida legge del mercato che si sta imponendo grazie alla doppia strategia seguita da Atlantia.

Dopo avere rifiutato un ingresso di Cassa Depositi e Prestiti grazie ad un aumento di capitale, che avrebbe penalizzato oltre ai Benetton i soci e gli azionisti che detengono il 69,70% delle azioni di Atlantia, il Consiglio di amministrazione della società ha infatti inviato un esposto contro la logica punitiva del governo alla Consob – Commissione nazionale per le società e la Borsa – e contemporaneamente avviato un processo di dual track, tramite il quale ha ottenuto un eccellente successo: ben 13 sono state infatti le holding internazionali che si sono dette disponibili ad acquistare le quote di Aspi, detenute all’88% da Atlantia stessa. Tra queste il gruppo Gavio, il gruppo Toto, Blackstine e Maquarie, il fondo pensioni olandese Pggm, l’australiana Australian Super, il fondo Ifm, le embricante Stone Peacocks e Sixt Street e fondi sovrani asiatici Cic, Temasek ecc…

Nei fatti Cdp si è trovata confrontata con un’offerta di acquisto di Autostrade per l’Italia a valori di mercato, da parte di molti e qualificati offerenti, a prezzi non punitivi né per i Benetton né per gli altri soci.

A fronte di questa realtà di mercato, il governo Conte ha fatto la sua ennesima brutta figura e ha annullato – senza però avere il coraggio di dirlo pubblicamente – il termine del 10 ottobre entro il quale, in mancanza di un accordo, avrebbe avviato la procedura di revoca della concessione. Brutta figura ampliata dalla ennesima gaffe della sottosegretaria al ministero dell’economia e delle finanze Laura Castelli che proprio quel giorno ha affermato che «la procedura di revoca è già avviata». Falso.

Avendo come riferimento certo le offerte di acquisto di Aspi da parte del mercato, Atlantia ha offerto alla Cdp una esclusiva della trattativa sino al 18 ottobre, tanto che i contatti tecnici tra le due società si sono fatti intensi. Ma nel caso questa trattativa fallisse, Atlantia ha già fissato per il 30 ottobre un Consiglio di amministrazione per deliberare la vendita delle azioni di Aspi alle tredici holding che hanno già formalizzato il loro interesse all’acquisto. Inoltre, per rispondere alla richiesta di Cdp di ottenere una manleva per le richieste di risarcimento da parte di terzi per i danni provocati dal crollo del ponte, Atlantia ha offerto di calcolare uno sconto sul prezzo di vendita. Soluzione complessa, ma praticabile in via di principio.

Il punto focale è che il governo Conte non ha i poteri per obbligare Atlantia a vendere Aspi esclusivamente alla Cassa Depositi e Prestiti a un valore inferiore a quello di mercato, indicato dalle offerte delle 13 holding pronte all’acquisto di azioni avendo come riferimento la quotazione in borsa. Se mai lo facesse, come incredibilmente vogliono di Maio e i 5Stelle, si troverebbe di fronte ad una certa e dura procedura di infrazione da parte dell’Unione europea e sarebbe sicuramente punito anche da qualsiasi tribunale italiano e europeo.

Ma Atlantia e Aspi si sono premunite anche nei confronti della eventuale decisione del governo di procedere, in caso di fallimento delle trattative, alla revoca della concessione. Hanno infatti depositato nei giorni scorsi al tribunale di Genova corpose documentazioni peritali che attestano che il crollo del ponte Morandi è avvenuto non a causa di insufficiente manutenzione, ma di gravi difetti strutturali nelle colate di cemento armato nei pilastri e negli stralli al momento della costruzione nel 1966-67. In sostanza, queste perizie attestano che per errore dei costruttori si sono formate delle micro bolle d’aria, non rilevabili da nessuna strumentazione, nel pilastro e negli stralli crollati il 14 agosto 2018. Se così fosse, la responsabilità del disastro sarebbe tutta e solo da ascrivere al proprietario del ponte Morandi, il Ministero dei Trasporti, e non al concessionario.

Sarà questa dunque la linea difensiva di Atlantia e Aspi nel corso del processo in corso a Genova a riprova che l’iter processuale e la tesi della Procura (la responsabilità del crollo è tutta della mancata manutenzione) si dovranno confrontare sicuramente su tempi lunghi e su una complessa battaglia su corpose perizie tecniche contrapposte.

Tutto questo inficia la balda certezza di Conte, Di Maio e 5Stelle di poter procedere alla revoca della concessione in tempi certi e rapidi. Una revoca è infatti legalmente possibile, checché voglia il giustizialismo grillino, solo dopo una sentenza definitiva della Cassazione che attesti la responsabilità unica del concessionario nel crollo del ponte Morandi. Se si constata che sono passati più di due anni dal crollo e si è ancora nella fase istruttoria, è facile constatare che sarà questione di ulteriori anni e anni.

Una vicenda complessa nella quale a oggi una sola cosa è chiara: la vicenda autostrade si risolverà nel rispetto delle leggi del mercato e del diritto (e con una probabile buona soddisfazione economica dei Benetton). Ennesima sconfitta e brutta figura per Di Maio e i 5Stelle.

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