Il pedaggioDi Maio e Conte faranno pagare agli italiani il pasticcio sulle autostrade

Secondo Atlantia, il valore di Autostrade deve essere deciso dal mercato, non da bizantini aumenti di capitale dettati dal governo, ed ecco perché la società che gestisce la rete autostradale intende metterla all’asta e guadagnare molto di più. Se lo Stato vorrà andare fino in fondo e rilevarla difficilmente riuscirà a farlo con soli 3 miliardi, come promesso

ANDREAS SOLARO / AFP

Si complica il pasticciaccio brutto di Autostrade e non per colpa dei Benetton, ma di quel mercato che l’ineffabile ministro degli Esteri Luigi Di Maio è convinto di avere beffato. Sono i tanti soci esteri di Atlantia e Autostrade per l’Italia (Aspi) a bloccare l’esproprio della rete autostradale auspicato dal trio Conte-Di Maio-De Micheli il 14 luglio scorso. Il punto del contendere è semplice: secondo Atlantia, il valore di Autostrade deve essere deciso dal mercato, non da bizantini aumenti di capitale dettati dal governo. Mentre i Benetton se ne stanno defilati, i soci esteri di Atlantia e Aspi (Allianz, HSBC, fondo Glc di Singapore, TCI) si sono imposti e ora propongono al governo due strade per determinare il valore di Autostrade: una vendita attraverso un processo competitivo internazionale, con advisor neutrale, o una scissione fino all’88 per cento di Aspi mediante la creazione di un veicolo beneficiario da quotare in Borsa. Procedimenti limpidi, logici, inattaccabili sotto il profilo giuridico dinnanzi a qualsiasi Corte.

Il non piccolo problema è che se il valore di Autostrade viene determinato dal mercato e non dalle veline di Rocco Casalino, l’operazione porterebbe nelle tasche dei Benetton e dei soci stranieri non i 3-4 miliardi ipotizzati dal governo, ma molti miliardi in più. Miliardi che dovrebbero essere pagati da Cassa Depositi e Prestiti, che è del Tesoro, quindi dagli italiani.

Un capolavoro!

Ripetiamo: la pretesa di Atlantia di far valutare il valore di Autostrade dal mercato è inattaccabile e vincerebbe davanti a qualsiasi tribunale italiano o comunitario. Ma il problema drammatico è che la posizione del governo prescinde, anzi è opposta a questo dato di fatto. La sintesi della posizione dell’esecutivo giallorosso è stata enunciata da Di Maio la notte del 14 luglio: «Abbiamo sottratto un bene pubblico alla logica del mercato». È il bis di «abbiamo sconfitto la povertà», la summa del Di Maio-pensiero. Non populismo sociale, come si illude l’ottimo Goffredo Bettini, ma totale inadeguatezza. 

Solo un sprovveduto, pericoloso per sé e per gli altri, può pensare che un sistema colossale come quello delle autostrade italiane possa essere gestito, comprato o venduto fuori dalle regole del mercato. Ma così è.

In questo modo, la caparbia volontà dei 5 Stelle e di Conte – i «keynesiani de noantri», secondo la definizione di Angelo Panebianco – di farla pagare ai Benetton prima del giudizio della magistratura sul crollo del ponte Morandi avrà un esito scontato: riempirà di miliardi, miliardi nostri, degli italiani, le tasche dei Benetton e dei loro soci.