Le giostre della BorsaPiazza Affari torna (anche) italiana grazie a Cassa depositi e prestiti e Euronext

L’operazione, che ha subito un’accelerazione nell’ultima settimana, è molto gradita dal governo, convinto che grazie alla cordata italo-francese Milano acquisirà un ruolo di primo piano nel sistema dei centri finanziari europei sia a livello operativo che di governance

Afp

La Borsa torna italiana sotto l’insegna di Cassa depositi e prestiti e di Euronext, la confederazione di listini europei a guida francese. La decisione è stata diramata con due note separate da Euronext e dal London Stock Exchange (Lse), che controlla Borsa italiana dal 2007: Euronext rileverà il 100% del capitale di Borsa per un corrispettivo di 4,325 miliardi di euro (quasi il triplo del prezzo pagato da Lse tredici anni fa).

I dettagli dell’operazione trapelati nelle ultime settimane si trovano ora nero su bianco anche nel comunicato stampa di Cassa depositi e prestiti, che già nei giorni scorsi aveva manifestato ottimismo, a quanto è venuta a sapere Linkiesta, sul buon esito del deal: a giochi fatti Cdp possiederà il 7,3% del capitale azionario di Euronext, al pari dell’omologa francese Caisse des Dépôts et Consignations, mentre Intesa Sanpaolo, entrata in partita un mese fa per rafforzare la cordata italo-francese, acquisirà l’1,3% della holding eguagliando Bnp Paribas.

Non è immediato pensare al luogo per eccellenza delle compravendite come a un bene contendibile, eppure quella che riguarda Piazza Affari è solo l’ultima delle fusioni e acquisizioni nel settore dei mercati finanziari. Una giostra che negli ultimi vent’anni ha trasformato gli assetti della finanza mondiale.

A dar fuoco alla miccia è stato in questo caso l’Antitrust europeo. Prima dell’estate il London Stock Exchange aveva ufficializzato l’intenzione di cedere Piazza Affari per poter completare l’acquisizione di Refinitiv, un gigante da 27 miliardi di dollari provider di dati finanziari e gestore di piattaforme di trading (ex divisione di Thomson-Reuters). Disfarsi della Borsa italiana e della controllata Mts – la piattaforma internazionale dei titoli di Stato italiani che incide per oltre il 50% degli utili di Borsa – è la condizione posta dagli uffici di Margrethe Vestager per realizzare la più grande ambizione della Borsa di Londra: dar vita a un nuovo polo mondiale alternativo all’americana Bloomberg.

Ed ecco che per compiere il salto dimensionale Lse ha dato il via alla gara per accaparrarsi Milano, a cui hanno partecipato anche Deutsche Börse (la piazza finanziaria di Francoforte) e il gruppo svizzero Six che fa capo alla Borsa di Zurigo.

Che Euronext e Cdp fossero in pole position si era già capito a metà settembre, quando Lse a sorpresa ha concesso all’alleanza italo-francese una finestra esclusiva per formulare l’offerta vincolante (benché Six avesse avanzato una proposta iniziale più vantaggiosa). Adesso la palla passerà in mano alla Consob e a Bankitalia e soprattutto all’Antitrust Ue: se arriverà il disco verde nascerà un gruppo leader nel mercato dei capitali europeo, con sette piazze di scambi (Milano, Parigi, Amsterdam, Bruxelles, Lisbona, Dublino, Oslo) e oltre 1.800 società quotate, per un totale di 4.400 miliardi di euro di capitalizzazione.

Perché Londra abbia deciso di bruciare le tappe non è chiaro, ma la volontà di condurre in porto la fusione con Refinitiv potrebbe aver acceso i riflettori sull’unica ipotesi con «reali possibilità di successo», spiega Rony Hamaui, professore all’Università Cattolica di Milano e presidente di Intesa Sanpaolo ForValue: «Dopotutto, chi sarebbe mai andato contro il governo italiano, che in virtù della golden power poteva imporre veti e condizioni sulla vendita di Borsa?».

Dal canto suo, il governo non ha mai fatto mistero di caldeggiare il tandem Italia-Francia per rilevare l’asset italiano, tant’è che le interlocuzioni sono iniziate molti mesi prima della firma del memorandum of understanding tra Euronext e Cdp quest’estate. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha atteso il giorno prima della presentazione delle offerte per esplicitare il punto di vista del Mef, esprimendo la speranza che Borsa italiana restasse nell’alveo dell’Eurozona. E un’operazione “di sistema” era anche nei desideri di Mario Draghi, quando nel 2005 da governatore di Bankitalia si augurava l’ingresso di Borsa in una rete europea, preconizzando proprio quella che oggi viene definita Capital Markets Union, l’unione dei mercati dei capitali.

Insomma, la cordata Euronext-Cdp-Intesa sembrerebbe corrispondere a tutti questi requisiti.

E dal governo arriva infatti soddisfazione per l’accordo raggiunto: «L’operazione è estremamente positiva» commenta il viceministro dell’Economia Antonio Misiani a Linkiesta. «Il ritorno entro i confini dell’Unione europea consentirà di valorizzare il know-how di Borsa italiana, con Milano che acquisisce un ruolo di primo piano nel sistema delle piazze finanziarie europee sia a livello operativo che di governance».

In base all’accordo, Mts diventerà infatti il polo di Euronext per la trattazione di titoli obbligazionari. Sul fronte della governance, due italiani entreranno nella compagine del consiglio di sorveglianza di Euronext: il presidente e un amministratore in rappresentanza di Cdp. Inoltre, gli amministratori delegati di Borsa Spa, Raffaele Jerusalmi, e di Mts, Fabrizio Testa, faranno parte degli organi direttivi del gruppo.

Il ruolo di Cdp è stato subito messo sotto la lente dell’opinione pubblica, data la sua presenza sempre più pervasiva nei dossier considerati strategici per il rilancio della crescita. Ma la Cassa rassicura: «Cdp sarà un socio paziente e non intrusivo» precisa a Linkiesta l’avvocato Carlo Cerami, membro del Consiglio di amministrazione, «metteremo in piedi uno schema di sostegno alle imprese, da un punto di vista patrimoniale e di evoluzione del modello di business. Non è previsto l’ingresso dominante nelle compagini societarie».

Ma quanto è importante il ritorno di Piazza Affari in Italia e nell’Eurozona? Dal punto di vista di un investitore, non molto a quanto pare: «La borsa è prima di tutto un’infrastruttura» spiega Luca Tobagi, investment strategist di Invesco, «al pari di un’autostrada, deve essere solida e ben frequentata. Non conta tanto chi la possiede, ma che si possa viaggiare fluidamente e che i ponti non crollino».

Diversa è la prospettiva per le imprese che devono quotarsi: un tessuto produttivo come quello italiano fatto di realtà medie e piccole potrebbe beneficiare di una proprietà che conosca le loro esigenze specifiche. «Vogliamo che le imprese italiane abbiano accesso ai mercati finanziari. In quest’ottica, una presenza italiana nell’azionariato di Euronext, con voce in capitolo nell’organizzazione dei listini e nei requisiti di ingresso, può facilitare questo percorso».

Un’esigenza, quella dell’accesso ai listini borsistici, sottolineata anche dall’Ocse lo scorso gennaio nel rapporto Capital Markets Review of Italy, in cui si ricorda che negli ultimi dieci anni meno di quattro aziende all’anno si sono quotate a Piazza Affari. Alla fine del 2018, il valore totale delle azioni italiane quotate era pari a solo il 31% del Pil, di gran lunga inferiore al valore registrato in Francia (88%) e in Germania (46%).

Che il problema esista, come quello dell’eccessiva dipendenza delle aziende dal mercato del credito, lo sa anche il viceministro Misiani: «Dobbiamo costruire canali di finanziamento alternativi alle banche, Borsa deve migliorare l’incontro tra le pmi e i mercati dei capitali. Lungo questa direttrice, l’esperienza di Elite, il programma di Borsa italiana che raccoglie circa 1.500 pmi non quotate, ha notevoli potenzialità di sviluppo». Un progetto che Euronext ha promesso di estendere a tutta Europa.

La vendita di Borsa italiana si inserisce nel periodo d’oro dei mercati finanziari. In questi anni il modello di business delle borse ha subito molte trasformazioni: se da una parte si occupano ancora dell’ammissione a quotazione e della negoziazione di strumenti finanziari, le più dinamiche sono diventate dei colossi nel segmento del data mining, perché controllano i dati usati dagli investitori.

Questa nuova fonte di reddito è assai più remunerativa delle commissioni da negoziazione e i ricavi aumentano in modo esponenziale. «Quello delle borse è diventato uno dei business più redditizi al mondo. Se guardiamo ai multipli, sono paragonabili a Google. Ecco perché il London Stock Exchange è disposto a sacrificare Borsa italiana pur di impadronirsi del provider di dati Refinitiv» spiega il professor Hamaui.

In quest’ottica, ben venga l’operazione studiata a tavolino dal governo italiano, che ci consente di assumere un ruolo da protagonisti in un’infrastruttura finanziaria paneuropea. Ma Euronext, dove le commissioni da negoziazione pesano ancora per il 75% del suo fatturato, dovrà fare uno sforzo per evolvere verso una società di gestione dei dati, se non vuole essere mangiata a sua volta in un sol boccone dalle sue rivali. E a quel punto l’impegno per migliorare l’accesso ai mercati dei capitali delle imprese italiane sarebbe stato vano.