Fine lockdown maiNelle carceri la situazione dei contagi è di nuovo ad alto rischio

Il numero dei contagiati cresce rapidamente tra i detenuti, 215, e il personale penitenziario, 232. Gli operatori di polizia temono nuove rivolte e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede tenta una corsa contro il tempo per sventare nuovi focolai

Pixabay

«Con il Covid è molto più sicuro stare in carcere che fuori», scriveva ad aprile Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. Chissà cosa direbbe oggi che i contagi nelle prigioni italiane sono più che raddoppiati nel giro di pochi giorni. I numeri crescono rapidamente tra i detenuti, 215 positivi, e il personale penitenziario, 232 casi. Mancano spazi e padiglioni, in galera il distanziamento non esiste. Salvo qualche caso, le strutture non possono fare tamponi autonomamente. E molti istituti non riescono nemmeno a isolare i nuovi arrestati che entrano. Così il ministro Bonafede apre le celle e manda a casa cinquemila persone.

«Ricordiamoci che quella carceraria è una popolazione molto vulnerabile dal punto di vista sanitario», spiega a Linkiesta il Garante nazionale Mauro Palma. Da Nord a Sud, le paure si sprecano. A Terni il focolaio più preoccupante, in alta sicurezza: 68 detenuti su 514 sono risultati positivi al Covid. Gli addetti ai lavori evocano il cosiddetto “effetto rsa”, quello di un contagio che potrebbe diffondersi senza controllo tra le mura della prigione. Gli agenti temono nuove rivolte, dopo che a marzo una cinquantina di penitenziari sono stati devastati e 13 persone hanno perso la vita.

«Nella prima ondata non è scoppiata una bomba sanitaria, ma non è detto che la scampiamo anche questa volta. Il carcere è un ambiente ad alto rischio, chiuso e sovraffollato. Molte persone arrivano dalla marginalità estrema, non si sono mai curate prima o hanno patologie pregresse». Susanna Marietti è la coordinatrice di Antigone, associazione attiva da anni per i diritti e le garanzie del sistema penitenziario.

A Linkiesta racconta le preoccupazioni di chi ogni giorno entra nelle patrie galere: «Se l’emergenza sanitaria arriva lì dentro, la sentiremo tutti. Ci ritroveremo in un attimo decine di migliaia di persone che peseranno sul sistema sanitario. Anche per questo bisogna intervenire subito e prevenire, partendo dalla ricerca di nuovi spazi per isolare le persone».

In diversi istituti sono state allestite sezioni Covid e alcuni direttori organizzano i turni per le ore di passeggio in modo da evitare assembramenti. Ma in galera la distanza non c’è, inutile girarci intorno. «Bisogna lavorare per abbassare il numero delle persone ristrette in carcere, è l’unico modo per creare più spazi», spiega il Garante nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma. «Dobbiamo puntare ad avere dei ricoveri dedicati, che oggi non ci sono, dove gestire i detenuti con sintomi lievi, in questi casi non bisogna gravare sugli ospedali».

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è corso ai ripari. Un pacchetto di norme, contenuto nel decreto Ristori, prevede che le pene fino a 18 mesi potranno essere scontate a casa col braccialetto elettronico, a eccezione dei condannati per reati gravi. Tra le nuove misure del governo ci sono anche licenze straordinarie e permessi premio più lunghi. Così usciranno cinquemila persone su un totale di 54.800 reclusi. L’obiettivo è alleggerire gli istituti per recuperare locali e sezioni da destinare agli isolamenti. Una corsa contro il tempo, lo sa bene il Garante Palma. «Serve una rapida applicazione del decreto, la situazione cambia continuamente e non sappiamo cosa accadrà tra sette giorni».

All’Associazione Antigone è ricominciato il flusso di telefonate, messaggi e mail da parte dei parenti dei detenuti in apprensione per le condizioni dei loro cari. «Chiedono aiuto, cercano informazioni, temono per i congiunti che hanno già altre malattie», spiega la coordinatrice Susanna Marietti. «Un’ansia doppia, per il carcere e per il Covid» la definisce il Garante Palma, anche lui subissato da «un numero enorme di segnalazioni».

Intanto il Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria ha siglato un protocollo sanitario con i sindacati di Polizia Penitenziaria. «Servirebbero provvedimenti coraggiosi – insiste Marietti di Antigone – bisogna dare respiro alle carceri, purtroppo da anni si racconta alla gente che mandando le persone ai domiciliari facciamo un ‘liberi tutti’. E questa è una sciocchezza. Le pene alternative sono fondamentali, ancor di più in un momento delicato come quello che stiamo vivendo».

Ma in tempi di giustizialismo e manette diventa tutto più complicato. Con il leader della Lega Matteo Salvini, seguito a ruota da Giorgia Meloni di Fdi, che grida allo scandalo: «Il governo chiude ristoranti e palestre ma apre i cancelli delle galere per mandare a casa i delinquenti con la scusa del Covid». D’altronde, si sa, la politica non ha mai avuto un buon rapporto col mondo penitenziario.

Anche prima della pandemia, le prigioni italiane si trascinavano tra problemi e inefficienze. «Il carcere è una nave che imbarca acqua in tempi di mare calmo, se poi arriva una tempesta rischia di andare a fondo. È successo a marzo con la prima ondata del virus e le rivolte». Gennarino De Fazio è il segretario generale della UILPA Polizia Penitenziaria. A Linkiesta spiega: «Il carcere non è una struttura a prova di Covid, si fa quel che si può. Anche solo parlare di sanificazione dei luoghi diventa un ossimoro, ci sono strutture decadenti senza alcuna manutenzione. Ambienti che non sono mai stati salubri».

I sindacati denunciano la mancanza di spazi, l’impossibilità di limitare i contatti tra le persone. «I cosiddetti ‘nuovi giunti’ – continua De Fazio – vengono isolati dai detenuti già presenti nella struttura, ma poi in molti casi vengono messi insieme tra di loro perché non ci sono abbastanza celle».

L’inquietudine degli operatori di polizia è rivolta al rischio di nuovi disordini, dopo quelli di qualche mese fa in tutta Italia, che a Foggia causarono anche la maxi evasione di 72 persone. Oggi la situazione è sotto controllo, domani chissà. Finora si sono registrati pochi segnali: a Pavia i detenuti hanno ritardato il rientro dai passeggi, a Rebibbia alcuni accenni di ‘battitura’.

«Le proteste di questi giorni nelle piazze italiane strumentalizzate da frange violente non aiutano. Le carceri sono polveriere pronte a deflagrare», spiega Gennarino De Fazio. Le micce per proteste future possono essere diverse: il rapido aumento dei contagi, eventuali restrizioni ai colloqui con i familiari in caso di lockdown. E le scarcerazioni per alcuni ma non per altri.

«In caso di rivolte violente non saremmo pronti. Siamo pochi, mal equipaggiati e senza alcun tipo di addestramento. Mancano almeno ventimila agenti rispetto alla dotazione organica ottimale, non abbiamo scudi né sfollagente. Sembriamo i Flintstones, quelli del cartone animato con la clava. Durante le sommosse di marzo la Polizia di Stato ha dovuto prestarci i caschi», racconta il sindacalista della Uil.

A differenza delle altre forze dell’ordine, che col decreto ristori ottengono un aumento delle indennità per il lavoro straordinario in questo periodo di emergenza, gli agenti penitenziari non riceveranno nulla. «Peccato che anche noi abbiamo dovuto aumentare le attività di controllo, il lavoro è sempre più delicato. Ma d’altronde sono anni che la politica ha abbandonato le carceri e anche questo governo se ne dimentica».

Quello dei disordini è un pensiero che assilla gli addetti ai lavori. Il Garante dei detenuti Mauro Palma non ha dubbi: «A marzo si è fatto troppo allarmismo su restrizioni ed emergenza sanitaria. È stato un errore che poi ha provocato tensioni. Oggi bisogna lavorare seriamente sulla comunicazione e chiarire la portata dei provvedimenti che si adottano. I detenuti devono essere coinvolti dentro un problema che è comune e generale, il Covid. Non devono sentirsi abbandonati». Chiudere la cella e buttare la chiave non serve a nulla.

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