Dei delitti e delle peneIl problema delle carceri italiane è che i detenuti vengono puniti, non rieducati

Il magistrato Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze, ed Edoardo Vigna, giornalista del Corriere della Sera, analizzano la reale utilità degli istituti penitenziari nel libro “Vendetta pubblica” (Laterza), riportandoci alla vera funzione dello Stato

La situazione nelle carceri è una faccenda seria, una questione che non va sottovalutata, perché come pensiamo o trattiamo i condannati delinea il nostro essere civili, il nostro essere persone all’interno di una comunità che pensa senza agire di pancia. E forse, di questo, ci dimentichiamo troppo spesso. Lo scopo del carcere, occorre sempre ricordarlo, non è rinchiudere una persona, pensarla senza speranza e “sbattere via la chiave”. Lo scopo del carcere, quello vero, fondante e costituzionale, è rieducare; permettere alle persone che hanno scontato una pena di rientrare in società e di ricostruirsi un’identità, una vita.

E anche se non sempre questo avviene, a causa di diversi fattori, pensare che ci sia un ideale che vada oltre la pena e che riabiliti la persona, ci rende comunque cittadini migliori. La funzione della pena non è punitiva, ma rieducativa ed è la Costituzione stessa che ne riconosce dignità. Articolo 27: «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Sarà che, nei tempi moderni, la foga dell’esposizione del condannato ha trovato nuova linfa in primitivi processi sommari mediatici, dove la tv e i social decidono se uno è colpevole o innocente prima ancora che lo faccia la legge. Ma le persone sono sempre state attratte da pene esemplari.

«Devono soffrire, devono pagare». Ne sono esempio le ghigliottine in pubblica piazza, le impiccagioni del passato. La storia insegna che se c’è un delitto, bisogna dare il carnefice in pasto alla folla come essere umano finito. La spettacolarizzazione della pena, “sorvegliare e punire”. Ah, Foucault. Siamo tornati indietro, l’essere umano non si smentisce mai: abbiamo sostituito le piazze con arene social e processi televisivi. La pubblica gogna. Assoluzioni che sui titoli dei giornali pesano meno di accuse infondate.

Sarà che il reale è diverso dall’ideale, che se un carcerato vive in un ambiente degradato e sovraffollato non avrà imparato nulla e se lo Stato non gli avrà dato gli strumenti necessari per ricostruirsi un’esistenza, sarà difficilissimo per lui tornare dalla parte del bene. Le pene, però, prima o poi, finiscono. E quelli che erano detenuti dovranno ritornare alla vita normale.

E allora c’è questo libro che analizza la realtà delle carceri italiane, non lesinando su particolari della vita in quei luoghi, riportandoci alla vera funzione dello Stato e rispondendo a due cose importanti: «a cosa serve il carcere? A che cosa serve la pena?». Il libro si chiama “Vendetta pubblica”, edizione Laterza, è appena uscito ed è stato scritto da un giornalista e un magistrato. Gli autori Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze ed Edoardo Vigna, giornalista del Corriere, sono convinti che «la pena come vendetta non è compatibile con uno Stato democratico. E occuparci del carcere vuol dire occuparci dello stato di salute della nostra democrazia».

Nel libro si descrive la vita vera nelle carceri, si parla di semilibertà, dei permessi premio, del valore del lavoro, della violenza, del durante e del dopo. E si parla di numeri: al 30 aprile 2020, i detenuti in Italia sono 53.904. Di questi, 37.098 si trovano in carcere per condanna definitiva. Quelli che scontano l’ergastolo sono il 4,4 per cento del totale. La media europea è invece di 3,5 per cento dei condannati. Il “buttiamo via la chiave” come slogan di un populismo penale è a pagina sette, già nel l’introduzione.

In Italia si sta in carcere di più e quindi c’è un elemento maggiormente de-socializzante rispetto ad altri paesi, dice il libro. Il che vuol dire che gli ex carcerati fanno più fatica, dopo aver scontato la pena, a trovare una normalità e a ricostruirsi una vita civile dopo il carcere. Nel nostro Paese la recidiva degli ex carcerati è molto alta: sette su dieci tornano sulla strada sbagliata. Mentre – scrivono gli autori – solo due su dieci tra coloro che hanno trascorso la parte finale della pena in misura alternativa, tornano a delinquere.

Ed è ancora meglio per chi, durante gli anni trascorsi tra le sbarre, ha lavorato: la percentuale di recidiva scende all’1%. Il problema, scrivono, è che solo a tre detenuti su dieci viene concessa la possibilità di lavorare. Insegnare al detenuto i principi dello stato di diritto e della sua esistenza come persona è un altro tassello importante. Se il detenuto si percepisce come persona con diritti e doveri, anziché venir trattato come non-persona, è più probabile che rispetti l’altro, una volta fuori.

I crimini esisteranno sempre, il male esiste e fa parte dell’essere umano. Ma secondo Costituzione, nessuno è irrecuperabile, anche il delinquente peggiore. Se il movimento di pancia prevede una “vendetta pubblica”, dove si gioisce quasi nel veder un uomo o una donna dati per perduti, ottimale sarebbe vedere il ritorno a una vita civile che permetta alla persona che entra in un carcere di uscirne migliore di quando è entrata, con l’aspettativa che non torni a delinquere. No?

Perché, alla fine, come scrivono gli autori, «la società dovrà fare i conti con una persona che viene sbattuta fuori dalla porta del carcere, e che quando si troverà lì davanti, con la sua valigia in mano e le spalle alla prigione in cui ha vissuto un certo numero di anni, avrà di fronte un bivio». Un bivio verso cui dovremmo imparare a guardare.

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