Il presidente ZeligIl discorso di Conte ad Assisi svela un uomo in piena conversione spirituale, chissà se vera o di facciata

Il capo dell’esecutivo è sembrato fin troppo ispirato per i suoi standard: più che da Azzeccagarbugli ha parlato come Zarathustra di Nietzsche, o Emmanuel Mounier, con accenti pascaliani e altri evangelico-comunisti, e non è mancata una virata rinascimental-erasmiana. Sì, fa ridere

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Come l’immortale Zelig di Woody Allen, Giuseppe Conte assume sembianze mutevoli a seconda del luogo in cui si trova, alternando linguaggi e sguardi sulle cose con una disinvoltura, appunto, degna di quel celebre personaggio cinematografico.

Anche se in versione leggermente più dandy: vola rasoterra nei salamelecchi di Villa Pamphilj, si fa erede sbilenco dell’andreottismo in Parlamento, diventa mellifluo come i politicanti melliflui che non dicono nulla in televisione, diventa affabile con i commercianti delle viuzze dietro la Camera, e poi…

E poi improvvisamente ecco che in quel di Assisi, luogo ispiratore di alti sentimenti e densissime filosofie, il Conte-Zelig librarsi nel cielo giottesco facendosi apostolo di una rigenerata esistenza e scultore di quell’uomo nuovo che non potrà non vedere la luce dopo la catastrofe, in un grandioso processo di rinnovamento e di conversione spirituale.

Ma ascoltiamolo, l’avvocato diventato profeta, un vero Zarathustra dei nostri giorni: «Siamo chiamati a volgere lo sguardo al futuro abbracciando con coraggio, con fiducia, una prospettiva di rinascita, un’autentica conversione, verso un modello di sviluppo più equo e sostenibile, più attento all’ambiente, orientato al pieno, integrale sviluppo della persona».

Il senso del limite, questo sconosciuto: «Conversione», nientemeno, parola altissima. Ma chi sei, il cardinale Federico Borromeo?

Conte-Zelig se avesse parlato con versi poetici avrebbe emulato Alfieri o almeno Foscolo: «Dobbiamo cogliere questa straordinaria opportunità, l’attesa di una nuova alba che oltrepassi i tanti confini che ci hanno diviso e impoverito. La nostra missione e attività di governo richiede uno sguardo fisso sul futuro tanto ampio da custodire e rigenerare la casa comune per le future generazioni. Lo faremo: stiamo elaborando un piano nazionale per un Paese rigenerato».

Quanto Ottocento in questi arditi proponimenti, quanto patriottismo delle classi dominanti.

E le parole sono importanti, già.

«Rigenerazione» per – e qui c’è Emmanuel Mounier – lo sviluppo integrale della persona; la «nuova alba», come quella evocata dal grande latinista Concetto Marchesi sulla fine del fascismo («Tra l’oggi e il domani c’è di mezzo un’aurora e una nuova alba»); una «prospettiva di rinascita» – che Zelig abbia voluto alludere alla Resurrezione del terzo giorno o al riscatto italiano vagheggiato da Guicciardini, o alla nuova frontiera kennediana? (Anche se poi, purtroppo, il presidente è ricaduto nel vizio di citare un “piano di rinascita” il cui copyright è di Licio Gelli; ma non essendo certissimo che l’avvocato ne ricordi qualcosa, passiamo oltre).

Non sfuggano nell’omelia di Assisi gli accenti pascaliani – «Occorre prioritariamente una rigenerazione interiore» – né quelli evangelico-comunisti – «Una radicale mutazione di passo e di prospettiva anche sul piano culturale, una rivoluzione che ci coinvolga tutti e abbia al centro l’uomo».

Laddove questa rigenerazione-rivoluzione sembra però mescolare il piano interiore con quello storico in un intreccio che di solito porta all’integralismo e al totalitarismo, dato che quando la politica ha preteso di “cambiare l’uomo” spesso ha condotto a lager e gulag: il che certamente è quanto di più lontano dall’animo del presidente del Consiglio e tuttavia proprio per questo il Conte-Zelig dovrebbe andarci piano, perché spararla così in alto?

Difficile infatti ipotizzare che “l’uomo” cambierà per effetto del Conte bis e dell’alleanza strategica Crimi-Zingaretti.

Poi dopo una piccola virata rinascimental-erasmiana («Rinnovo l’appello per un nuovo umanesimo quale orizzonte ideale entro il quale disegnare le politiche dei prossimi anni») ecco l’innalzarsi verso il grande esistenzialismo novecentesco, all’assurdità dell’essere e alla banalità del male: «L’uomo contemporaneo ha dovuto misurarsi con la fragilità della sua condizione, con l’angoscia, con lo smarrimento di dover affrontare un nemico invisibile», da cui promana la “rabbia” come tratto distintivo di un finis mundi terribile ma non inevitabile.

Voleva essere un inno alla grande politica quando basterebbe una politica senza aggettivi, è stato come un volersi mondare da un senso di colpa per la troppa politica politicante: forse l’uomo-Conte con questi toni elevatissimi ha creduto di ribellarsi al destino che parrebbe volerlo relegare nel girone dantesco degli ignavi, e se così fosse andrebbe persino capito e perdonato.

A condizione che presto Zelig torni sulla Terra ricordando sempre il nietzschiano Zarathustra: «Ho volato troppo dentro il futuro: tanto che un brivido mi colse».

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