Fatti non fosteLa rigenerazione interiore di Conte, il Mose e la politica della fuffa

Il premier parla di «nuova prospettiva umanistica» e si appella alla spiritualità francescana. Forse perché i fondi europei del Mes restano un miraggio mentre il Paese naviga a vista e senza un indirizzo politico preciso

(Photo by Olivier Hoslet / POOL / AFP)

Confesso di non riuscire ad afferrare appieno il significato della «rigenerazione interiore» invocata dal nostro presidente del consiglio nella sua omelia di domenica dalla loggia del sacro convento di Assisi. A meno che per “rigenerazione” non intendesse il taglio delle “poltrone”, il blocco della prescrizione, il versamento mensile alla Casaleggio Associati o il bonus monopattino.

«La spiritualità francescana incentrata sull’uomo – ha detto Conte – è la fonte più feconda cui possiamo attingere, per dare sostanza a questa nuova prospettiva umanistica». E noi che pensavamo che la fonte più feconda cui attingere, in questo momento, fossero i fondi europei del Mes (che sono lì pronti da mesi, in attesa che i Cinquestelle risolvano il loro psicodramma). Macché, siamo solo una manica di torvi materialisti, avvinghiati al dio denaro. Quando, tra breve, chi lavora in prima linea nei nostri ospedali si troverà a corto di personale, di posti letto, di medicinali e di macchinari per l’ossigeno, gli risponderanno che prima si deve rigenerare interiormente, e abbracciare un nuovo umanesimo.

Del resto, è la svolta che tutti si attendevano da decenni, e che i sacrifici del lockdown rendono più che mai urgente. Lasciare alle spalle gli egoismi del modello consumistico, aprirsi alla vita frugale, alla solidarietà e allo sviluppo sostenibile. Che la globalizzazione fosse senz’anima, che l’Europa non avesse un’anima, ce lo siamo sentiti ripetere per anni dalle sponde più disparate: lo dicevano Varoufakis e Frattini, Ratzinger e Grillo. Le radici giudaico-cristiane, gli «spettrali banchieri della Ue», la Troika assetata di sangue, la dittatura dell’austerità, gli «algidi governi tecnici» (Di Maio). Senz’anima sarebbe pure Ursula von der Leyen, almeno secondo Carlo Fidanza, capo delegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo: non difenderebbe abbastanza la libertà di culto contro il fanatismo islamico.

Pentitevi, l’apocalisse è vicina. L’aspettativa di una trasformazione spirituale della società ricorreva spesso nei discorsi di Giorgio La Pira, leggendario sindaco di Firenze negli anni Cinquanta e Sessanta, che profetizzava «l’età dello Spirito Santo. L’età in cui o avviene la distruzione o la fioritura della terra» e invitava a valorizzare la forza fondamentale dell’«uomo interiore, che muove qualunque cosa». Ma pur essendo devoto di Padre Pio, Conte non è La Pira. E comunque, mentre attendiamo la beatificazione del “sindaco santo”, non sentiamo nessun bisogno di un “premier santo”.

Anche perché la storia ci rende diffidenti verso chi predica la rigenerazione interiore. L’uomo nuovo, la mutazione antropologica del cittadino, è sempre stato un obiettivo dei regimi totalitari: il sabato fascista, il moschetto al posto del mandolino e il “voi” invece del “lei”, la “nuova persona sovietica” di Stalin, l’hombre nuevo di Fidel Castro. Le democrazie liberali sono fondate su un presupposto più laico, e se vogliamo più pessimistico: l’uomo nuovo non è mai esistito e non potrà mai esistere, per il semplice motivo che l’uomo non cambia. Non si rigenera, semmai degenera. L’unico modo per evitare che faccia troppi danni non è imporgli il cilicio, le leggi fascistissime, la fedeltà al capo o al sacro blog, ma assoggettarlo a un sistema di leggi e di meccanismi economici che disincentivi i comportamenti delittuosi e incoraggi quelli virtuosi.

Ci sono due immagini di eventi accaduti quasi in contemporanea al discorso di Conte ad Assisi, che rappresentano simbolicamente i tormenti secolari dell’Italia: le paratie del Mose che si sollevano nella laguna di Venezia, e la casa in costruzione stramazzata sul torrente in piena a Limone Piemonte.

Se le piccole opere dei geometri e degli assessori che hanno devastato il territorio nazionale avessero suscitato anche soltanto un decimo, un centesimo, un millesimo dell’opposizione riservata alle grandi opere, forse non conteremmo i morti a ogni alluvione e potremmo andare in Piazza San Marco senza stivali (e in treno da Milano a Parigi in quattro ore). È questa la rigenerazione di cui abbiamo bisogno. Di una politica dei fatti: investimenti, scuola, formazione, ricerca scientifica, innovazione, infrastrutture moderne. Non di una “politica dell’anima” che sconfina facilmente nella politica della fuffa.

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