Quello che non c’èCol nuovo decreto, il governo alza bandiera bianca e dice agli italiani di arrangiarsi

L’ultimo dpcm non prevede alcuna nuova regola per Asl e aziende di trasporto, sulle quali pesa l’indisponibilità delle Regioni e l’inefficienza della burocrazia, e nulla su come rendere più efficace la sua azione

(Photo by Andreas SOLARO / AFP)

Nel primo giorno senza cene fuori, senza aperitivi, senza palestre, senza movida tranne quella garantita dai falò della protesta (ieri è toccato a Torino) più che guardare a quel che c’è nell’ultimo Dpcm è necessario fare attenzione a quello che non c’è.

Se i comportamenti privati sono stati radicalmente modificati dalle nuove disposizioni, l’azione pubblica non è stata toccata in alcun modo nemmeno dal secondo provvedimento prodotto da Palazzo Chigi in meno di una settimana. In materia di tamponi, laboratori, rapidità di diagnosi, servizi medici domiciliari ma anche treni, autobus, metropolitane, siamo rimasti fermi alle regole del primo settembre, quando l’epidemia era una questione di episodici focolai, di discoteche o feste troppo affollate, di reduci dai bagordi di Ibiza o della Croazia, e si poteva ancora immaginare di esserne usciti limitando i danni.

Oggi abbiamo capito l’errore, siamo consapevoli della gravità della situazione, e tuttavia la distanza tra i nuovi doveri addossati ai privati cittadini e la scarsa assunzione di responsabilità del pubblico, in tutte le sue ramificazioni, si è fatta enorme. Noi dobbiamo prendere atto dell’emergenza e stravolgere il nostro stile di vita, “loro” no. “Loro” – le Asl e le aziende di trasporto, l’organizzazione sanitaria di base, le ferrovie possono continuare come prima, sono salvaguardati dallo stress della riorganizzazione che impegna una larga parte del Paese e i suoi ritmi di di lavoro, di studio, di svago.

Non c’è, nell’ultimo Dpcm, alcuna norma che vincoli i trasporti a vigilare e limitare gli accessi o a usare le risorse largamente distribuite dallo Stato per noleggiare autisti e bus turistici nelle ore di punta. Non c’è uno standard che imponga alle singole aziende sanitarie livelli minimi di efficienza nell’esecuzione dei tamponi e delle risposte ai test. Non ci sono obblighi nuovi per le visite domiciliari, né disposizioni specifiche per i medici e i pediatri di famiglia che in quasi tutte le città intimano ai potenziali malati di tenersi alla larga dai loro studi. Non ci sono indicazioni aggiornate sull’utilizzo di Immuni, né sul ripristino del reddito di emergenza per chi è escluso dalla Cig e si trova obbligato a quarantene precauzionali.

Sappiamo perché accade. Molte di queste incombenze chiamano in causa le relazioni tra lo Stato centrale e le Regioni, indisponibili a cedere quote di sovranità sulla sanità e su tutte le funzioni collegate, dall’acquisto dei kit diagnostici alla gestione del personale. Molte altre incrociano associazioni sindacali o datoriali assai potenti come l’Asstra, che riunisce la quasi totalità delle aziende di trasporto locale, determinate a conservare la capienza e la routine pre-Covid sui loro bus. La maggior parte richiedono controlli e incombenze che nessuno vuole addossarsi in base al criterio-cardine di ogni burocrazia inefficiente: non spetta a me.

Così, la percezione del cittadino medio è quella di un ritorno ai grandi disastri epidemici dell’epoca pre-moderna, prima che inventassimo il welfare e ci caricassimo di tasse per portare nella sfera pubblica il diritto alla salute e quello al lavoro. Il virus è tornato ad essere un affare privato, personale. Lo Stato ci darà disposizioni e consigli, in qualche caso offrirà ristoro economico alle perdite, ma sulla prima linea dell’emergenza sanitaria sembra aver alzato bandiera bianca: più di quello che sta facendo – ci dicono i troppi capitoli mancanti dell’ultimo Dpcm – non può fare.

A Roma ci sono potenziali malati – persone con la febbre, anziane – che da giorni cercano un contatto per ottenere una visita o un test a domicilio. Il suggerimento informale che gli viene dato è di dichiarare un indice di saturazione dell’ossigeno inferiore all’85 per cento: in questo caso, arriverà un’ambulanza e saranno controllati come si deve. A quelli in coda per un tampone nei pit-stop si consiglia, sempre informalmente, di dichiararsi pazienti in attesa di intervento perché avranno un accesso più veloce. Il passaparola su queste piccole furbate conferma che il segnale della resa è già scivolato lungo le catene gerarchiche, dai massimi livelli ai sottoscala amministrativi, consegnando ai cittadini stupefatti il più antimoderno e il più “italiano” dei messaggi: è arrivato il momento di arrangiarsi, arrangiatevi come potete.

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