Dignità, non solo sussidiIl governo deve tenere aperti i teatri perché sono come le scuole: hanno una funzione sociale, dice Andrée Ruth Shammah

La fondatrice del Teatro Parenti di Milano annuncia a Linkiesta che non manderà i suoi dipendenti in cassa integrazione ed è pronta a riaprire il prima possibile: «Diventare una comunità ogni sera è un miracolo che non dobbiamo perdere a causa di un dpcm»

Teatro Parenti

Il governo ha deciso di chiudere gli unici luoghi in Italia dove non ci sono stati contagi: i teatri. Secondo l’Associazione generale italiana dello spettacolo dal 15 giugno a inizio ottobre le Asl territoriali hanno registrato un solo caso di contagio da coronavirus su 347.262 spettatori in 2.782 spettacoli monitorati tra lirica, prosa, danza e concerti. Ripetiamo: un solo caso su oltre 347mila spettatori. 

I numeri, anzi un numero così dovrebbe far capire l’esempio virtuoso di gestione degli spazi pubblici durante la pandemia e il rispetto dei protocolli per la tutela della salute da parte degli operatori dello spettacolo. Eppure il governo non si è fatto problemi a chiudere per tutto il mese di novembre cinema, teatri e sale da concerto. «In questo momento la priorità è salvaguardare la vita delle persone» ha detto il ministro della Cultura Dario Franceschini. 

Ma c’è qualcuno che non si arrende all’ennesimo dpcm sconnesso dalla realtà. Ruth Shammah fondatrice e anima del Teatro Parenti di Milano ha deciso di andare controcorrente: non manderà nessuno dei suoi dipendenti in cassa integrazione. «Li faremo lavorare tutti, dpcm o no. Ci indebiteremo perdendo dei soldi. Ci prepareremo all’apertura, perché riapriremo», spiega Shammah. «Faremo dei lavori di abbellimento della sala, metteremo a posto i nostri magazzini, tuteleremo la salute delle persone come abbiamo sempre fatto. Se faranno il coprifuoco alle 21 organizzeremo gli spettacoli alle 19. Chiuderanno tutto alle 20? Faremo gli spettacoli alle 18. Non vogliamo togliere il teatro a chi lo vuole». 

Shammah è anche promotrice insieme a Cultura Italiae di “Vissi d’arte”, un appello indirizzato al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che ha già raccolto oltre 90mila firme in cui si chiede la riapertura dei teatri al più presto. In attesa che avvenga Shammah ha annunciato a Linkiesta  di volere rispondere sul punto alle rimostranze del governo. «Siccome ci dicono che il problema sono i trasporti, quando riapriranno i teatri creeremo un servizio di navetta nelle piazze della città per evitare che le persone prendano i mezzi che evidentemente il governo sostiene siano affollati a quell’ora. Faremo questo servizio di navetta, sperando di trovare uno sponsor che ci aiuti,  noleggiando i taxi che per colpa della pandemia saranno poco utilizzati». 

L’obiettivo della protesta di Shammah non è quello di ricevere sussidi, ristori o trattamenti di favore dal governo. Il Teatro Parenti chiede una cosa che i soldi non possono comprare: la considerazione e il rispetto per la funzione del teatro nella nostra società e la considerazione per chi ha investito migliaia di euro per dare ai cittadini italiani la possibilità di accedere a spettacoli e concerti per astrarsi, per almeno due ore dalla quotidianità.

«Noi rispettiamo tutti i settori e le categorie che sono veramente messe in ginocchio da questa situazione, specialmente i ristoratori e i bar. Le strade di Napoli, al di là degli infiltrati, ci danno uno specchio della disperazione in atto: la gente non arriva alla fine del mese. Non ci crediamo al di sopra degli altri, per niente», spiega Shammah a Linkiesta. «Tutti sono in ginocchio e noi anche. Per fortuna sta finalmente passando il concetto che il teatro non è fatto di pochi attori vip che vanno sul palcoscenico e si esibiscono. Dietro ci sono tantissimi lavoratori: tutto l’indotto mobilità più di 500mila persone». 

Shammah, cosa la fa arrabbiare di più di questa chiusura?
La mancanza di considerazione che ho provato quando ho sentito il presidente del Consiglio definire dolorosa la chiusura dei teatri promettendo però allo stesso tempo dei ristori. Ma i soldi non rimarginano questa ferita. Quando si parla di salute sembra solo che ci sia il corpo, ma migliaia di studi di neuroscienziati ci dicono che il corpo è dettato dagli stimoli della mente. Quando si ascolta la musica, si vede un film o un’opera teatrale il cervello manda segnali benefici al corpo. Ma c’è una cosa ancora più grave in queste ore. 

Quale?
Il grande equivoco sulla sicurezza nei teatri. Non pensiamo che la chiusura aiuti ad abbassare la curva dei contagi. Le assicuro che nessuno direbbe bah se avessimo la convinzione che i teatri sono focolai di contagio. Siamo tutte persone responsabili, soffriamo nel vedere la gente morire e speriamo di vedere al più presto la fine della seconda ondata. Ma bisogna guardare ai dati: questa estate c’è stato un solo contagio in oltre 2700 spettacoli. Ho paura che quando riapriremo, avendo fatto intendere che i teatri sono posti non sicuri, il rischio è che la gente avrà disagio a tornarci. Non deve succedere. Ho dedicato tutta la mia vita a convincere la gente ad andare a teatro e ora che avevamo le sale piene, non possiamo permettere che la pandemia distrugga questi anni di lavoro. E lasci la gente davanti alla televisione. 

Qual è stata la risposta del pubblico questa estate? Si sono sentiti protetti a teatro?
Al Teatro Parenti abbiamo delle persone anziane che sono venute agli spettacoli addirittura con la bombola dell’ossigeno dicendoci: “Siamo più sicuri qui che altrove”. Un altro ha detto rivolgendosi a Stefano Massini: “Pur di venire sono disposto a vestirmi da palombaro”. Ecco, non possiamo sottovalutare il problema della solitudine che il teatro per fortuna riesce ad alleggerire. Non vogliamo far perdere al pubblico questa carezza emotiva, questo nutrimento dello spirito. Questa estate, con la riapertura dopo la prima ondata abbiamo capito quanto sia importante avere spazi del genere durante la pandemia. Abbiamo dato al pubblico qualcosa di cui aveva bisogno e lo abbiamo fatto anche pagando un costo alto. 

Quanto vi è costato tenere aperto questa estate?
Molto. Tenendo il teatro chiuso, senza produzioni e personale, avremmo avuto meno spese e comunque a teatro chiuso arrivavano i contributi dal ministero. Certo, rimane incalcolabile la perdita dei mancati affitti per gli eventi come il salone del Mobile o le conferenze e gli sponsor. Ma abbiamo deciso di aprire questa estate e per garantire i protocolli di sicurezza abbiamo dovuto fare degli investimenti, prendere dei prestiti in banca. Eppure pensiamo che i teatri debbano essere aperti perché questa è la nostra funzione. Il Teatro Parenti vuole essere un servizio pubblico. Come gli ospedali e i vigili del fuoco. 

Chiariamo però un punto: a voi servono gli aiuti del governo.
Sì, come a tutte le altre categorie. Ma sia chiaro: non vogliamo i soldi dello Stato per tenere la gente a casa, vogliamo i soldi dello Stato per farci lavorare. Ringraziamo Franceschini e Salvo Nastasi (Segretario Generale del Ministero dei Beni culturali e del Turismo, ndr) che si sono fatti carico dei nostri problemi. Però bisogna spingere il settore a essere aperto, perché il denaro pubblico va restituito svolgendo il nostro ruolo sociale nella pandemia, che è cruciale. Ovvero fornire una socialità protetta per non lasciare la gente sola nelle case,  e alleggerire le conseguenze della pandemia.  

Questa crisi cambierà il mondo dello spettacolo?
Questa crisi modificherà quello che si dice sul palcoscenico. La gente non pagherà per spettacoli inutili. Stare chiusi è pericoloso perché non c’è confronto col pubblico che può punire o premiare uno spettacolo. Noi dobbiamo meritare il pubblico, dobbiamo o farlo divertire o dirgli cose importanti. Ma non il vuoto. Dobbiamo capire una volta per tutte che il teatro ha una funzione anche educativa, come quella della scuola. E per questo dovremmo essere aperti come devono rimanere aperte le classi oggi. Sa cosa ho detto ieri al pubblico in sala?

Dica.
“Mi chiamo Andrée Ruth Shammah, ho 73 anni e sono malata ai polmoni. Voglio stare in un luogo sicuro: il teatro è casa”. E il pubblico in sala ha applaudito perché il teatro è anche casa loro. Come diceva Giorgio Albertazzi in teatro le persone di qualsiasi età, genere, censo e ceto sociale, quando si siedono e guardano uno spettacolo diventano uno: il pubblico. Diventare una comunità ogni sera è un miracolo che non dobbiamo perdere a causa di un dpcm. Una città che ha i suoi teatri chiusi diventa muta. 

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