Italia analfabetaPerché il Paese deve investire in educazione finanziaria

Si tratta di uno strumento utile a creare maggiore consapevolezza nelle decisioni da prendere sia di tipo personale (evitare inganni o truffe) sia di tipo collettivo (creando consapevolezza su riforme che vanno incontro agli interessi collettivi)

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All’Italia serve un’iniziativa per sensibilizzare la popolazione sulla necessità di accrescere le proprie competenze finanziarie, assicurative e previdenziali in tempi difficili come quello che stiamo vivendo, visto che la conoscenza media di queste materie risulta troppo scarsa per un paese industrializzato e tra le prime economie mondiali.

Ecco perché anche quest’anno il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria, durante Ottobre, promuove il Mese dell’Educazione Finanziaria, in collaborazione con il MISE. Questa terza edizione sarà incentrata sulle scelte finanziarie da fare in un periodo di incertezza come quello causato dalla pandemia. Ma per recuperare il ritardo accumulato in passato dal nostro Paese in tema di educazione economico-finanziaria, l’intervento pubblico in tale materia deve essere più marcato: è sempre più necessario pensare seriamente ad una strategia di carattere nazionale per l’alfabetizzazione finanziaria.

Innanzitutto, precisiamo che l’educazione finanziaria è quello strumento utilizzato dai policy makers per cercare di migliorare i livelli di alfabetizzazione su queste materie a livello nazionale. Infatti, l’alfabetizzazione finanziaria (in inglese financial literacy) è un concetto distinto da quello di educazione finanziaria.

Seguendo la definizione di Atkinson e Messy (2012) per alfabetizzazione finanziaria si intende quella combinazione di consapevolezza, conoscenza, abilità, atteggiamento e comportamento necessaria per prendere decisioni finanziarie avvedute e raggiungere, nel lungo termine, il benessere finanziario individuale. Quindi, il concetto di alfabetizzazione finanziaria include sia quei processi volti ad innalzare il livello di conoscenza circa principi economico-finanziari di base sia quelle azioni di sensbilizzazione verso comportamenti e atteggiamenti virtuosi da seguire per gestire al meglio i propri risparmi.

Attraverso un efficiente processo di educazione finanziaria si riescono ad ottenere benefici sul piano individuale (in termini di finanza personale), ma anche sul piano politico-sociale.

Sul piano individuale, studi scientifici dimostrano che saper gestire i propri risparmi in maniera cosciente e lungimirante, non solo porti ad innalzare le probabilità di generare un extra rendimento, ma costituisca ormai anche un fattore essenziale per non essere esclusi dai meccanismi di ripartizione della ricchezza, dalla mobilità sociale e dalla crescita inclusiva.

Sul piano politico-sociale, la ricerca empirica ha dimostrato come una più elevata comprensione collettiva di meccanismi economico-finanziari di base influisca sulla possibilità di introdurre riforme politiche ed economiche migliori e più sostenibili.

Il gap italiano

Questo ci fa capire che un maggior livello di educazione finanziaria è uno strumento fondamentale sia per raggiungere il benessere materiale sia per formare una popolazione più consapevole e partecipativa. Tuttavia, i dati ci dimostrano che l’Italia è piuttosto indietro sul fronte dell’educazione finanziaria rispetto alle altre economie avanzate.

Un recente sondaggio OCSE mostra come l’Italia si collochi significativamente sotto la media dei paesi avanzati sia per la conoscenza finanziaria, sia per comportamenti e attitudini. Come si può vedere nel grafico sottostante, il nostro Paese è in terz’ultima posizione tra le economie del G20 in termini di competenze finanziarie registrate su un campione di popolazione adulta, con un divario di genere piuttosto accentuato.

L’indagine OCSE riporta anche l’elenco dei paesi che nel corso degli anni hanno provveduto a strutturare una strategia nazionale per migliorare il livello di alfabetizzazione finanziaria. Su questo fronte, l’Italia risulta esser ancora in uno stadio di definizione primordiale della strategia, assieme a Messico, Argentina e Cina; mentre ci sono alcune nazioni come Regno Unito, Francia e Giappone che hanno già implementato una seconda strategia.

Una ricerca OCSE-PISA del 2018 mostra invece il livello di cultura finanziaria su campioni di studenti quindicenni. Anche qui, l’Italia riporta un punteggio piuttosto distante dalla media dei paesi OCSE, collocandosi al di sotto di Polonia, Lituania e Slovacchia.

 

Il cattivo risultato degli studenti italiani ha varie sfaccettature.

In prima analisi, rileva molto il dualismo tra liceo e istituti: gli indirizzi liceali presentano in media risultati più elevati rispetto agli istituti tecnici e professionali. Di conseguenza, influiscono di tanto anche le modalità di insegnamento delle materie scientifiche: c’è una chiara correlazione positiva tra paesi con studenti che riportano un elevato livello di competenze matematiche (secondo i test PISA 2018 in Italia uno studente su 4 non raggiunge il livello base in compentenze matematiche) e paesi con studenti che conseguono un alto punteggio nei test di cultura finanziaria.

Per giunta, c’è un forte divario regionale che impatta sui risultati dei test in cultura finanziaria. Le regioni italiane del Nord-Est e Nord-Ovest riportano risultati con punteggi in media più elevati di circa 50 punti rispetto al Sud. Inoltre, l’Italia raggiunge il massimo livello di disuguaglianza nel punteggio medio ottenuto dagli studenti maschi rispetto alle femmine rispetto alle altre nazioni del campione. Infine, è interessante notare come nei paesi del Nord Europa gli studenti che provengono da un contesto socio-culturale più elevato hanno un punteggio più alto in termini di cultura finanziaria, mentre invece in Italia questa correlazione è molto meno marcata.

In sostanza, nel nostro Paese la trasmissione di conoscenze e comportamenti virtuosi in ambito finanziario non è accentuata neanche in contesti sociali più elevati, mentre invece negli altri paesi il contesto socio-culturale aiuta a spiegare una quota rilevante dei risultati.

Cosa si può fare per migliorare?

Il primo passo è sicuramente quello di avviare una valutazione approfondita sui vari programmi di educazione finanziaria esistenti in Italia. Quali hanno funzionato, quali sono risultati esser i più seguiti e quali hanno fallito. Ad esempio, uno studio della Università Cattolica documenta che nel 2018 sono state promosse quasi trecento attività di educazione finanziaria, di cui circa il 40% ha avuto una durata notevolmente contenuta (poche ore di lezione) e il 22% delle attività si è limitato a distribuire risorse informative (dossier cartacei, video ecc). Inoltre, per paradosso, la maggior parte di queste attività si è concentrato nel Nord Italia, dove in realtà i dati dimostrano livelli di cultura finanziaria sostanzialmente più elevati rispetto al Sud, il quale ha un maggior necessita di tali iniziative.

Questo sbilanciamento nella distribuzione di tali iniziative, se prolungato, rischia di diventare un fattore di ulteriore rafforzamento – anziché di riduzione – delle disuguaglianze regionali. Altra nota dolente, è la mancanza di una valutazione di impatto di queste iniziative: nel complesso, come dimostra un’indagine della Banca d’Italia, non sono stati monitorati e misurati i risultati ottenuti dalle singole iniziative.

In secondo luogo, una chiara strategia per incrementare la performance complessiva in termini di alfabetizzazione finanziaria del nostro Paese, dovrebbe definire interventi mirati per tre fasce differenti di popolazione: giovani (I), popolazione adulta (II) e anziani (III).

Partendo dai giovani, occorre innanzitutto considerare che molti adolescenti in età scolastica si trovano già a dover affrontare decisioni finanziarie (come l’apertura di conti online o la sottoscrizione di carte prepagate) e possono esser definiti a tutti gli effetti consumatori dell’industria finanziaria. Per tale motivo, l’Italia dovrebbe seguire le orme di altri paesi europei (come Danimarca, Norvegia e Germania) e inserire l’educazione finanziaria nei programmi scolastici.

I paesi che già lo hanno fatto, per minimizzare il sovraccarico del curriculum scolastico, hanno integrato tale disciplina in altre materie e corsi esistenti, piuttosto che introdurre una materia aggiuntiva in un percorso di studio già denso. In tal modo, gli studenti potrebbero migliorare le proprie capacità finanziarie acquisendo competenze trasversali e, allo stesso tempo, i problemi legati a questioni finanziarie potrebbero essere usati come contesto di vita reale per insegnare le materie scientifiche.

Per quanto riguarda popolazione adulta e anziana, ossia quei soggetti maggiormente interessati ad allocare correttamente il risparmio, occorre in primo luogo contestualizzare le iniziative educative nell’attuale scenario finanziario. Per un corretto percorso di formazione finanziaria su scala nazionale bisogna tener presente che ci troviamo in un ambiente economico sostanzialmente mutato nel quale fare scelte.

Per chi ha la volontà di investire, tipicamente la popolazione adulta, occorre ricordare che gli asset finanziari privi di rischio con rendimenti accettabili non sono più raggiungibili. Se nell’attuale contesto gli investitori sono portati a ricercare rendimenti su asset più rischiosi, essi devono essere adeguatamente preparati a comprendere le valutazioni fornite loro dalla consulenza bancaria. Così come l’irrigidimento della disciplina sulla consulenza finanziaria non può da solo controbilanciare i bassi livelli di conoscenza finanziaria se sono solo i più informati ad avvalersene: i prospetti informativi devono essere comprensibili alla vasta platea di investitori.

Dal lato della popolazione anziana, si può dire che le pensioni pubbliche sono state riportate a valori sostenibili, ma sono comunque inferiori a quelle che si ricevevano fino a pochi anni fa. Quindi, il mutamento dei sistemi di welfare, in congiunzione ad un aumento delle aspettative di vita, hanno fatto sì che i singoli individui sono ora messi davanti a scelte complesse per la gestione del proprio risparmio, come ad esempio potrebbe essere la scelta di un fondo pensione privato. Solo in base ad una completa definizione dei rischi che investitori e risparmiatori dovranno affrontare nell’attuale contesto finanziario si potrà redigere un programma nazionale per promuovere l’alfabetizzazione finanziaria.

In conclusione, è bene tenere a mente che l’alfabetizzazione finanziaria non dovrebbe esser considerata un mezzo per “arricchirsi”, bensì dovrebbe esser considerata come uno strumento attraverso cui un paese crea maggior consapevolezza nelle decisioni finanziarie da prendere, sia di tipo personale (evitare inganni o truffe) sia di tipo collettivo (creando consapevolezza su riforme che vanno incontro agli interessi collettivi).

Attraverso una efficace strategia nazionale per l’educazione finanziaria, non solo si amplia lo strumentario pubblico per agevolare il benessere personale, ma si promuovono atteggiamenti di maggior favore nei confronti di una società più aperta, inclusiva e capace di saper cogliere occasioni di rinnovamento.

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