Belle rispetto a chi?Rimanere autentici è l’unico vero successo contemporaneo

Cambiano i canoni di bellezza a seconda dei tempi, eppure siamo sempre insoddisfatti e esposti al vento mediatico dei giudizi. Ma l’unicità può ancora contrastare i modelli che ci vengono imposti

AL BELLO / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

Corpi magri, corpi grassi, corpi alti e corpi bassi, corpi perfetti e corpi imperfetti. Se abbiamo un corpo è perché siamo fatti di materia. L’estetica del corpo inizia con l’arte, da quando l’essere umano primitivo ha deciso di rappresentare sé stesso in un’immagine. Alla fine, l’estetica dei corpi esiste solo perché c’è l’occhio di chi guarda. E, poi, sono arrivati gli artisti a rappresentare “il bello”. Bello che è soggettivo poiché, del resto, il canone cambia sempre a seconda delle epoche e delle costruzioni mentali dell’osservatore.

Ci siamo caricati di significati e significanti. L’immagine e la somiglianza: l’immagine disegnata e quello a cui rassomiglia. Come se dietro all’immagine e alla sua fisicità esistesse un messaggio. Veneri e Gioconde, Madonne e donne. Ciò che si giudica ancora oggi è più femminile che maschile. Sono le donne ad aver avuto i busti stretti nei corsetti, sono le donne che sono nate e state plasmate per secoli, trasformate, plasmate. Corpi sottili e corpi rotondi, la moda e l’anti-moda. E spesso il corpo della donna subisce il giudizio dell’altro, dell’altra. Forse perché mostra delicatezza di lineamenti, anfratti e curve? E forse è per i ruoli. Ruoli antichi. La donna morbida, vulnerabile, il focolare, la donna angelica ed eterea, la donna oggetto, la tentatrice, la fertilità. Inanna e Ishtar.

E il corpo femminile si fa da sempre medium di un messaggio. Un messaggio che contiene i canoni del tempo. Dalla Ferragni madonna, all’Incontrada donna, alla bellezza inconsueta di Armine Harutyunyan. Noi tutti guardiamo, diamo un giudizio. L’immagine di una donna in copertina o sovraesposta non è più immagine pura: diventa messaggio, icona, critica o apprezzamento, scelta stilistica. Alla ribalta dei corpi arriva il vento dei giudizi. L’accettazione pesa e diventa sofferenza. Lo sanno tutti e diciamo l’ovvio. Ed è la società che in ogni tempo costruisce i canoni. Ed è l’essere umano che ne soffre. Se sei grassa è perché sei grassa, se sei magra è perché sei magra.

Vorremmo essere belle, ma belle rispetto a chi? Belle rispetto alle riproduzioni del passato o belle rispetto al presente? Le rotondità hanno lasciato il passo alle silhouette slanciate delle top model, le “bellissime”. Le gambe si sono poi allungate, le cosce si sono fatte più magre. La moda ha richiesto corpi filiformi e taglie 40. Dopodiché, per magia, si è passati a corpi ancora più magri e taglie 34. Gambe altissime che sorreggono corpi scheletrici. La mortificazione della donna, un corpo modificato, modellato, plasmato.

Donne che smettono di mangiare perché il canone estetico le vuole così. Esistono corpi le cui proprietarie decidono che no. No, no e basta. Le sopracciglia di Frida Kahlo diventano segno distintivo, segno che lei non ci stava. Esistono corpi che non si adeguano per costituzione, corpi che non si adeguano per scelta. Alda Merini, fotografata nuda, in un gesto di provocazione aveva detto che è l’imperfezione a scandalizzare, quasi fosse una colpa. Non è necessario avere sopracciglia dritte, denti perfetti, gambe perfette e capelli perfetti. Non è necessario perdere peso o guadagnarne per essere accettati e sentirsi bene. L’accettazione personale è la cosa che conta. E poi chissenefrega. Quella figa di Stefani Joanne Angelina Germanotta, in “a star is born”, litigava con il suo naso; Armine è un’icona che diventa arte.

L’Incontrada bellissima e nuda (in taglia 44 e senza cellulite) che rivendica il suo diritto a non essere giudicata, diviene mezzo stesso di giudizio. «Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu». E tutti hanno giudicato. Quasi impossibile non averlo previsto. E quello che poteva sembrare un gesto rivoluzionario, non lo è stato del tutto. Ma quello che facciamo da quando l’arte è nata è riprodurre i corpi ed esporli a giudizio. Corpi delle statue, nei dipinti. La perfezione quasi moderna dei lineamenti di Nefertiti, la venere di Botticelli, la Venere di Milo, le donne di Manet, l’eleganza dei i colli lunghi di Modigliani.

Corpi del cinema, le forme di Marilyn, il sedere sexy di Shakira. Quanto pesa il corpo lo scopriamo in “Fat” di Christopher E. Forth, professore e storico dell’Università del Kansas, un volume uscito in America nel 2019. In Italia si intitola “Grassi. Una storia culturale della materia della vita” (Espress Edizioni) ed esce il 15 ottobre con la prefazione di Costanza Rizzacasa d’Orsogna. Il saggio parte dalla Venere di Willendorf, uno dei simboli ancestrali di femminilità, per tracciare un percorso interessante e profondo nella storia e nella bellezza dei corpi nei secoli, sfatando molti miti. Uno su tutti: che il grasso nell’antichità avesse sempre accezione positiva, simbolo di opulenza.

Un viaggio in un universo dove anche gli schiavi e le schiave greco antichi erano rappresentati come corpulenti, in contrapposizione all’ideale muscoloso che in Grecia era considerato “bello”. Ma si può abbattere, ci si può ribellare al canone di tendenza? Sì. E nulla è prefissato. Anche ora il mondo sta cambiando: la cellulite non più nascosta diventa un hashtag (#celluliteisnormal), molte persone si stanno ribellando ai canoni di narrazione.

E pure il fotoritocco, utilizzato su copertine e manifesti, oggi viene attaccato perché non mostra il reale. C’è ricerca di normalità, di autenticità: ciò che è autentico può essere davvero rivoluzionario. Ma il viaggio storico continua ed è passibile di modifiche in corso d’opera. Perché, anche i canoni moderni non sono statici. Del resto, il bello si misura solo con il metro che ci siamo costruiti e quel metro è destinato a cambiare insieme a noi.

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