Instagram, ci hai rovinatoBenvenuti nell’epoca della fotogenia perpetua

Gwyneth Paltrow nuda ci fa notare il problema, perché lei da attrice sarebbe rimasta in forma lo stesso. Le malate sono le persone che fanno una vita normale e poi s’ammazzano di pilates e diete e punture in faccia per essere sempre impeccabili. Come se fosse realmente possibile

Foto tratta dal profilo Instagram di Gwyneth Paltrow

Che cosa ci dice Gwyneth Paltrow nuda? Che cosa ci dice la mia coetanea Gwyneth Paltrow che festeggia il suo quarantottesimo compleanno instagrammandosi nuda?

Non: che cosa ci dice di sé; che cosa ci dice di noi.

Ho delle mie foto nuda, diciottenne, scattate durante il viaggio dopo la maturità, mentre prendevo il sole in Giamaica.

Non lo dico (solo) per dire che, se un domani volessi davvero sputtanarmi, avrei materiale efficace con cui farlo; lo dico perché sono tra le pochissime (più di dieci, meno di venti) foto che mi siano state scattate nel Novecento. Ce ne sono un paio che mi scattò mio padre, un paio la zia, alcune dal mio primo viaggio a New York, alcune nello studio di Mario Schifano (che fotografava tutti quelli che passavano di lì).

Se escludiamo dal conteggio le foto professionali (a un certo punto volevo fare l’attrice, ho un book di ritratti in bianco e nero che sfodero quando voglio averla vinta in una discussione a tema «tutte siamo state fighe, a un certo punto»), restano quelle poche foto d’un’epoca – vicina e remotissima – in cui le foto erano un evento.

Doveva esserci un’occasione.

Doveva valere la pena pagare il rullino, lo sviluppo, la stampa.

Se chiudevi gli occhi mentre scattavo, venivi con gli occhi chiusi, non si scattava venti volte finché venivi bene.

Il momento che cambia i costumi è il Natale 2009. È quando tutti comprano (o ricevono) l’iPhone che fa le foto. È quando diventa impossibile andare a cena senza che ne restino tracce nei telefoni. È quando devi iniziare ad andare a cena con quei quattro amici usi a vederti in bigodini stando attenta alla tua immagine come se andassi agli Oscar: non ti vedranno più solo i tuoi quattro amici, ma plausibilmente tutti i loro amici di Facebook, cinquemila intimi che scruteranno la dilatazione dei tuoi pori.

A gennaio di quell’anno Barack e Michelle Obama erano andati a vivere alla Casa Bianca. Quella che poi sarebbe diventata l’assistente di Michelle, Chynna Clayton, ha scritto per O, il mensile di Oprah Winfrey, un resoconto della propria borsa di Mary Poppins in cui doveva esserci tutto ciò che avrebbe impedito alla first lady di fare brutta figura.

Alla prima first lady che non era solo assediata da paparazzi, ma anche da elettori i cui telefoni fanno le foto e le instagrammano (Instagram esiste dal 2010: ha aspettato gli iPhone, ne sono ragionevolmente certa), e fanno quindi diventare eterna qualunque calza smagliata, filo che pende, labbro screpolato.

Benvenuti nell’epoca del dovere della fotogenia perpetua: è un incubo che dura tutta la vita, a quanto pare. 

(Poi c’è anche la corrente artistica «denudarsi in pubblico dicendo “come vi permettete di fare commenti sul mio corpo”», oggi la rappresenta Vanessa Incontrada sulla copertina di Vanity Fair, domani qualcuno in uno studio sulla schizofrenia. Va detto che, potessimo permetterci di giudicare il nudo di Vanessa, dovremmo dire che è invero fortunata: così liscia, così col rotolino perfetto e donante, così vera che sembra photoshoppata, ma certo che no; è solo che certe body positivity son più fotogeniche di altre). 

Cosa ci sta dicendo, Gwyneth Paltrow nuda? Ci sta dicendo che non sono più i tempi di Adriana Balestra, il personaggio della quarantenne interpretato da Virna Lisi quarantasettenne in Sapore di mare; la bionda da schianto che diceva: «La verità è che invecchiare fa schifo». Sono i tempi in cui la quarantasettenne ha il dovere di sentirsi giovane e seduttiva. Sono i tempi in cui non puoi riposarti mai.

È colpa delle riviste femminili, sì, che erano partite dicendoci che i quaranta erano i nuovi venti e ormai sono a «gli ottanta sono i nuovi trenta», e pubblicano entusiaste Jane Fonda o Helen Mirren (anni: 82 e 75) assai più in forma di noi, il che dovrebbe darci speranza e invece ci dispera: oddio, ma quindi non potrò lasciarmi incessire in pace neanche all’età di mia nonna? (Certo che no: anche a ottant’anni i femminili dovranno venderti la tinta, l’idratante, le ciglia finte. Ciglia finte e dentiera: che epoca favolosa abitiamo).

Ma, soprattutto, è colpa di Instagram. Del nostro vivere in una casa foderata di specchi, del nostro rimirare il nostro faccione cento volte al giorno tutti i giorni. Non si può sopportare di non essere perpetuamente fighe, quando si vive perpetuamente in vetrina.

Gwyneth Paltrow non è la malattia, Gwyneth Paltrow è l’asintomatica. È quella che sarebbe rimasta in forma comunque (fa l’attrice), ma una volta a quarantasette anni si sarebbe accontentata di posare in vestito da sera, o si sarebbe sbiottata solo se Playboy le avesse offerto la copertina e un sacco di soldi; mentre ora ritiene di doverlo fare gratis, per quell’album di famiglia esposto al pubblico che è Instagram.

Le malate siamo noi. Sono le mie coetanee che fanno le commesse da Sephora, le assicuratrici, le madri, e s’ammazzano di pilates e diete e punture in faccia per essere quelle che meno dimostrano la loro età nell’attesa fuori dai cancelli della scuola, o alla riunione aziendale, o in fila al supermercato. Siamo noialtre che guardiamo la Paltrow e sospiriamo «voglio essere così anch’io», invece di pensare «che incubo».

Siamo noialtre che di Adriana Balestra non abbiamo niente: né la fighezza senza tempo, né la consapevolezza che il tempo passa, e tentare di congelarlo magari ti leverà due rughe o due etti, ma ti appesantirà di ridicolo.

Siamo noialtre che da piccole ci hanno fatto studiare la vecchia pittata di Pirandello, e da grandi ce la siamo dimenticata. O comunque non abbiamo capito che “nuda” è il nuovo “pittata”.

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