I superdiffusoriLa Grande Metafora di un Parlamento che chiude per demagogia ed è incapace di fermare il contagio populista

Le ragioni per cui non si è voluto fare nulla per evitare la prevedibilissima ondata di malati tra i deputati sono lo specchio di tutto quello che non ha funzionato di fronte alla prevedibilissima seconda ondata di contagi tra gli italiani

erik-mclean, unsplash

Com’era facilmente prevedibile e com’era stato effettivamente previsto – anche su queste pagine – il pervicace rifiuto di adottare adeguate misure di sicurezza e di prevenzione, attraverso tamponi e voto a distanza, ha trasformato la Camera dei deputati in un focolaio dell’epidemia, con diciotto positivi e un’ottantina in quarantena (dati ufficiosi, verosimilmente sottostimati).

In attesa che accada lo stesso al Senato, il grottesco risultato è che proprio oggi, nel pieno della seconda ondata dei contagi, Montecitorio ha deciso di sospendere tutte le votazioni previste in settimana. Decidete voi il luogo comune o la Grande Metafora capace di illuminare meglio un simile paradosso.

Tempesta perfetta, epidemia populista, espansione non-lineare dell’idiozia anti-casta: è giusto che la decadenza della politica sia raccontata con proporzionale abbrutimento linguistico. Del resto, le ragioni per cui non si è voluto fare nulla per evitare la prevedibilissima ondata di contagi tra i parlamentari, e ancora si insiste nel non prendere alcun serio provvedimento, sono lo specchio di tutto quello che non ha funzionato e non sta funzionando di fronte alla prevedibilissima seconda ondata di contagi tra gli italiani: il rifiuto di guardare in faccia la realtà, la chiusura autoreferenziale nelle certezze inscalfibili della propria propaganda, l’ostinazione nel rimuovere, negare o rinviare qualunque problema contraddica quella narrazione.

Difficile attribuire la palma del peggiore in campo tra un’opposizione che rifiuta il voto a distanza, salvo poi pretendere il rinvio delle sole leggi alle quali è contraria (come quella sull’omofobia), e larga parte della maggioranza, a cominciare dai Cinquestelle, e ovviamente dal presidente Roberto Fico, che rifiutano il voto a distanza e ogni adeguata misura di prevenzione per solidarietà con l’interminabile campagna antiparlamentare di cui sono superdiffusori. Aiutati, bisogna dirlo, da larga parte della stampa e delle istituzioni, da sempre in prima linea quando si tratta di alimentare l’ossessione anti-casta.

Tralasciamo la palese contraddizione di quei parlamentari che invitano tutte le aziende del paese a utilizzare lo smart working ma rifiutano di applicarlo ai propri lavori, per paura di sentirsi dare dei fannulloni, e di fronte all’esplosione dei contagi pensano bene di risolvere il problema sospendendo le votazioni. Il succo del ragionamento, evidentemente, è che i deputati devono dare il buon esempio, e quindi ammalarsi per primi (e pazienza se poi, per la natura stessa del loro lavoro, sono potenzialmente tra i più pericolosi diffusori del virus in tutto il paese).

Un ragionamento di cui si può se non altro apprezzare la coerenza rispetto all’esito del referendum, con cui si è certificato che i parlamentari sono i meno essenziali tra tutti i lavoratori, dunque si possono tagliare a piacimento, per risparmiare e naturalmente, di nuovo, per dare l’esempio. E così anche le ragionevoli proposte per il voto a distanza avanzate da diversi esponenti del Partito democratico, e in particolare dal costituzionalista Stefano Ceccanti, già tra i più ferventi convertiti al taglio dei parlamentari grillino, vengono respinte in forza di quella stessa onda che molti di loro hanno creduto di poter cavalcare (e mi dispiace che ora li sommerga, ma se devo essere proprio onesto: fino a un certo punto).

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