On demandRai Storia va difesa, ma siamo sicuri che metterla sul web e su Raitre le farà perdere visibilità?

Il mondo intellettuale è comprensibilmente insorto contro la soppressione del canale che rappresenta da anni un importante presidio culturale (ma che mercoledì ha fatto 22mila spettatori di media). Con la riorganizzazione, i suoi contenuti potrebbero avere maggiore audience se accorpati ad altri canali e trasmessi on demand sulla piattaforma Rai Play

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Infuria da giorni la polemica sulla chiusura di Rai Storia con il lancio di petizioni, gli appelli di tante voci autorevoli e le critiche ai tagli alla cultura in un periodo già così difficile.

Proviamo a ricostruire quanto accaduto in viale Mazzini per capire meglio da dove nasce la protesta. Partiamo dalla fine: nell’ordine del giorno del cda in programma per oggi non c’è traccia del piano per la riorganizzazione dei canali.

Per capire la genesi della polemica dobbiamo andare più indietro, a un consiglio di amministrazione Rai di metà ottobre, quando l’amministratore delegato Fabrizio Salini presenta, sotto forma di slide, alcune semplici idee frutto di un pensiero sull’attualità globale e su un mercato dell’intrattenimento e dell’informazione in continua evoluzione.

Chi ha parlato con Salini prova così a ricostruire la genesi di un progetto che consentirebbe di aumentare la fruizione dei contenuti prodotti dalla Rai e allo stesso tempo di ottimizzare le risorse aziendali, nell’attesa di quelle risorse che quest’anno potrebbero arrivare con la cessione di quote del tanto sospirato “extragettito”. Anche perché all’ad si chiede allo stesso tempo di fare servizio pubblico ma anche di tenere i conti in ordine.

Ma non si tratta solo di fare economie, secondo i più informati dietro il progetto ci sarebbe un’idea di servizio pubblico che esce dalla visione tradizionale dei “canali” e guarda più ai “prodotti”, oggi fruiti anche singolarmente, in streaming, secondo palinsesti diversi per ogni individuo o famiglia. Una visione che porta all’idea di “smontare” due canali dal digitale terrestre per trasferirli in parte sui canali “nobili” e in parte sul digitale. In particolare, i contenuti di Rai Storia sarebbero ospitati da Rai 3 (o Rai 5) e su Rai Play, così come lo sport passerebbe in parte su Rai 2 e in parte su Rai Play.

A cambiare sarebbe quindi il canale su cui si passano i contenuti, non il prodotto. E in questo modo si potrebbero intercettare anche i pubblici più giovani, che oggi snobbano sempre di più televisore e telecomando.

Sembra un progetto sensato e per i primi giorni non succede nulla, tanto da far quasi pensare a un “silenzio assenso” rispetto a un piano innovativo. Anche perché gli addetti ai lavori conoscono i numeri di cui parliamo.

Un canale come Rai Storia, che ha un costo considerevole, nella giornata di mercoledì, solo per fare un esempio, ha totalizzato lo 0,2% di share per un totale di 22mila spettatori in media. Ampiamente sotto la media delle visualizzazioni di tutto ciò che viene caricato su Rai Play, dove gli interessati peraltro riescono a trovare i prodotti più facilmente e possono vederli quando vogliono.

Ma non la pensa così il mondo della cultura italiano. Si potrebbe pensare che ci sia una questione di diritti economici, che il passaggio sul mezzo televisivo sia cioè più remunerativo per chi produce contenuti. Ma non è così, in realtà lo stesso compenso spetta ai prodotti che vanno su Rai Play.

Il sospetto, quindi è che le polemiche sul passaggio di Rai Storia al digitale siano frutto di una resistenza al cambiamento che potrebbe essere non la soluzione al declino ma un pezzo rilevante proprio della crisi del mondo della cultura che ogni volta che nasce un nuovo strumento canta le lodi del precedente. È accaduto con la televisione rispetto al libro e oggi, ironia della sorte, accade alla tv. Ma forse al di là delle resistenze andrebbe considerata la possibilità di guardare ai nuovi strumenti anche come opportunità, senza attaccarsi a miti e tabù.

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