Rassegna stampa Non è più solo un affare di ricette (se lo è mai stato)

Cucine tossiche e media gastronomici, dal suicidio di Taku Sekine all’autodifesa del suo accusatore. Ma non solo: scopriamo come la gentrificazione delle città passa attraverso i ristoranti, e perché l’industria della carne europea non funziona

Suicide de Taku Sekine et attaques contre Atabula : la réponse de Franck Pinay-Rabaroust – Atabula, 30 settembre

Prima la notizia: nei giorni scorsi si è tolto la vita Taku Sekine, cuoco giapponese di stanza a Parigi, dove si era fatto notare un bel po’ in quanto esponente di una nouvelle vague particolarmente ispirata. Ne abbiamo scritto anche noi. Pare che il suo gesto sia figlio di un profondo stato di depressione, in cui era caduto dopo le accuse rivolte da alcuni media francesi riguardo a presunte violenze sessuali di cui si sarebbe reso protagonista. Quanto accaduto ha causato, oltre a molto dolore, anche un vero e proprio terremoto nel mondo gastronomico francese, proprio perché la campagna stampa intorno a Sekine e in generale sul tema dei maltrattamenti nelle cucine era in pieno corso. In molti hanno accusato Atabula, il sito web che per primo ha fatto il suo nome, di aver messo alla gogna un personaggio noto sacrificando sull’altare del diritto all’informazione la presunzione di innocenza di Sekine. Qui è dove Frank Pinay-Rabaroust di Atabula si difende dalle accuse. La scelta di condividere questo articolo non è risultato di uno schieramento di parte: da osservatori è utile confrontarsi con i “documenti” di prima mano, senza mettersi per forza nelle mani della velina di turno e ricevere un quadro più mediato. La difesa di Atabula è: le accuse arrivavano da più parti e sono confermate, anche altri media stavano per buttarcisi sopra, non siamo stati noi a svelare un nome che già circolava con insistenza, e comunque i suicidi tra i cuochi sono frequenti e spesso non se ne parla perché coinvolgono perlopiù i sottoposti. Tutto ciò fa riflettere, non solo sul ruolo dell’informazione (gastronomica e non), ma anche sull’annoso problema della tossicità di alcuni ambienti ristorativo-culinari.

The Stages of Gentrification, as Told by Restaurant Openings – Eater, 30 settembre

Un tema molto stimolante, qui trattato da un punto di vista inevitabilmente statunitense, ma che può essere traslato anche in Europa senza grosse difficoltà. Vince Dixon parla di gentrificazione nelle grandi città, raccontando come proprio il mondo dell’offerta gastronomica (negozi, pub, caffetterie, ristoranti…) sia un segnale evidente di un’eventuale gentrificazione in corso. In questo lungo articolo, con tanto di grafici e dati, la correlazione viene portata a galla in modo chiaro. Le riflessioni da fare sono molteplici: sul ruolo della ristorazione e del cibo in rapporto all’identità di una certa comunità, sulla desiderabilità (o meno) della gentrificazione gastronomica, sul cibo come simbolo del divario di classe. Ecco, se vi siete mai chiesti cosa volesse dire l’esplosione di locali fighetti dalle vostre parti, beh, ora una risposta ce l’avete.

L’industria della carne europea è completamente sbagliata – Munchies, 28 settembre

Il tono dell’articolo di Matern Boeselager tradotto per Munchies da Giacomo Stefanini è militante. Cosa che non guasta, in tempi in cui ci riempiamo la bocca di dati, inchieste, ricerche, ma anche di belle parole, manifesti, progetti innovativi. In questo contesto qualche scorciatoia concettuale può anche aiutare a essere diretti ed efficaci: si fa notare come il modello degli allevamenti intensivi e della carne a poco prezzo, su cui si basa tutta la relativa industria, non solo sia completamente sbagliato, ma a voler parafrasare l’autore dell’articolo, sia proprio una merda. Fa male agli animali, fa male all’ambiente, fa male ai consumatori. Fa bene alle tasche dell’industria stessa, però. Motivo per cui, secondo Boeselager, l’unica alternativa percorribile è quella politica, che vuol dire eleggere nelle istituzioni rappresentanti che vogliono cambiare le cose per davvero.

“Where is imperialism? Look at your plates.” – Vittles. 30 settembre

Di imperialismo e gastronomia su Vittles si era già parlato qualche settimana fa. Qui si ritorna sul tema con un bel articolo di Waithera Sebatindira, che si occupa della questione mettendo al centro l’Africa, e facendo risuonare le parole di Thomas Sankara: «dov’è l’imperialismo? Guardate i vostri piatti quando mangiate. I chicchi importati di riso, mais e miglio – questo è imperialismo. Non cerchiamo altro».

These are the First Steps — Working Towards Racial Equity in the Beer Industry – Pellicle, 28 settembre

Un’articolata riflessione, con le voci di alcuni protagonisti, sulla pressoché totale assenza di persone di colore dal mondo della birra craft. Un altro dei risvolti positivi di BLM: il fatto di aver aperto una discussione sulle discriminazioni razziali in tanti ambiti differenti. Il pezzo di David Jesudason va consigliato sia ai beergeek, sia a tutti gli altri.

Storia delle gallette di riso e delle loro virtù immaginarie – Il Post, 30 settembre

Oggi siamo invasi dai cosiddetti superfood. Ma prima di oggi c’era (c’è ancora) la galletta di riso, per qualche strana ragione ritenuta la quintessenza della salubrità monacale a tavola. I perché e i per come li spiega questo articolo.

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