Lezioni americaneBiden dimostra che si vince con l’equilibrio tra progressismo e contemporaneità, non con ricette anni ’70

La sinistra discute da anni sul miglior modo di conquistare gli elettori, e il dibattito è sempre monopolizzato da chi dice che bisogna puntare su politiche radicali, rifiutare il neoliberismo, candidare figure anti-establishment. Ma le elezioni presidenziali insegnano un’altra cosa

Jose F. Moreno/The Philadelphia Inquirer via AP

Non si vince al centro. Bisogna riscoprire un’anima di sinistra. Fra l’originale e la copia vince l’originale. È vecchio. Fa parte dell’establishment da 50 anni. Ci vuole una nuova radicalità. Antifa. Ocasio-Cortez. Sanders. Corbyn. Mélenchon. Varoufakis. Potere al popolo. Almeno Bersani. Eccetera eccetera.

Poi ti arriva Joe Biden, 77 anni, a spazzar via come il vento le foglie d’autunno quelle interminabili e dotte disquisizioni di salottieri osservatori e giovanotti dei centri sociali. Quelli che predicano il ritorno di un anticapitalismo da anni Sessanta-Settanta, la centralità operaia, anzi no, gli emarginati, la “seconda società”: tutte cose purtroppo poi tradite dai partiti della maledetta Terza via, o anche peggio (i rinnegatissimi Macron o Renzi). 

Ma ve lo ricordate il tandem Sanders-Corbyn che doveva rinverdire il socialismo (ma quale socialismo esattamente?), i due vecchi coi capelli bianchi che per qualche tempo entusiasmarono i quasi-vecchi della sinistra nostrana, i Bersani, i D’Alema? 

Proprio Massimo D’Alema l’altra sera ha detto che questa discussione «è vecchia». E in un certo senso ha ragione: davvero ha senso discutere di Clinton e Blair 25 anni dopo, dei loro errori e dei loro meriti? Ma ciò che non è vecchio è continuare a cercare un punto di equilibrio credibile fra progressismo e contemporaneità: esattamente ciò che hanno fatto i Democratici americani  a cominciare dalla incredibile lezione di lungimiranza effettuata alle primarie con la scelta di Biden e non di Sanders. 

Bisognerà perciò prendere atto che Biden ha saputo fare quello che nessun altro avrebbe saputo fare e che è stato ben descritto da Walter Veltroni: «È apparso al tempo stesso moderato nei toni e fermo nel sostegno alle grandi questioni, l’ambiente e la multiculturalità, che sono parte integrante delle domande dell’elettorato più progressista». 

La chiave sta appunto in quel «al tempo stesso», che non è elogio della giustapposizione formale ma della sintesi sostanziale: ed è questa capacità di fare sintesi che ha fatto la differenza fra Biden e il suo avversario, tanto che si può concludere che se all’estremismo di Trump si fosse contrapposto l’estremismo di Sanders oggi avremmo The Donald ancora alla Casa Bianca.

È probabile che i nostri osservatori di una certa sinistra avessero già vergato i loro acuminati articoli immaginando la vittoria di Trump, d’altronde l’altra sera su RaiTre stava andando in onda il funerale del Partito democratico americano. Erano tutti pronti a dire, appunto, che non si vince al centro. Ora, gettati quei pezzi nella spazzatura, suoneranno un’altra canzone (hanno già cominciato a strimpellare i primi refrain), quella che dice che Biden ha vinto per il rotto della cuffia – e invece ha stravinto – che poi ’sto voto postale, boh, che alla fine è una mezza vittoria perché non ha il Senato (Federico Rampini ha parlato addirittura di una specie di governo di coalizione, come se il Presidente degli Stati Uniti fosse un Giuseppe Conte qualsiasi); e insomma vedrete che non cambierà niente. Non è il caso di fare nomi e cognomi ma basta aspettare qualche ora e li vedremo belli stampati sul giornale o apparire sui sottopancia di qualche noioso talk show.

Per fortuna si tratta di minoranze. Perché invece la lezione americana ha confermato che il progressismo liberale e sociale vince mentre da noi si incespica troppo su alchimie politiciste guardando al proprio ombelico, alle convenienze di un’ora invece che alle strategia di lunga durata, a una linea politica basata su alleanze coi populisti invece che sui programmi.

Soffierà anche da noi il vento americano? O si infrangerà sulla leadership di un presidente del Consiglio che solo un anno fa era alleato con il Trump in sedicesimo che si chiama Matteo Salvini? Che Joe Biden illumini il centrosinistra italiano, insegnandogli a coniugare il radicalismo delle scelte con la moderazione dei toni e delle ambizioni personali, trasmettendogli la voglia di pensare la grande politica.

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