Orange WineI vini bianchi macerati sulle bucce tra passato e futuro

Celebrati ma non da tutti, fin troppo imitati con risultati a volte poco entusiasmanti, i cosiddetti orange wine sono entrati in una fase nuova dopo la moda che li ha visti tra i protagonisti dell’ultimo decennio

Sono ormai passati molti anni da quando i primi orange wine, i vini bianchi macerati sulle bucce, hanno fatto la loro comparsa sul mercato, esperimenti di vignaioli che da una parte si volevano ribellare a una certa standardizzazione dei vini bianchi e dall’altra cercavano di recuperare metodologie produttive dimenticate. Erano gli anni 90, e quel piccolo gruppo di produttori soprattutto friulani non poteva immaginare che quelle bottiglie avrebbero gettato le basi per uno degli stili più imitati del ventennio successivo.

Cosa sono gli Orange Wine

Il colore di (quasi) tutti i vini è frutto del contatto delle bucce dell’uva con il mosto, il succo contenuto all’interno degli acini. Nonostante per esempio esistano dei vini rosa prodotti grazie all’aggiunta di vino rosso a vino bianco la stragrande maggioranza dei rosati nasce da uve rosse, il cui liquido rimane a contatto con le loro bucce per pochissimo tempo, anche per solo poche ore. Sono le bucce a rilasciare le sostanze coloranti, i pigmenti, i cosiddetti antociani. Gli orange wine non sono sempre arancioni – ci sono infatti alcuni produttori che preferiscono la dicitura “vini ambrati” – tuttavia per convenzione è questa quella che si usa per identificare tutta la famiglia di vini prodotti a partire da uve bianche macerate a lungo sulle loro bucce.

Una tipologia di vini in bilico tra il mondo dei bianchi e quello dei rossi, che si avvicina ai secondi in quanto di capace di esprimersi con una particolare tessitura, non di rado anche con una certa trama tannica, tutte caratteristiche causate dalla maggiore estrazione delle sostanze contenute appunto nelle bucce. Gli orange wine non sono necessariamente vini naturali, come naturali non sono tutti i vini frizzanti o “pet nat”, abbreviazione dal francese pétillant naturel. Molti però sì in quanto furono proprio produttori appartenenti al mondo dei vini naturali a proporli per primi, tra la fine degli anni 90 e l’inizio del millennio.

Breve storia degli orange wine

Poche altre regioni italiane hanno visto tanta attenzione come quella che ha investito il Friuli-Venezia Giulia e i suoi vini bianchi tra la fine degli anni 80 e la fine degli anni 90, e oltre. Improvvisamente o quasi il mercato italiano aveva trovato un modello da seguire fatto di vini di impeccabile tecnica, di moderata aromaticità e di sicura finezza a prezzi di particolare interesse, perfetti per una filiera assetata di vini facilmente comprensibili, perfetti da proporre a una generazione di bevitori che aveva una gran voglia di allontanarsi il più possibile da ogni imperfezione che potesse anche solo lontanamente far tornare alla mente lo scandalo del vino al metanolo, una truffa che nel 1986 aveva causato l’intossicazione di parecchie decine di persone tra Lombardia, Piemonte e Liguria che ebbe una straordinaria risonanza mediatica, tanto da poter designare il mondo del vino italiano in un prima e in un dopo.

È più o meno in quel periodo che tra Collio e Carso, tra le provincie di Gorizia e di Trieste, un piccolo gruppo di produttori inizia a incontrarsi per scambiare idee in un’ottica di percorso condiviso. Ognuno con il suo trascorso, ognuno con la propria esperienza: i più importanti Josko Gravner, “Stanko” Radikon, Edi Kante, Valter Mlečnik, Nicolò e Giorgio Bensa de La Castellada, Angiolino Maule de La Biancara, Alessandro Sgaravatti del Castello di Lispida. Il primo in particolare, dopo aver visitato alcuni produttori californiani e aver toccato con mano cosa volesse dire produrre vini più tecnici che di territorio, vini figli di tutto quello che l’enologia a lui contemporanea era in grado di offrire in termini di innovazione e di tecnologie, si è progressivamente avvicinato a un’idea di vino più arcaica, che in qualche modo ricalcava le gestualità dei suoi antenati. Non solo, è in quel periodo che Josko Gravner si interessa della tradizione vitivinicola georgiana, una delle culle del vino dove per tradizione questo veniva prodotto in grandi anfore di terracotta con una lunga macerazione sulle bucce.

«È probabilmente vero che le radici dei vini macerati a lungo sulle bucce all’interno di grandi vasi di terracotta affondano nella storia della Georgia», racconta Mateja Gravner, figlia di Josko. «Al tempo stesso va considerato che vent’anni fa la Georgia era nel pieno di una vera e propria rivoluzione culturale, tutto ciò che aveva legami con il passato era stato in qualche modo rinnegato. Era il periodo dei vitigni internazionali, della quantità più che della quantità, le anfore erano certamente rimaste in alcune piccole cantine ma quasi tutto quello che veniva imbottigliato aveva un background completamente diverso, era figlio di un’idea di vino che più moderna non si può. È per questo che ancora oggi mio padre è considerato l’antesignano di questo tipo di vini, lasciati a lungo fermentare sulle bucce all’interno dei kwevri, le grandi anfore georgiane».

È più o meno in quel periodo, a partire dalla seconda metà degli anni 90 che Josko (e poi a seguire gli altri) inizia a confrontarsi con questa metodologia produttiva così unica. Ad abbandonare l’uso delle vasche di acciaio e delle barrique a favore di grandi botti di legno, a ridurre l’uso di coadiuvanti enologici, anidride solforosa in primis. I suoi (e i loro) vini così scuri, dal colore ambrato, dagli aromi di miele, di spezie e di frutta secca non solo erano qualcosa che in zona non si era mai vista, almeno a livello commerciale, ma erano anche unici nel panorama produttivo internazionale. Erano una cosa del tutto nuova. Erano nati gli orange wine, termine coniato molto tempo dopo dall’importatore inglese David A. Harvey.

Gravner, vigneto Runk

La moda degli Orange Wine

Vini, questi, che per molto tempo hanno faticato a essere compresi prima ancora che commercializzati: è infatti solo a partire da una decina di anni più tardi che quella dei vini bianchi macerati sulle bucce si trasforma in una vera e propria moda, in un trend produttivo. Da nord a sud, ma anche all’estero, sono moltissimi i produttori che sulle orme di quel pugno di pionieri friulani e non solo abbracciano questa tecnica con risultati non di rado entusiasmanti. Sono quasi tutti produttori appartenenti al movimento dei vini naturali, vignaioli che vedevano nella macerazione sulle bucce un ritorno alle tradizioni prima ancora che alle origini del vino (oltre che una legittima opportunità commerciale), con tutto quello che questo comporta in termini di storytelling.

È solo a partire dagli anni 10, o quasi, che quella degli orange wine ha iniziato a diventare una vera e propria bolla: in tantissimi si cimentavano nella loro produzione a partire da vitigni che spesso, se vinificati sulle bucce, non erano in grado di dare quel qualcosa in più, come nel caso della ribolla gialla nel Collio di Gravner, in Friuli. Non solo, grandi aziende, incuriosite dal fenomeno e affamate di nuovi segmenti a cui proporre i loro vini, hanno iniziato in quel periodo a produrre vini macerati sulle bucce inseguendo un mercato dei vini naturali che nel frattempo aveva iniziato a guardare anche altrove, non solo ai già citati vini frizzanti ma soprattutto a vini sempre più leggeri, bianchi e rossi con basse gradazioni alcoliche che oggi rappresentano l’ennesima avanguardia destinata a sgonfiarsi con il passare del tempo.

Soprattutto oggi sembra essere passata la sbornia: nuovi orange wine si contano sulle dita e in generale, in termini numerici, la percezione è che sia anche stato fatto qualche passo indietro. Da una parte i vini più nuovi, che possono ormai contare su una certa tradizione territoriale e sulla consapevolezza che solo certi varietà riescono a essere valorizzate da questa tecnica. Dall’altra i grandi classici, i vini più buoni, quelli capaci nel tempo di costruirsi una solida fama tra gli appassionati e i consumatori di tutto il mondo, tutt’ora affascinati dai colori e dagli aromi che questi vini così unici sono in grado di offrire.