La scrittura è atletismoQuel che ritorna è tutta adolescenza che ritorna

Mi hanno visto. Dopo anni lo so, mi stanno guardando, mi stanno leggendo. Se posso permettermi, le bramo. Ho due lettrici al mondo, e siete voi, o Signore. Per queste due belle ragazze Vito cantò

O Signore… con Signore intendo il plurale di Signora… O Signore, finalmente sento i vostri occhi addosso. Posso finalmente confessarla questa mia debolezza adolescenziale. È successa una cosa, questa settimana: vi ho spiato, poi vi dico.
Nell’adolescenza, in uno di quei cortili romani circondariali, su quelle terre battute intorno ai palazzi, tra sprazzi di erbe selvatiche e di spighe da guerra che trafiggevano le nostre magliette, sulle sparpagliate breccioline da fionda, tra i sassi da sassaiola, in quei cortili svolazzava come un passero l’adolescenza, e io volevo sentirmi osservato. Da chi? Dalle signore affacciate.
Specialmente d’estate, quelle estati da fresco di sera, da matrone ai balconi perfino coi ventagli come a teatro, ché le signore sono tutte matrone nella nostra adolescenza, secondo il modello matronale ideale, musivo, in affresco e anche statuario.
Avevo visto le figure in un libro: i mosaici di Piazza Armerina, che credevo fosse una piazza di Roma, invece è in Sicilia, ma fa lo stesso dal punto di vista di un tetrarca ossia dal mio punto di vista, governatore di una quarta parte del territorio intorno al palazzo che ha quattro lati, e io ero il tetrarca di ogni lato, volta a volta spostandomi dalla terra battuta alle erbe spontanee anche alte, e sul tratto a breccioline, e sulle colline di pietrame di riporto e cocci antichi.
Nel mosaico quelle ragazze in bikini giocavano agli stessi miei atletici giochi nei loro cortili olimpionici. Quel tempo del gioco che ogni tanto ritorna è forse il più autentico tempo amoroso, poi ci si deve, però, rivestire.
Un’altra figura, quell’affresco pompeiano sconvolgente: la donna con lo stilo in mano, quella mano, le dita che arpeggiano lo stilo puntato sul labbro inferiore come per pungerlo un poco (è una cosa che piace, una pressione pungente sul labbro), un viso affrescato che pensa (un pensiero anch’esso pungente), e nell’altra mano le tavolette di cera che dopo il pensamento lei graffierà, magari con un verso. Si dice fosse il ritratto di Saffo, non lo so, ma quegli occhioni ancora oggi guardano me ispirandosi, non me che la guardo ma me alla sua destra, me nell’adolescenza laggiù nel cortile.

E siamo al punto. Da dove nasce tutto questo ovvero tutto quello che qui scrivo? Nasce da “questo”, dal pronome dimostrativo, ossia che dimostra che tutto questo è vero. Devo spiegarmi meglio, lo so che spesso dovrei farlo, devo, dopo averlo esposto, togliermi il pudore.
O Signore… O care Signore, ho spiato, ovviamente per caso, una vostra conversazione scritta, pubblicata in rete. Sì, è pubblica, ma io lo stesso la spio come s’io fossi il solo, e lo sono. Le conversazioni oggi si scrivono, scrivono sé stesse, con voce immortale d’autore, d’autore segreto, perché è segreto chi legge, ma io qui mi svelo. Sì, per caso l’ho letta. Il caso, il miglior colpo d’occhio istantaneo su una pagina, che poi dici: fermati, ti rileggo, ti riguardo, e poi ti salvo come immagine, o pagina, sei bella.
Adesso vi riconoscerete, vi avverto, ci siamo quasi.
“Questo”, questo pronome dimostrativo. Dice E… (nei puntini continua il nome che io non so se posso fare, ma l’iniziale è vera), dice: “Ma che bello, M…!, questo va tenuto d’occhio”. M… è l’iniziale vera del nome dell’altra Signora. “Questo” sono io.
E io lì, io “questo”, mi sono sentito, in tutto “questo”, bello, come appunto lei dice io sia, e non so smentirla, è vero. È una spiata, la mia, loro non sanno che ascolto quel che scrivono ovvero dicono di me, lontane da me, come al balcone e io, sotto, adolescente, sono bello.
Perché adolescente? Non lo so. Ma indicarmi con “questo”, indicarmi forse col mento o con una mossa lieve di un dito intrecciato alle altre dita, di tra le braccia conserte alla ringhiera, indicarmi come “questo” mi ringiovanisce, anzi mi scaraventa adolescente nel cortile. Là dove ho fatto, faccio evoluzioni da atleta, da gladiatore, anche da acrobata sul listello di quell’inferriata (è vero, ho fatto questa cosa assai pericolosa a quel tempo, oggi mortale), e perché ho fatto tutto questo e altro? Per loro, perché loro mi guardassero. Come adesso. È atletismo la scrittura? Sì.

Mi hanno visto. Dopo anni lo so, mi stanno guardando, mi stanno leggendo. Se posso permettermi, le bramo. Ho due lettrici al mondo, e siete voi, o Signore. Io sono davvero commosso: questa frase non rende che lo sono davvero ma davvero lo sono.
M… risponde: “Lo seguo da un po’ ormai. Lo trovo straordinario”. È da un po’ che mi segue, quindi ha visto il mio equilibrismo sul filo dell’inferriata, ha compreso che era per lei che rischiavo, ha visto le mie sassaiole cimentose, mi ha visto sudato.
Adesso lo so, non è andata perduta la mia adolescenza. Le Signore dai balconi mi guardavano davvero, mi seguivano addirittura da un po’, adesso lo so, non alzai mai gli occhi allora, ma volevo sentire addosso i loro, come li sento ora.
È importantissimo tutto questo per me, al tempo in cui io ero “questo”, magnifico pronome dimostrativo che “indica vicinanza nel tempo e nello spazio” ossia intimità, il pronome col quale intimamente si pensa a qualcuno, o a sé lo si attrae se quel qualcuno è visto da lontano, da un balcone, per esempio, e quel qualcuno sta formando sé stesso in un cortile.
Rivelerò poi, non ora, che cosa intendo per adolescenza, e quanto c’entra l’adolescenza con le parole, anche queste qui scritte, certamente. Adolescenza nasce da “adolesco”, l’indicativo che indica me, che cominciavo a crescere come l’edera, come il gelsomino, come la passiflora, che s’arrampicano e che salgono ai balconi.
Poi M… aggiunge: “Dovresti indagare anche su Vito Taburno”, e E… risponde “I will!” perché vive in un bel villaggio inglese.
Per queste due belle ragazze Vito cantò.
Poi E… dice e scrive una frase che qui non riporto perché mi fa arrossire di piacere e di verità, così che rosso in viso, spavaldo, scalmanato, sudato, anche assetato, alzo gli occhi e vi guardo e vi sorrido adesso, o Signore. E coraggiosamente con la mano vi lancio, spiccicandolo dalle mie labbra, un bacio.

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