Grand HotelLa comprensione che incontrai nella mia vita aveva un volto di donna

Capirsi senza conoscersi è come parlare d’amore in alto mare. A volte succede. Se lo fa, si rompe la solitudine tra le anime e si accende una scintilla, dopo il vino e i liquori e prima del palcoscenico

JOEL SAGET / AFP

Questo testo che leggerete è uno dei 40 (ma in tutto saranno un centinaio) che il poeta, filosofo e paroliere romano Pasquale Panella ha deciso di pubblicare a puntate su Linkiesta. Costituiscono il repertorio di un misterioso Vito Taburno, che ne sarebbe il vero autore. Vero o falso che sia, ma forse più vero del vero, a sentire lo stesso Panella (nota de Linkiesta)

Essere compreso? Se sono stato compreso? Se ho conosciuto la comprensione? Certo che l’ho conosciuta.

Avevo pranzato al Grand Hotel dove la sera cantavo. Ero solo al tavolo come fossi al piano, le mie papille eseguivano armonizzazioni. Avevo mangiato robe buone e ben condite e bevuto i vini giusti, bianco prima, rosso dopo, liquoretti trasparenti infine, assaggi incoraggiati dal cameriere che quasi cospirava con me per lo svuotamento delle cantine.

Ero pronto per salire a riposare prima dello spettacolo della sera. Quando lei si avvicinò mi sembrò inevitabile che lo facesse. Come, certe sere, belle donne venivano a puntare i gomiti o a distendere gli avambracci sul mio piano ascoltandomi, così si avvicinò.

Aveva pranzato con altre persone, quattro donne e due uomini, a un tavolo da sei ma erano in sette, lei era la settima a capotavola. Certe cose le ricordo come si ricordano i presagi, soprattutto quelli che non presagiscono nulla, quindi rimangono persistenti in attesa.

Il loro pranzo e le loro chiacchiere erano alla fine, caddero i tovaglioli sul tavolo come paracadute da non occultare sotto la tovaglia: è un tavolo pacifico, pensai; le poltroncine arretrarono, tutte e tutti si alzarono, ho seguito la scena del commiato, pareva la chiusura di una riunione di lavoro; sparirono, con cartelle e borse in mano, i commensali.

Il tavolo deserto, lei, settima e sola all’impiedi, aveva salutato la compagnia restando.

Era nuda, non il corpo, le mani, si avvicinava a me a mani nude, come se fosse strano, ma lo pensai, pensai alla nudità come una fisarmonica, il mantice che, chiuso fino al polso, dopo s’apre.

Avevo gli occhi infusi nei chiari liquorini. Si avvicinava a me dopo aver carezzato il bordo alto della poltroncina, dandosi una spinta un po’ mentale.

Mi alzai come se salpassi un’ancora, anzi due, una per tasca, mi alzai un po’ piegato in avanti, un inchino a mio modo, le feci cenno di sedere al mio tavolo, si sedette, mi risedetti anch’io come se riponessi l’inchino nell’astuccio della poltrona, Si mangia in comode poltroncine nei Grand Hotel.

Era una capitana dell’industria cosmetica. Il salotto della sua suite era la plancia di comando di un transatlantico, le vetrate erano larghe come l’orizzonte, oltre il quale si vedeva il mare argentato, distante una trentina di chilometri da dove ci trovavamo, bella vista, soprattutto lunga.

Con guarnizioni d’oro, l’argento del mare: un monile da gioielleria per clienti importanti, laggiù, disteso sul paesaggio. Il pomeriggio invernale era limpido, la luce del sole entrava già di taglio come una lama di miele. Paralleli alla vetrata, due divani con le sedute a rinfaccio, grigio perla con del rosa in trasparenza.

Avevo il nodo della cravatta lasco e il colletto della camicia slacciato per il bacio in ascensore. Non so come, intendo il colletto e il nodo, non so come s’erano allentati, cominciavo già a non ricordare.

Avevo le braccia inermi, pendenti lungo il corpo, guardavo la spalliera di uno dei divani e la seduta dell’altro, la spalliera poteva essere un’onda e la seduta una spiaggia color sabbia lussuosa, rosa e grigio perla.

Veramente pensai che un divano, quello che mi offriva la spalliera, potesse, anzi volesse, rotolando, andare a distendersi sull’altro, quello che offriva alla mia vista, davvero me l’offriva, la seduta. Tutto mi pareva volesse distendersi, io per primo.

Saliva, come si dice, in me la voglia come un mare dal pavimento. Pensai davvero, per dire come mi sentivo lucido, che ci fosse stato un guasto, uno squarcio nelle tubature che portavano il mare al mare laggiù, e che le tubature passassero sotto il Grand Hotel.

Insomma sentivo la voglia crescere e mi sentii in essa immerso. E conobbi la comprensione, lei comprese la mia voglia montante. «Vuoi riposare, vero?», mi disse.

E poi: «Anzi, hai bisogno di dormire un poco, vero?». Era quella la mia voglia e dissi sì, come se stessimo parlando d’amore in alto mare.

Quando mi svegliai, disteso sul divano che dava le spalle alla vetrata, il sole era tramontato, c’era però nell’aria quasi la stessa luce di sole basso ma molto più tenue, una luce che attraversava il miele di un ampio paralume.

Sull’altro divano anche lei dormiva, il viso rivolto a me, doveva essersi assonnata guardandomi dormire, aveva tolto solo le scarpe, aveva le mani giunte sotto la guancia; la gonna, non so, mi parve troppo composta. Per tutto il tempo non c’era stata tra noi che comprensione.

Quando aprì gli occhi ci guardammo a lungo, restando così, senza parlare. Quando avremmo potuto, lo evitammo con un sorriso.

Da quel sorriso la comprensione faceva un altro giro silenzioso sul quadrante della calma fino a un altro sorriso.

Poi venne l’ora di andare a cantare, e scesi a cantare. Fu lei ad abbottonare il colletto della mia camicia, a stringere il nodo della mia cravatta, questo lo ricordo perché è una rimembranza indelebilmente infantile, indimenticabile, e poi lei era a piedi scalzi, e questo è un carico di intimità furente che sempre aumenta in me quando, come adesso, ci ripenso.

Mi sfiora con l’indice la guancia e finge con l’unghia uno sfregio, poi la sua mano scivola in basso fino a raggiungere il nodo della cravatta che ribadisce con tre dita, poi scende a palmo aperto sul mio petto per dare una sistemata alla giacca e una piccola spinta a me, dicendo «Vattene».

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