Trend negativoL’epoca in cui non chiamiamo le cose con il loro nome, ma usiamo frasi a casaccio

Un titolo sul sito di un importante giornale diceva «Noi, sfollati da Milano». Sotto c’era una gallery di foto. Gente che era andata nella casa di campagna a trascorrere le prossime settimane senza odiose linee guida che le dicessero di non muoversi se non si doveva muovere

Pixabay

Quando c’insegnò che le parole sono importanti, Nanni Moretti aveva 36 anni. Il che mi stravolge ogni volta: era poco più d’un bambino, quando girò il suo film più adulto.

Poi s’invecchia, ci si ammorbidisce, e probabilmente oggi neppure Michele Apicella prenderebbe a schiaffi l’intervistatrice che dice “trend negativo”.

Non tanto perché le parole siano meno importanti (lo sono, ora ci arriviamo), ma perché i tempi cambiano. L’altro giorno, per il compleanno di Monica Vitti, ho letto un articolo che, citando un film di cinquant’anni fa in cui Alberto Sordi la riempiva di botte, riteneva di precisare che oggi vedere quella scena «fa meno ridere». Certo, perché oggi c’è la violenza sulle donne, diamine, nel Novecento invece eravamo tutti convinti fosse giusto menarle a sangue, anzi no, nel Novecento non esisteva il problema e relativa sensibilizzazione: mica esistevano donne che le avessero mai prese (né cronisti che ritenessero di dover fare la moralina alle opere d’arte: nulla esisteva, prima del presente).

Ogni volta che si parla di Palombella rossa, oggi che ci urge far sapere al mondo che siamo sensibili alla violenza sulle donne, c’è sempre qualcuno che dice «t’immagini oggi»; e non si sa se immaginare uno scenario di reazioni di ferma condanna al ceffone, o un Moretti che non scriverebbe, girerebbe, monterebbe quella scena: chi glielo fa fare, di sobbarcarsi mesi di polemiche sceme.

Fatto sta che le parole sono importanti, quella frase lì è rimasta spendibile, e anzi la diciamo con un compiacimento che quasi mai è direttamente proporzionale alla cura con cui scegliamo le parole. Siamo diventati un mondo in cui gli stessi non trovano contraddizione nel dire sia «le parole sono importanti» sia «trend negativo».

Le parole saranno pure importanti, ma i giornali hanno riportato come fosse una frase di senso compiuto l’indicazione del governo secondo cui è meglio non spostarsi «salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi». Insomma non posso muovermi per andare in un ristorante chiuso, ma posso muovermi per andare in un lavasecco aperto. Insomma non muovetevi a meno che non dobbiate muovervi.

Le parole sono importanti, ma con riserva.

Ieri un titolo sul sito del Corriere diceva «Noi, sfollati da Milano». Sotto c’era una gallery di foto. Gente che era andata nella casa di campagna a trascorrere le prossime settimane senza odiose linee guida che le dicessero di non muoversi se non si doveva muovere.

Le scorrevi, e nessuno si diceva “sfollato”. Era forse una fantasia del titolista? Un nuovo episodio del patto noto solo a chi fa i giornali in Italia, quello per cui il lettore sa che quel che sta tra virgolette in un titolo mica è tra virgolette davvero, è una suggestione, un’omeopatia lessicale, una fantasia perversa?

Non ce ne siamo scandalizzati più di tanto, in una scala da 1 a Michele Apicella, perché solo un anno e mezzo fa (sembrano cento) avevamo fatto gli anticorpi all’uso a casaccio del linguaggio da Shoah con gli insegnanti deportati: ve li ricordate? Erano quelli che erano stati assunti a tempo indeterminato, diciotto ore di lavoro per cinque giorni a settimana, due mesi di ferie pagate, un’assunzione novecentesca come fuori dagli impieghi statali non se ne fanno più, e siccome la condizione era che dovevano andare dove c’era bisogno d’insegnanti, essi s’erano definiti “deportati”.

Sfollati, deportati: chi è più l’Anna Frank dei nostri tempi, tra il professore che insegna Zenone a liceali asini in un’altra provincia, e il milanese che passa novembre nel suo casale nell’Oltrepò pavese? Chi si sente nascosto in soffitta, braccato, protagonista d’un olocausto tutto suo? Per chi uscire dal proprio codice postale è più traumatico?

(Ma poi, se i lombardi si sfollano nell’Oltrepò pavese, non finirà come l’altra volta, coi reparti emiliani sovraffollati di gente di Cremona? Sai come s’incazzano, in Emilia, se diventano zona rossa per colpa degli sfollati dalla Lombardia).

Le parole erano importanti, non so bene quando.

Certo non sei mesi fa, quando definivamo “eroi” medici e cassieri del supermercato che facevano il loro lavoro.

Certo non sei settimane fa, quando discutendo della didattica a distanza le madri medie riflessive non esitavano a descrivere la propria prole come “psicologicamente devastata” dal sentirsi insegnare le equazioni da un freddo schermo.

Certo non sei giorni fa, quando una su Twitter mi ha detto che la fuga dalle città in zone rosse era cosa buona e giusta, giacché una sua amica che al primo giro non era fuggita da Milano si era trovata a dover stare in casa tre mesi, «con tutto il peso psicologico» di stare praticamente in una soffitta di Amsterdam, ma con l’abbonamento a Netflix e le consegne di Amazon.

Mi è toccato recuperare una copia del Corriere di carta (che residuato novecentesco), per scoprire da dove venisse “sfollati”. Da una storia scomparsa nella versione on line. Di tre tizi che hanno preso una casa vicino Siena, e dichiarano (tutti e tre in coro? Uno dei tre però si dividono la colpa?) «Milano ci mancherà, ci sentiamo sfollati, come ai tempi dei vostri nonni». I vostri nonni vi prenderebbero a calci in culo, credo, ma ora scansatevi perché non voglio parlare con voi nel casale senese che pare soffitta di guerra, ma col Corriere.

Che vi toglie dall’edizione on line evidentemente consapevole che ci sarà un tiro al bersaglio sulla vostra foto e sulla vostra dichiarazione da parte di chi ha la qualità di ritenere le parole ancora importanti, e il difetto d’indignarsi sui social.

Epperò vi tiene, il Corriere, come titolo d’un articolo che, monco, parla d’altra gente. Tanto “sfollati” vale anche per chi ha abbastanza senso del ridicolo da non dirsi tale, no?

C’erano una volta le parole, erano importanti, qui giacciono.

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