Crisi di governoBettini vede il rischio elezioni, Renzi scommette sulla maggioranza parlamentare

Il consigliere di Zingaretti al Corriere dice che se l’esecutivo implode si va alle urne. Il leader di Italia Viva sul Messaggero prevede che invece che per le politiche si voterà solo nel 2023

Foto Riccardo Antimiani/LaPresse/POOL Ansa

Superato lo scoglio della riforma del Mes, il governo giallorosso vacilla sul Recovery Plan e l’uso dei 209 miliardi in arrivo dall’Europa. Su questo si misurerà ora la tenuta della maggioranza, tenendo presente l’avvertimento fatto trapelare dal Quirinale: in caso di crisi si va al voto.

Ed è questa la tesi che ripete oggi Goffredo Bettini, consigliere del segretario del Pd Nicola Zingaretti, al Corriere. «Renzi ha contribuito a varare questo governo», dice Bettini. «Sapeva di pagare un prezzo per la sua tradizionale avversione verso il M5S. Eppure in questi mesi abbiamo retto. Abbiamo salvato l’Italia ristabilendo una reciproca fiducia con l’Europa, aiutando le categorie più colpite dai provvedimenti di contenimento della pandemia, cercando di non lasciare nessuno abbandonato a se stesso e utilizzando la scienza nelle decisioni pubbliche. Non so se, nella fase nuova che si sta aprendo, Renzi abbia intenzione di togliere il suo sostegno a Conte. Per certi aspetti non mi interessa leggere nella sua testa, piuttosto sapere che senza Italia Viva il governo non avrebbe più i numeri per andare avanti. Quindi, con pazienza, occorre ricomporre ascoltando tutti. E occorre, dall’altra parte, porre i problemi in maniera costruttiva».

E se la frattura non si riuscisse a ricomporre? «Se l’attuale esecutivo dovesse implodere, per ragioni interne e non a causa dell’opposizione, sarebbe secondo me impossibile continuare la legislatura con altre soluzioni. Nessuno sarebbe più in grado di mettere in piedi ipotesi credibili. A quel punto ritengo inevitabili le urne. E tutti dovranno rispondere della propria parte di responsabilità nell’aver portato il Paese, in un momento così delicato, all’avventura di nuove elezioni», risponde Bettini.

Matteo Renzi, dalle colonne del Messaggero, invece, mostra un punto di vista diverso: «La Costituzione dice che si verifica se c’è una maggioranza in Parlamento. Spero che non si arrivi a tanto ma se si arrivasse lì, scommetto sulla presenza di un’ampia maggioranza parlamentare. Penso che voteremo per le politiche nel 2023».

E sulle critiche alla gestione del Recovery Plan, trapelate anche dal Pd, Renzi commenta: «La pensano quasi tutti come me e come Delrio. Ma molti non hanno la forza e il coraggio di dirlo. Non mi sembra un problema: continueremo a dirlo io e Graziano. L’importante tuttavia non è che noi continuiamo a dirlo, ma che il premier cominci ad ascoltarci. Lo dico innanzitutto nel suo interesse», avverte Renzi, escludendo però il suo ingresso nel governo come ministro.

E una richiesta di maggiore «collegialità» nelle decisioni arriva anche da Bettini. «Il Pd in questi mesi è stata la forza più leale, generosa, disinteressata a sostegno di Conte. Si è fatto carico da solo delle elezioni regionali. Se gli altri talvolta non sono stati unitari, Zingaretti è stato unitario per due. Ci hanno accusato persino di subalternità. Ora, all’improvviso, saremmo diventati ostili o distanti dal governo? Non scherziamo», dice. «Il Pd non chiede nulla. Chiaro? Nulla. La questione vera è molto semplice: sono mesi che discutiamo sul Recovery Fund definendolo il passaggio fondamentale per il futuro dell’Italia. Addirittura come l’occasione per cambiare il nostro modello di sviluppo, che già prima della pandemia era statico nella crescita e ingiusto. Se è così, occorre fare molta attenzione ad ogni passaggio politico e istituzionale. Tutti si devono sentire a proprio agio, devono avere uno spazio certo per contribuire, anche l’opposizione».

E così Bettini spiega che sarebbe «opportuno per la maggioranza replicare la riunione del 5 novembre scorso di Conte con i leader della coalizione, recuperandone lo spirito. Nel dibattito in atto sono emerse differenze, come altre volte nel passato. In ogni occasione il Pd ha spinto per una ricomposizione in avanti. Abbiamo accettato compromessi per il bene dell’Italia e per salvare l’attuale esperienza di governo, alla quale crediamo e che non ha alternative. Se si incrina qualcosa, i problemi vanno affrontati subito». Ma «mentre nella fase dell’emergenza è stato quasi obbligatorio lavorare in sintonia, nella fase della ricostruzione deve emergere una volontà più forte di coesione e corresponsabilizzazione, altrimenti si verificherà un reciproco arroccamento e non potremo reggere alle prove che abbiamo dinnanzi. Se si è d’accordo su questa analisi, ne debbono conseguire comportamenti coerenti».

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