Revisionismo storicoLa glorificazione dei criminali di guerra ostacola la riconciliazione in Bosnia-Erzegovina

A 25 anni dalla fine del conflitto nel Paese non è ancora stata resa piena giustizia alle vittime. I prigionieri sopravvissuti ai campi di concentramento affermano che è ancora viva l’idea di uno spazio etnicamente pulito, destinato a un solo popolo

Lapresse

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

«Slobodan Praljak non è un criminale di guerra e respingo con sdegno il vostro verdetto». Queste parole accompagnano un graffito disegnato sulla facciata di un edificio residenziale a Čapljina, città natale di Slobodan Praljak – ex capo di Stato maggiore del Consiglio di difesa croato (HVO) – situata nell’Erzegovina occidentale. Nel 2017 Praljak è stato condannato a vent’anni di carcere per aver preso parte all’impresa criminale congiunta con l’obiettivo di rimuovere forzatamente la popolazione bosgnacca dal territorio dei comuni di Stolac, Mostar, Čapljina, Ljubuški, Prozor, Vareš, Gornji Vakuf e Jablanica.

Quelle parole, che oggi campeggiano sulla facciata di un edifico in via Mate Bobana a Čapljina, sono state le ultime pronunciate da Praljak che, dopo la lettura della sentenza emessa nei suoi confronti dal Tribunale dell’Aja il 29 novembre 2017, ha bevuto una fiala di veleno nell’aula del tribunale, morendo poco dopo. A tre anni dal suicidio di Praljak alcuni cittadini di Mostar e Kiseljak hanno acceso candele per ricordarlo.

La glorificazione dei criminali di guerra è un serio problema in Bosnia Erzegovina, come da anni sottolineano le associazioni dei familiari delle vittime della guerra degli anni Novanta e i sopravvissuti ai campi di concentramento, ma anche alcuni rappresentanti della comunità internazionale che considerano la tendenza a esaltare i criminali di guerra come un ostacolo al processo di riconciliazione.

Nel 2017 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia all’Aja ha emesso una sentenza definitiva di condanna contro Jadranko Prlić (ex premier dell’autoproclamata repubblica croata di Herceg Bosna), Bruno Stojić (ministro della Difesa dell’Herceg Bosna), Slobodan Praljak (capo di Stato maggiore dell’HVO), Milivoj Petković (assistente del comandante dell’HVO), Valentin Ćorić (comandante della polizia HVO) e Berislav Pušić (capo dell’ufficio dell’HVO preposto allo scambio dei prigionieri), riconoscendoli colpevoli di impresa criminale congiunta il cui obiettivo era “l’unificazione del popolo croato” entro i confini della Banovina di Croazia tracciati nel 1939. Il Tribunale dell’Aja ha inoltre stabilito che a quella impresa criminale avevano preso parte anche l’allora presidente della Croazia Franjo Tuđman, il ministro della Difesa croato Gojko Šušak e il capo di Stato maggiore dell’Esercito croato Janko Bobetko.

A tre anni da quella sentenza – con cui il Tribunale dell’Aja ha riconosciuto i sei leader politici e militari croato-bosniaci colpevoli anche di crimini commessi contro i prigionieri detenuti nei campi di concentramento controllati dall’HVO, i prigionieri sopravvissuti affermano che l’idea di uno spazio etnicamente pulito, destinato a un solo popolo, è ancora viva.

«Tutte le vittime hanno intravisto in quella sentenza un barlume di speranza che i seguaci di quella politica criminale potessero raggiungere una catarsi. […] Assistiamo però a una situazione in cui i criminali di guerra sono stati condannati, mentre le [loro] idee vivono ancora, eccome, nella politica del partito che ama definirsi ‘legittimo’ rappresentante del popolo croato», si legge in un comunicato stampa  emesso dall’Associazione degli ex internati di Mostar in occasione del terzo anniversario della sentenza al sestetto dell’Herceg Bosna.

Il partito a cui si riferisce il comunicato è l’Unione democratica croata della Bosnia Erzegovina (HDZ BiH), principale partito dei croato-bosniaci, che non ha mai apertamente preso le distanze dagli ex leader dell’Herceg Bosna condannati in appello per crimini di guerra, e Jadranko Prlić per molti anni dopo la guerra è stato un esponente di primo piano dell’HDZ BiH.

Dopo la lettura della sentenza di condanna a carico del sestetto dell’Herceg Bosna, emessa il 29 novembre 2017, il leader dell’HDZ BiH Dragan Čović aveva dichiarato che quella sentenza “è un crimine contro i croati di Bosnia Erzegovina” e che il Tribunale dell’Aja non è un tribunale di giustizia, bensì un tribunale politico.

«Slobodan Praljak ha dimostrato al mondo intero quale sacrificio è pronto a compiere pur di ribadire di non essere è un criminale di guerra», aveva dichiarato Čović definendo il gesto di Praljak come un atto morale.

La glorificazione dei criminali di guerra non porta ad alcun progresso
A 25 anni dalla fine della guerra in Bosnia Erzegovina non è ancora stata resa piena giustizia alle vittime, tra l’altro perché le istituzioni continuano a indugiare nell’avviare processi per crimini di guerra, rischiando così di lasciare impuniti i responsabili. Questi problemi, a cui si aggiunge la controversa tendenza a glorificare i criminali di guerra, sono stati evidenziati anche da un gruppo di giuristi in un rapporto sullo stato di diritto in Bosnia Erzegovina commissionato l’anno scorso dalla Commissione europea.

«Non c’è spazio per la glorificazione dei criminali di guerra da nessuna delle parti. Il negazionismo e il revisionismo sono in contrasto con i valori universali fondamentali e ostacolano qualsiasi tentativo di riconciliazione interna. Le leggi adottate a tutti i livelli [di governo] della Bosnia Erzegovina dovrebbero criminalizzare tali comportamenti, come già previsto dal Codice penale della Federazione BiH. Le sentenze di condanna per crimini di guerra dovrebbero essere viste come un ostacolo all’assegnazione di cariche politiche [ai criminali condannati], anche dopo aver scontato la pena», si legge nel rapporto della Commissione europea.

In una recente intervista, l’Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina, Valentin Inzko, ha dichiarato che, se Milorad Dodik – che recentemente ha assunto l’incarico di presidente della Presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina – dovesse continuare a glorificare i criminali di guerra, sarà costretto a chiedere che a Dodik venga impedito l’ingresso negli stati membri dell’UE. Inzko ha ricordato che Dodik, che è anche leader del principale partito dei serbo-bosniaci (Unione dei socialdemocratici indipendenti, SNSD), qualche anno fa aveva deciso di intitolare una residenza universitaria situata a Pale a Radovan Karadžić, condannato in appello all’ergastolo per diversi crimini di guerra, tra cui il genocidio di Srebrenica.

«Se quella targa non dovesse essere rimossa entro maggio 2021 […] chiederò che a Dodik venga impedito di entrare nei paesi dell’UE. Ovviamente, non sono l’unico a chiederlo. Qualche giorno fa, il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha affermato, letteralmente, che nell’UE non c’è spazio per chi glorifica i criminali di guerra», ha dichiarato Inzko in un’intervista rilasciata ad Al Jazeera Balkans.

Da un’analisi recentemente pubblicata dal Balkan Investigative Reporting Network (BIRN) è emerso che oggi in Bosnia Erzegovina ci sono più di dieci istituzioni, strade e spazi pubblici intitolati a persone condannate o accusate di crimini di guerra, una prassi che rappresenta un terreno fertile per la diffusione di narrazioni revisioniste e che, se non dovesse essere vietata per legge, potrebbe avere effetti negativi sul processo di riconciliazione. L’analisi condotta da BIRN ha inoltre dimostrato che il revisionismo storico è ormai molto diffuso in Bosnia Erzegovina.

Nel suo discorso pronunciato davanti al Consiglio di sicurezza dell’Onu lo scorso 5 novembre, Valentin Inzko ha affermato che, pur avendo offerto una solida cornice per un futuro sviluppo della Bosnia Erzegovina, l’Accordo di Dayton ha sancito una pace imperfetta, tanto che ancora oggi alcuni leader politici bosniaco-erzegovesi conducono una politica nazionalista che acuisce le divisioni.

«Alcuni politici bosniaco-erzegovesi non hanno capito la lezione di Norimberga, né tanto meno hanno compreso il significato del Tribunale dell’Aja e del suo operato», ha affermato Inzko, aggiungendo che «non esiste una colpa collettiva per crimini di guerra, non esistono popoli cattivi, esiste solo la responsabilità individuale. Ma la più grande lezione [che dobbiamo imparare] è che quelli che, invece di accettare la verità, ignorano o cercano di riscrivere la storia non potranno avere un futuro stabile e prospero».

Inzko ha inoltre ricordato il caso più recente di glorificazione dei criminali di guerra, ovvero la richiesta avanzata da Milorad Dodik lo scorso 16 settembre affinché la Presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina osservasse un minuto di silenzio per rendere omaggio ed esprimere “rispetto” nei confronti del criminale di guerra Momčilo Krajišnik, deceduto il giorno prima. «Invece di guardare verso il futuro, i politici guardano al passato», ha concluso Inzko commentando l’attuale situazione politica in Bosnia Erzegovina.

 

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