L’Unione fa la forzaLe cinque lezioni che l’Ue ha imparato nel 2020

Bruxelles ha dovuto affrontare la fine della Brexit dopo quattro anni e fare i conti con l’ingerenza della Turchia nel Mediterraneo. Ha assistito alle proteste in Bielorussia e Polonia decidendo di tirare una linea rossa sul rispetto dello Stato di diritto

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Dicembre è sempre tempo di bilanci e l’ultimo mese del 2020 non fa eccezione. Il focus mediatico di quest’anno si è concentrato fin da subito sul Covid-19, trasformatosi nel giro di pochi mesi in un problema non più solo cinese, bensì mondiale. La pandemia ha cambiato la vita do ogni singolo individuo e ha costretto anche chi governa a trovare nuovi strumenti e paradigmi con cui affrontare una situazione senza precedenti.  La crisi sanitaria ha colpito cittadini ed istituzioni, Unione europea compresa. Eppure, la pandemia non è l’unico evento che nel 2020 ha segnato la storia comunitaria e da cui Bruxelles ha tratto – o dovrebbe trarre – una lezione. Ce ne sono almeno cinque.

Primo, uscire dall’Ue non è impossibile (ma è molto faticoso)
Il 2020 si chiude con l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea e l’intesa raggiunta all’ultimo minuto per stabilire i rapporto commerciali. La Brexit è sembrata per lungo tempo un incubo da cui prima o poi Bruxelles si sarebbe risvegliata, ma quattro anni dopo il referendum Londra ha effettivamente detto addio. 

Per il premier Boris Johnson si è trattato certamente di una vittoria politica, ma l’accordo raggiunto con il Regno Unito è un risultato importante anche per l’Ue. Bruxelles è riuscita a mantenere una posizione comune nei confronti della Brexit nonostante la presenza di alcuni governi euroscettici più sensibili alle richieste di Londra. L’Unione infatti è riuscita a raggiungere un alto grado di coesione interna che le ha permesso di negoziare con il Regno Unito da una posizione di forza, portando così Londra a cedere su diversi punti pur di scongiurare l’ipotesi no deal

La Brexit, dunque, ha sì dimostrato che uscire dall’Ue è possibile, ma anche che per farlo non basta un referendum. Inoltre sembra sfumato il rischio che anche altri Stati Ue seguano l’esempio di Londra: dal 2016 a oggi, la fiducia dei cittadini comunitari nelle istituzioni europee è aumentata di 10 punti percentuali (secondo i dati dell’Eurobarometro) e durante il 2020 anche i governi euroscettici hanno abbassato i toni. Nonostante ciò, l’uscita di Londra è un segnale che l’Ue non può ignorare e da cui ripartire per costruire un’Unione migliore. 

Secondo, l’Unione (europea) fa la forza
Che agire insieme sia meglio che procedere da soli sembra abbastanza scontato, eppure l’Ue ha avuto bisogno della pandemia per comprendere appieno l’importanza della collaborazione. Gli Stati europei hanno saputo usare la loro interdipendenza economica per rispondere alla crisi sanitaria e ai danni da essa causati a livello economico. I Paesi membri, per la prima volta nella storia dell’Ue, hanno sospeso le regole di bilancio, introdotto il “debito comune” e adottato misure eccezionali, con il sostegno delle istituzioni europee, mettendo al primo posto coesione e solidarietà. 

Anche dal punto di vista sanitario l’Ue è riuscita a dare un segnale di unità grazie ad un lancio coordinato del piano vaccinale. Come affermato dalla presidente della Commissione, le Giornate europee della vaccinazione sono state un toccante momento di unità e il coordinamento logistico e politico derivante dal piano vaccinale comune contribuirà a rinsaldare il sistema europeo. Con la pandemia, l’Ue ha scoperto l’importanza dell’unità, valore fondante della stessa Unione. 

Terzo, finalmente la violazione dello Stato di diritto è diventato un valore su cui non si può più transigere
Il rispetto dello Stato di diritto e il suo deterioramento in alcuni Stati europei è da anni al centro del dibattito comunitario. Bruxelles ha dovuto spesso fare i conti con le svolte illiberali di Polonia e Ungheria, ma non è riuscita ad assumere una posizione realmente intransigente nei loro confronti.

Anche l’introduzione del meccanismo che lega lo Stato di diritto all’erogazione del NextGenerationEu è stata una vittoria a metà. Il Parlamento ha approvato un regolamento che protegge «i fondi Ue da un uso improprio da parte dei governi che non rispettano lo Stato di diritto», ma si tratta pur sempre di un compromesso. Prima che possano essere presi dei provvedimenti, bisognerà aspettare che la Commissione rediga delle linee guida e saranno sanzionati solo i Paesi in cui si è registrata una violazione dello Stato di diritto che compromette la gestione dei fondi Ue. 

Il risultato del compromesso non è stato all’altezza delle aspettative, ma rappresenta una prima, seria presa di posizione dell’Ue nei confronti dei governi illiberali. Bruxelles deve capire che solo tutelando realmente i diritti fondamentali dei propri cittadini riuscirà ad aumentare la fiducia di questi ultimi verso le istituzioni europee e a porsi come modello di riferimento anche fuori dai confini comunitari.

Quarto, è tempo di ripensare il meccanismo dell’unanimità
Lo stallo sulle sanzioni contro la Bielorussia, il veto della Bulgaria sul processo di adesione della Macedonia del Nord e quello di Polonia e Ungheria sull’approvazione del Bilancio pluriennale hanno riacceso il dibattito sul criterio dell’unanimità. 

Su questo tema si era espressa anche la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che aveva proposto il superamento di questo criterio almeno nel campo della politica estera e della difesa comune per rendere più rapida la risposta comunitaria. Le diverse impasse venutesi a creare nel 2020 su tematiche importanti e legate principalmente al tema dei diritti hanno evidenziato i limiti del criterio di unanimità e il bisogno per l’Ue di ripensare ai suoi meccanismi interni. Il 2021 potrebbe portare con sé importanti cambiamenti. 

Cinque, Bruxelles bisogna trovare un giusto equilibrio tra Alleanza atlantica e autonomia strategica
Il 2020 è stato un anno geopolitico per l’Unione. Bruxelles ha dovuto fare i conti con la belligeranza della Turchia nel Mediterraneo, con le proteste in Bielorussia e più in generale con l’instabilità nel mare nostrum, facendosi cogliere spesso impreparata. Bruxelles manca infatti di una politica estera comune – necessaria affinché possa essere considerata a tutti gli effetti un attore geopolitico – e negli ultimi quattro anni ha sofferto l’assenza della guida statunitense. 

L’Ue ha cercato di aggirare il problema puntando sul rafforzamento dell’autonomia strategica e del progetto di Difesa comune, anche in vista di un cambio di guardia negli Stati Uniti e di un ritorno al multilateralismo. La vittoria del democratico Joe Biden, tuttavia, non può sollevare l’Ue dall’assunzione delle proprie responsabilità: nel mondo multipolare contemporaneo, Bruxelles deve trovare una visione comune per affrontare le sfide che vengono dall’estero e rafforzare sé stessa nel quadro dell’Alleanza atlantica. L’alternativa è continuare a perdere terreno in favore di altri Stati meno interessati ai valori della democrazia.

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