Post BrexitJohnson regala a Londra l’accordo con Bruxelles, ma agli inglesi non piacerà scartarlo

Dopo quattro anni si chiude il capitolo dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il premier inglese ottiene zero tariffe su tutte le merci che rispettano le regole di origine appropriate, ma non potrà evitare i controlli alle frontiere e dovrà rispettare il level playing field. E la prima ministra scozzese chiede già l’indipendenza

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C’è stato un momento in cui i negoziati tra Regno Unito e Unione Europea erano appesi alla pesca. Ballavano poche decine di milioni di euro. Un capitolo infinitesimale – meno di quanto il Manchester United ha pagato per comprare Paul Pogba, per capirci – di fronte a un accordo di libero scambio da 660 miliardi di sterline all’anno, secondo le previsioni del premier Boris Johnson. Dopo nove mesi di colloqui incagliati e di ultimatum bruciati, Bruxelles e Londra hanno trovato un compromesso. Non sarà hard Brexit, non sarà no deal

Allo scadere, è arrivata la svolta dopo troppe giornate sprecate senza progressi, con milioni di cittadini – su entrambe le sponde – attoniti di fronte a un governo nazionalista più interessato al protezionismo sul merluzzo che a proteggere la vita quotidiana dei sudditi o i quattro milioni di europei oltremanica. 

È finita perché ha ceduto il Regno Unito, sulle quote di pescato ma pure per consegnare a un premier in crisi un effimero trionfo. La gestione dell’epidemia è stata disastrosa, peggio promettere un Natale di semi-normalità mentre una variante più aggressiva del virus serpeggiava da settembre nel Kent e travolgeva la capitale. Poi la retromarcia, anche quella sulle soglie della catastrofe, un po’ come nelle trattative: ostaggio del veto inglese, fatto cadere scenograficamente con un timing che assicura a Johnson le prime pagine dei giornali. La caratura dello statista, però, gliela riconoscono sono i tabloid. britannici. Bruxelles ha piegato sui tatticismi la più antica democrazia al mondo. 

«Sollievo», è la parola scelta sia dal caponegoziatore Michel Barnier sia dalla presidente della Commissione europea. «L’Europa andrà avanti», mettono in chiaro. Dal podio Ursula von der Leyen rivendica un concetto di «sovranità» diverso rispetto a quello della propaganda di Brexit: «Vuol dire essere liberi di studiare, lavorare e fare impresa in 27 nazioni, unire le forze e parlare con una voce sola in un mondo di superpotenze. L’Unione lo dimostra: siamo uno dei giganti».

Per congedarsi, sceglie le parole di T.S. Eliot. «Ciò che diciamo principio spesso è la fine, e finire è cominciare», cita il poeta. Ma tace come proseguono quei versi: «la fine è là onde partiamo». Per entrambi i blocchi comincia il futuro. Anche Barnier mette agli atti una frase a effetto, che forse avrà sognato di pronunciare spesso negli ultimi quattro anni: «L’orologio ha smesso di ticchettare». Si riferisce all’ammonimento ripetuto allo sfinimento in una saga che ha eluso tutte le scadenze. Tranne l’ultima.  

 

A Londra il fondale del discorso del premier è strapieno di bandiere britanniche. Johnson chiama «amici» gli europei. «Abbiamo ripreso il controllo delle nostre leggi e del nostro destino», scandisce. Alla retorica per l’«indipendenza riconquistata» affianca l’orgoglio per un disallineamento che, giura, converrà a entrambi e permetterà ai britannici di concentrarsi sui settori d’eccellenza: nomina finanza, biotecnologie e intelligenza artificiale. La «quadratura del cerchio» verrà votata dal Parlamento inglese  il 30 dicembre, ma è lontana l’epoca delle congiure di palazzo sotto Theresa May: i conservatori sono compatti, voteranno a favore pure i laburisti. 

I leader del Parlamento europeo, invece, si riuniranno il 28 dicembre, ma il testo ha già valore, in via provvisoria, fino a fine febbraio 2021. Andrà ratificato sia dal Consiglio europeo sia dall’Europarlamento. Non saranno le duemila pagine paventate alla vigilia, ma ne andranno scrutinate comunque almeno 500 (i punti cardine). Sulla pesca, l’ostacolo a lungo insormontabile, Downing Street ha abbassato le richieste: nei prossimi cinque anni e mezzo, il pescato comunitario nelle acque costiere britanniche diminuirà del 25%. Nel frattempo, Johnson ha promesso un programma da cento milioni di sterline per modernizzare le flotte inglesi, un settore – lo ricordiamo – minuscolo e stravolto dalla crisi. 

 

Tra le vittime più clamorose del divorzio c’è il programma Erasmus. La Commissione europea l’avrebbe rinnovato, Londra (per ora) l’ha sacrificato. Si pagherà di nuovo il roaming.  Tradotto: atterrati a Londra i cittadini dell’Unione non potranno continuare a usare la loro tariffa nazionale, ma ci saranno costi aggiuntivi. Succederà lo stesso per i turisti inglesi nei 27 Stati membri. Le due parti hanno sventato per ora le barriere tariffarie per le merci, ma allo stesso tempo Unione europea e Regno Unito hanno stabilito le contromisure in caso di concorrenza sleale, e le ritorsioni includono i dazi. Finisce la libertà di movimento: gli italiani che vorranno vivere e lavorare nel Regno unito dovranno avere già in tasca un contratto da almeno 20 mila sterline. E ci si chiede chi svolgerà i lavori  a basso redditto che gli inglesi non vogliono più fare.

L’accordo che oggi è visto come una panacea non sostituisce i benefici di cui il Regno Unito ha goduto come Stato membro in trent’anni di strada comune. Innanzitutto, la city viene privata del passaporto finanziario per operare nell’eurozona. Lo stesso destino degli animali domestici, per aggiungere una nota alla tragicommedia. Per non perdere clienti, le firm che erano il fiore all’occhiello dello strapotere economico dovranno potenziare gli uffici sul continente. Su import ed export incombono nuovi moduli burocratici e controlli alle frontiere. E la fila di camion a Dover è stato solo un assaggio di cosa vuol dire essere usciti dal mercato unico europeo.

 

In Scozia la premier Nicola Sturgeon rispolvera la secessione: «È tempo per la Scozia di essere indipendente». Un mantra che risentiremo. Questa vigilia entrerà negli annali, mette un primo punto fermo a una storia infinita. Getta le basi per la prossima campata di futuro, ma ha ragione von der Leyen: la fine è nel principio, e viceversa. L’Europa resterà centrale nella politica inglese; anche per ragioni geografiche, il Regno Unito rimarrà un interlocutore e un alleato cruciale per la comunità che ha lasciato. 

La paralisi, l’occupazione mediatica sono state il volto più visibile della Brexit. Ma l’epilogo non cancella conseguenze che la Global Britain ha già iniziato a pagare. Secondo l’Office for Budget Responsibility, il Pil britannico nei prossimi quindici anni crescerà il 4% in meno di quanto avrebbe fatto in seno all’Ue (la contrazione sarebbe stata del 6% in caso di «no deal»). Né la retorica ha reciso quanto àncora l’isola al continente: 294 miliardi di sterline d’esportazioni nel 2019 (il 43% del totale) e 374 miliardi di importazioni (più di metà del totale). 

L’orologio dei negoziati avrà pure smesso di ticchettare proprio quando sembrava collegato a una bomba a orologeria, ma le lancette della storia anglo-europea non si fermeranno. C’è vita oltre la Brexit. 

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