Conte indebolitoIl voto sul Mes ci dirà che la maggioranza è cambiata, ma non è detto che cambierà anche il governo

Domani il Senato si esprimerà sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, e con ogni probabilità i giallorossi passeranno indenni la risoluzione soltanto grazie al soccorso di una manciata di senatori del centrodestra. Politicamente è una questione complicata da gestire, sia in Europa che in Italia, perché a questa crisi si aggiunge il malumore di Renzi e Zingaretti sulla gestione del Recovery fund

Cecilia Fabiano/LaPresse

Domani il governo Conte bis passerà indenne il voto del Senato sulla risoluzione della maggioranza sulla riforma del Mef ma allo stesso tempo non è affatto sicuro – anzi – che raggiungerà la maggioranza assoluta sulla politica europea. Malgrado il dissenso di un gruppo di irriducibili antieuropeisti del Movimento Cinque Stelle il documento governativo, che assumerà il discorso che verrà pronunciato in aula da Giuseppe Conte, avrà certamente la maggioranza semplice (prevarranno i Sì sui No), ma molto probabilmente arrestandosi al di sotto della maggioranza assoluta (161). Dal punto di vista formale, tutto a posto, o quasi. 

Da quello politico, vedremo un governo di minoranza che si regge grazie ad assenze “strategiche” o a eterogenei consensi di senatori esterni ai partiti della maggioranza. 

Colpita purtroppo dal Covid la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese,  diversi ministri sono in autoisolamento, fra questi tre ministri senatori, il pallottoliere cambia di ora in ora. Quello che non cambia è lo scardinamento politico della maggioranza: ci fossero Berlusconi a palazzo Chigi e Napolitano al Quirinale sarebbe aria di crisi o quantomeno di una verifica della fiducia parlamentare. Ma che farà Sergio Mattarella?

È vero che in passato altre volte mozioni governative sono passate a maggioranza semplice. Ma in un momento come questo non disporre di una maggioranza sulla politica europea seppure se solo in un ramo del Parlamento non sarebbe esattamente un bel biglietto da visita da sventolare al Consiglio Europeo di giovedì e venerdì: vaglielo a spiegare che in maggioranza ci sono dei sovranisti soi-disant di sinistra, insomma grillini di fede dibattistiana: cosa ci capiranno i francesi, i tedeschi, i danesi di un pasticcio all’italiana di questa fattura? 

Comunque la notizia sarà che il governo è in piedi. Indebolito però, e non tanto dai descamisados grillini minacciati finanche di espulsione, una roba da Romania negli anni del Conducator Ceaucescu, questa alla fin fine è tutta lotta interna al M5s, no, la questione è che il voto per il rotto della cuffia (grazie al soccorso della senatrice Mastella, del senatore Quagliariello et similia) cade nel bel mezzo di un’aperta contestazione da parte di Matteo Renzi, a voce alta, e del Pd, a voce bassissima. 

E la contestazione è sintetizzabile con le parole di un deputato del Pd di prima fila: «Conte deve capire che i soldi del Recovery fund non sono suoi ma del più grande piano Marshall per l’Italia, a gestirli non ci deve mettere una cricca di consulenti ma il governo nel suo rapporto con il Parlamento».

Il che significa né più né meno che accusare il presidente del Consiglio “privatizzare” le scelte fondamentali a tutto vantaggio suo e del suo giro escludendone di fatto i partiti e i gruppi parlamentari della maggioranza, quelli che poi devono quotidianamente reggere l’urto di un’opposizione che per fortuna di Conte sarà solo urlare (modello Meloni) e non anche costruire un’alternativa (che è poi la ragione fra per cui non si va a votare). Insomma, si entra in una fase nuova e incognita. A gennaio tutto diventa possibile. Anche niente – spera Conte – in mancanza di idee e/o di coraggio politico.