Letture corsareIl ladro che ruba i manoscritti dei libri ma non li diffonde

Da tre anni il mondo dell’editoria, in particolare americana, è al centro di una serie di furti bizzarri. Attraverso tecniche elementari di phishing sono state sottratte bozze di autori famosi ed esordienti. Chi è il responsabile? Non si sa. E non si capisce nemmeno quale sia la sua finalità

da Pixnio

Uno degli ultimi a essere stati colpiti è lo scrittore americano James Hannaham. All’inizio di novembre riceve una mail dal signor George, in cui gli viene chiesto di inviare la versione più recente del suo romanzo. L’indirizzo usato è insolito: è l’account collegato al suo sito personale, ma lui non ci fa caso più di tanto: dal momento che il suo editor si chiama Ben George, Hannaham non ha nessun sospetto. Apre il suo account di posta e manda le bozze al solito indirizzo mail. Nel giro di qualche minuto Ben George lo chiama: «Non ero io».

Non è la prima volta e, c’è da scommettere, non sarà nemmeno l’ultima. Da tre anni, attraverso tecniche elementari di phishing, vengono rubati manoscritti sia da autori famosi che da esordienti. In Svezia, in Italia, in Israele e a Taiwan. Poi è esploso anche in America, dove è toccato a Margaret Atwood, a Ian McEwan, e anche a Ethan Hawke. È successo a Dylan Farrow, a Cynthia D’Aprix Sweeney (autrice de “Il nido”, suo romanzo d’esordio).

Il metodo è semplice ed efficace: il ladro finge di essere l’editor o l’agente dell’autore e attraverso delle mail inviate da un indirizzo mail finto ma simile a quello originale (ad esempio penguinrandornhouse.com, anziché penguirandomhouse.com) riesce a convincere lo sventurato a farsi inviare una copia del lavoro.

A parere di tutti, deve essere uno esperto del sistema: conosce i rapporti tra scrittori e case editrici, è al corrente delle tempistiche per la pubblicazione, mastica il gergo tipico (come riporta il New York Times, utilizza “ms” per “manuscript”). È un insider? Con ogni probabilità sì. Ma per quale motivo lo fa? Non si è capito.

A differenza dei furti di sceneggiature di film (storico il caso di “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino) i manoscritti rubati non sono né pubblicati altrove né rivenduti in una sorta di mercato nero delle bozze. Contro questa logica, poi, concorre il fatto che tra gli autori saccheggiati figurano anche esordienti o semi-sconosciuti, il cui valore di vendita sarebbe bassissimo.

Per quale motivo lo fa? Non ci sono casi in cui il furto sia stato monetizzato, nessuna richiesta di riscatto (per cosa poi?) nessuna forma di diffusione pirata più o meno sotterranea nel mondo del dark web.

L’unica possibilità al momento ritenuta valida è che l’autore dei furti lavori nel mondo dello scouting, figure che si occupano della selezione dei testi e della vendita dei diritti a editori internazionali, o a produttori di film e serie televisive. Questi sarebbero gli unici che darebbero un certo valore a questo genere di informazione, soprattutto se ottenute in anticipo rispetto al consueto.

A colpire del resto non sono soltanto i bersagli ma anche i nomi evitati. Ad esempio, “Rage” di Bob Woodward non ha suscitato nessuna curiosità. Come si spiega?

Non si spiega. Il fatto è che il ladro di manoscritti agisce con circospezione e un certo impegno: le sue email di phishing sono studiate apposta per il target di riferimento (Jo Nesbo, lo scrittore norvegese, è stato tratto in inganno dall’indirizzo “salornonsson.com”, anziché “salomonsson.com”, l’agenzia letteraria svedese). All’autore colpito basta una leggera distrazione e una certa ingenuità per finire in trappola e inviare il proprio manoscritto a uno sconosciuto.

Proprio loro, gli scrittori, sono quelli più turbati. Del resto sono quelli che hanno subito l’inganno e, anche se in via mediata, sono entrati in contatto con il ladro. Più di tutto, però, temono per la propria reputazione: i manoscritti rubati sono spesso da rivedere, necessitano di revisioni e rimaneggiamenti a volte anche importanti.

La paura di vedere circolari versioni provvisorie e incomplete è alta. La vergogna anche di più: «Non voglio che le persone vedano quanto sono brutte le prime bozze di un mio lavoro», conclude Hannaham.

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