Sciopero femminileChi sono le donne polacche “europee dell’anno”, secondo Linkiesta

Una «rivoluzione», dice chi va in piazza. «È una guerra», è lo slogan con cui l’opposizione di centrosinistra si è presentata in Parlamento. Ma soprattutto, è la vittoria dell’Europa, in quell’Est che molti bocciano come il traditore del sogno europeo

LaPresse
C’è qualcosa di stranamente simmetrico nelle proteste che sono esplose quasi contemporaneamente in Bielorussia e in Polonia. Mentre la prima è l’ultimo frammento dell’impero comunista a ribellarsi al passato autoritario, in una sorta di 1989 avvenuto con più di trent’anni di ritardo, sognando un balzo nel futuro, la seconda sta combattendo un ritorno al passato, dopo essere stata il Paese più all’avanguardia nella trasformazione post-comunista, per tanti versi una vetrina dell’integrazione europea nell’Est.
In un certo senso, sono due proteste contro anacronismi ormai intollerabili: un dittatore nel pieno centro d’Europa, e una legge antiaborto che spoglia le donne del diritto a disporre del proprio corpo.
Nessuno avrebbe pensato che nel 2020, nell’Unione europea, le donne si sarebbero trovate a gridare «io sono mia» e a dover rivendicare la libertà di «non essere un’incubatrice» come recitano i cartelli in piazza.  Nessuno avrebbe potuto credere che un governo appartenente alla stessa Europa dove ormai perfino baluardi conservatori come l’Irlanda hanno ceduto avrebbe deciso di togliere anche l’ultima scorciatoia per abortire. E nessuno avrebbe potuto immaginare la violenza della rivolta che ne sarebbe scaturita: manifestazioni, blocchi di strade, assedi alle sedi delle istituzioni e alle chiese.
La violenza, anche fisica, degli scontri. La violenza verbale, con le donne aderenti allo #StrajkKobiet, lo sciopero femminile, a sfidare il conservatorismo del governo anche con una violazione dei tabù linguistici.
Non è uno sciopero e non coinvolge solo le donne: mezza Polonia è scesa in piazza per quella che è rapidamente diventata una protesta contro i reazionari. La spaccatura tra liberali e sovranisti, tra europeisti ed euroscettici, tra tolleranza e xenofobia, lo scontro del nostro tempo, in Polonia è passata dalla protesta delle donne, per diventare una rivolta trasversale che ha scosso anche il pilastro della società polacca, la Chiesa cattolica, rompendo la promessa di intoccabilità di cui godeva anche per il suo ruolo nell’abbattimento del comunismo.
Una «rivoluzione», dicono le donne in piazza. «È una guerra», è lo slogan con cui l’opposizione di centrosinistra si è presentata in Parlamento. Ma soprattutto, è la vittoria dell’Europa, in quell’Est che molti bocciano come il traditore del sogno europeo: come in Bielorussia le generazioni meno anziane vogliono abbattere l’ultimo pezzo di cortina di ferro, in Polonia quelli che hanno trascorso la loro vita adulta in Europa non tollerano più di dover rinunciare ai loro diritti in nome di un’ideologia.

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