Giù le mani dalle éliteL’Ivy League di cittadinanza e altre malsane pretese americane di copiare l’Italia

Il New York Times propone di democratizzare l’ingresso alle università di prestigio della costa orientale, eliminando i tradizionali criteri di selezione a causa del Covid. Meglio di no, però. Meglio continuare a rifiutare analfabeti, a vincere Nobel e a inventare vaccini

honey-yanibel, Unsplash

Se c’è una cosa tenerissima, sono i tentativi dell’America di emulare l’Italia. Dopo Trump (un Berlusconi in sedicesimo), adesso vogliono italianizzare le università. Con una cinquantina d’anni di ritardo sul diciotto politico, ecco a voi la proposta del New York Times: l’Ivy League di cittadinanza. 

Ma, come dicono gli amanti delle sciatterie lessicali, facciamo un passo indietro. 

Il primo prologo è del 2018, e sta in un articolo in cui la scrittrice Raffaella Silvestri raccontava, su Gioia, dei suoi studi in Inghilterra, e di come non fossero sostenibili senza drogarsi (droghe vendute in farmacia, beninteso). 

«Non sono rimasta a lungo nei gorghi del Modafinil, forse perché gli manca quella componente di benessere che ha il più popolare Adderall (commercializzato solo in America): la componente metanfetamina. E poi sono tornata in Italia. In Italia ero “sufficiente”: abbastanza perfino per fare un lavoro creativo. Questo rimane un paese in cui tutti possono prendere trenta. Meno produttivo per questo, meno ricco per questo, forse più vivibile per questo». 

Il secondo prologo è del 2019, e sta in un libro del giornalista Joel Stein (già editorialista di Time), intitolato In Defense of Elitism. 

«Quando i populisti si liberano delle élite, i risultati non sono allegri. In Cambogia, negli anni Settanta, Pol Pot ammazzò chiunque sapesse leggere, portasse gli occhiali, parlasse una lingua straniera, o fosse un dottore. La Cambogia oggi è abitata da alcune delle persone più carine e amichevoli che esistano, e ha un fiorente settore turistico. Quindi il mio non è un gran esempio. Però: lo sapete quanti premi Nobel cambogiani ci sono stati negli ultimi quarant’anni? Zero. Anche se è comprensibile che uno preferisca avere gente carina e turismo fiorente che un Nobel; quindi, ancora una volta, ho sbagliato esempio». 

A questo passaggio del libro di Stein penso ogni volta che, in questo paese carino con tanti monumenti in cui abitiamo, lamentiamo che, se non ci sono abbastanza medici, sia colpa di quei cattivoni che hanno messo le selezioni all’ingresso nelle facoltà di medicina. Giacché coloro su cui vorresti far conto, in caso di pandemia, sono coloro che sono stati troppo asini persino per superare le selezioni all’ingresso delle università facili d’un paese mollaccione. 

Ivy League è il nome con cui vengono chiamate le università più antiche e prestigiose della costa orientale degli Stati Uniti (le solite Harvard, Yale, Princeton: otto in tutto). In America esiste un tale feticismo per la Ivy League che, quando Biden ha annunciato il nome di Kamala Harris come vice, le élite sui social trasecolavano: era la prima volta che tra i quattro candidati (due presidenti e due vicepresidenti) che si sfidavano non ce n’era neppure uno laureato in un’università dell’élite (Biden ha studiato in Delaware, Harris in California). 

Naturalmente è possibile diventare qualcuno senza Ivy League (Zuckerberg ha mollato Harvard senza laurearsi), ma è più facile diventare qualcuno frequentandola (e quindi Zuckerberg è escluso da questo ragionamento: non si è laureato ma ha passato un bel po’ di tempo nei corridoi di Harvard). 

Quando è stato annunciato che i corsi di quest’anno accademico si sarebbero tenuti in remoto, i genitori di lì non ne hanno fatto un dramma per la psicologia a buon mercato con cui quelli di qui ci hanno intrattenuto sui traumi dei loro figli privati della socialità; ne hanno fatto una questione pratica: non pago cinquantamila dollari l’anno perché mio figlio legga dei libri, li pago perché in corridoio o alla mensa incontri Malia Obama abbastanza spesso da avere il suo numero quando gli servirà un lavoro, una connessione, un favore. (La primogenita di Obama è iscritta ad Harvard). 

Adesso, però, il New York Times propone di democratizzare l’ingresso alle università di prestigio eliminando i tradizionali criteri. I sat (gli esami che misurano la capacità di comprensione d’un testo in lettura, di composizione in scrittura, e le doti matematiche, cui fin qui erano sottoposti i liceali che volessero entrare in qualunque università americana) sono già stati sospesi, dato l’anno eccezionale. 

Ma non basta. Si potrebbero estrarre i nomi a sorte (giuro, la riportano con la vile formula «è una proposta che spesso è stata fatta», ma mica dicono che è un’idea ubriaca). Certo, lo sanno anche al NYT che «il prestigio d’un’università si basa sul dire di no» (le università della Ivy League nel 2019 hanno rifiutato il 94 per cento delle richieste d’iscrizione), epperò vorrebbero che Princeton diventasse come La sapienza: datemi i vostri fancazzisti e i vostri asini, come riformulazione accademica dei versi con cui la Statua della libertà accoglie gli immigrati. 

Il New York Times argomenta che non si può tener conto dei risultati scolastici d’un anno in cui un liceale che magari sarebbe stato bravo è dovuto andare a lavorare per aiutare i genitori rimasti disoccupati, che «il fallimento non uccide il potenziale»; e a me torna in mente (è sempre Stein a riportarlo nel suo libro) quel senatore che, per difendere uno – considerato da tutti un cretino – che Nixon voleva mettere alla Corte suprema, disse «anche se fosse mediocre, ci sono tantissimi giudici mediocri, avvocati mediocri, persone mediocri: hanno anche loro diritto di rappresentanza, no?». 

Che poi è lo stesso discorso che fanno quelli che ti dicono che le donne non sono nei posti di potere perché non hanno modelli comportamentali cui ispirarsi: se non vedi una coi tuoi gameti a capo di qualcosa, non ritieni di poter diventare capo di qualcosa. E, quando ribatti che neanche la Merkel aveva modelli femminili a capo del paese, neanche la Thatcher, neanche Golda Meir, ti dicono: eh ma quelle sono eccellenze, il punto è che le donne mediocri devono poter far carriera quanto gli uomini mediocri. Non vogliamo proprio ambire a un mondo in cui i mediocri facciano meno carriera possibile, quali che siano i loro gameti? Non so se esista abbastanza umanità eccellente da riempire tutti i posti di potere, probabilmente no, ma almeno proviamoci. 

Dammi retta, giornale delle élite: non cercare di rendere meno elitaria Yale. Abbiamo bisogno che continui a esistere un paese nelle cui università non possano prendere trenta anche gli analfabeti, in cui si vincano i Nobel e s’inventino i vaccini. Poi, quando siete stressati dall’ansia da prestazione in un mercato elitario, potete venire in vacanza qui: abbiamo il sole, la pummarola, la sanità pubblica, e le università a portata d’asino. 

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