Diritto alla saluteIl problema giuridico di trattare diversamente chi si vaccina e chi no

È giusto escludere chi non è immunizzato (anche solo perché è in attesa) dal godimento di determinati servizi? E in quale misura? La questione è di sicurezza pubblica ma continua a essere ignorata del tutto dal governo Conte

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Tizio si alza la mattina, si prepara, e uscito di casa si accinge a salire su un mezzo pubblico ma le porte gli si chiudono in faccia. Succede una, due, tre volte. Sta facendo tardi e prova con il privato esercente un servizio pubblico, ma il taxi arriva, lo scruta cautamente e se ne va. Arriva a piedi e trafelato a lavoro, dove viene condotto in un ambiente separato dai colleghi, diverso dal solito posto.

Il suo dirigente gli prospetta che l’indomani potrebbe passare a mansioni equivalenti, e sente i colleghi da lontano che sussurrano di un demansionamento. Tizio non lo sa ma gli è andata piuttosto bene: del terzetto di inseparabili amici nato al liceo, quel giorno Caio rischia di essere licenziato perché l’azienda non riesce a trovare alternative per il suo impiego; Sempronio, il medico, è stato appena messo sotto procedimento disciplinare dall’Ordine per grave infrazione.

Si è fatta ora di pranzo e Tizio va alla solita tavola calda, ma apprende che non può entrare. Allora ordina da asporto, riprende a lavorare con la distanza sociale e quando esce passa per la palestra che ha finalmente ha riaperto, ma l’istruttore gli fa cenno che non può entrare perché l’ingresso è possibile solo a certe condizioni, che non soddisfa.

Torna a casa piuttosto depresso e mentre mangia la prima cosa capitata guardando la tv, ha un’illuminazione. Si mette al Pc per programmare un weekend con la sua fidanzata per tornare a viaggiare, dopo tanto tempo: sarebbe lì per acquistare un biglietto aereo, ma si accorge che tra le condizioni generali contrattuali la compagnia ne ha apposta una nuova e imprescindibile e ha come la sensazione, ma non sa perché, che è meglio rinunciare. Mentre va a letto ripassa la Costituzione per quel po’ che ricorda e l’ultimo pensiero che ha, mentre si fa tutto buio sugli occhi è che forse l’hanno abrogata ieri notte.

Tizio non ha solo, con tutta probabilità, un disturbo della memoria a breve termine. Tizio non solo non guarda i telegiornali. Tizio, come Caio e Sempronio, non è vaccinato (e, beninteso, Tizio ce l’ha scritto sulla fronte).

La storia, che finisce qui, non ci spiega perché tutti e tre siano renitenti alla somministrazione del vaccino (lo possiamo dire del medico Sempronio) o se Tizio e Caio attendano semplicemente il proprio turno per vaccinarsi.

Non siamo davanti solo a un’improbabile applicazione delle leggi di Murphy ma, con non troppo grande sospensione dell’incredulità da parte del lettore, a una carrellata di eventi verosimili in questi strani tempi, che tutta insieme sarebbe degna di essere completata nella restante parte delle ventiquattro ore precipitando in “Tutto in una notte” di John Landis.

Fuor di metafora, per discutere in modo sensato di vaccinazioni occorre una minima base di conoscenza condivisa. Questa base di conoscenza non può che muovere dalla natura attualmente non obbligatoria del vaccino anti-Covid 19, per la verità non solo in Italia ma praticamente in tutto il mondo.

Eppure nel dibattito pubblico è nato un florilegio di presunti obblighi non previsti dalla Costituzione e molti più saranno i vincoli di fatto (chiamati graziosamente «incentivi») più o meno coartanti – volta a volta e nei diversi ordini di ragionamento – il personale medico, i dipendenti pubblici, i lavoratori in generale alla luce di presunte incombenze dei datori di lavoro, il viaggiatore, il comune cittadino che vorrà frequentare certi luoghi o fruire di determinati (molti) servizi.

Questi profili sottendono temi come il trattamento dei lavoratori, la discussione delle conseguenze per chi rifiuta la vaccinazione o semplicemente non l’ha ancora ricevuta, i possibili effetti delle ipotetiche certificazione di avvenuta vaccinazione (le cosiddette patenti vaccinali) e il loro stesso modo di essere, la natura delle misure limitative del contagio in questa nuova fase e il modo di articolarne in base alle situazioni.

Prospettive che a loro volta richiamano questioni particolarmente complesse: il rapporto tra il godimento dei diritti fondamentali e i limiti opponibili dai poteri privati, le differenza di regime tra lavoro pubblico e privato, la natura delle norme deontologiche e i loro effetti, la possibilità di inserire l’avvenuta somministrazione a trattamenti sanitari tra i requisiti professionali in contratti, la natura peculiare e i bisogni di settori a rischio o dei servizi pubblici essenziali, e così via.

Tutto converge nella portata regolativa del principio di eguaglianza, con la sua possibilità di tollerare o richiedere differenziazioni tra vaccinati e non, tra chi rifiuta la somministrazione e chi aspetta il proprio turno, tra datori di lavoro pubblici e privati, tra forme di utenza e fruizione diverse tra loro, tra fruitori di servizi privati e pubblici. E, di conseguenza, con la discussione dei limiti oltre i quali queste differenziazioni divengono irragionevoli e, perciò, incostituzionali; nel linguaggio comune: discriminazioni.

Questa molteplicità di profili in questione va discussa, oggi, non solo all’interno dei sistemi nazionali, ma nell’ambito della vasta interdipendenza di fatto e di diritto esistente. D’altra parte il tema di una certificazione di avvenuta vaccinazione è al centro degli interessi di istituzioni internazionali come l’Organizzazione mondiale della Sanità, di corporation globali, come le grandi compagnie di vettori aeromobili civili, e di tutti gli Stati.

Per noi europei, poi, è impossibile discutere del tema senza implicare un ruolo dell’Unione europea alla luce sia delle competenze che della situazione di fatto, a partire da un mercato dei fattori altamente integrato.

Certo è che abbiamo davanti una fase non brevissima nella quale, se non sopraggiungono complicazioni ulteriori, la relativa scarsità di vaccini e anche le loro caratteristiche tecniche farà vivere gomito a gomito vaccinati e non vaccinati, dovendo in più decidere se questa distinzione meriti qualche rilievo e, nel caso, rispetto a quale profilo.

Sullo sfondo c’è l’esigenza di far ripartire le economie nazionali e i circuiti della globalizzazione spingono certamente a sbloccare segmenti di settori produttivi e attività per renderli disponibili a chi ne può fruire in sicurezza, oltre alle ordinarie misure di contenimento del virus rappresentate dal distanziamento sociale e dai dispositivi di protezione individuale.

Ci sarà bisogno di un esercizio di notevole intelligenza e saggezza per non cadere nella trappola della concorrenza sleale tra Stati e degli egoismi corporativi e sociali. Occorrerà equilibrare la comprensibile voglia di riscatto e ripresa con i rischi di produrre un ulteriore, potente, fattore di discriminazioni di gruppo e individuali, che si andrebbero ad aggiungere a quelle di tipo sociale che hanno operato durante le fasi più restrittive della pandemia con responsabilità maggiori o minori dei poteri pubblici,

Già oggi e ora si stanno concretamente ponendo una buona parte delle questioni prospettate in apertura, dai procedimenti disciplinari per medici ai mutamenti di mansione per i lavoratori, dalla messa in opera di accorgimenti organizzativi più mirati di quelli finora adottati, agli annunci di iniziative specifiche di enti territoriali (come quelle della Campania) per distinguere i vaccinati e i non vaccinati ai fini della esclusione dall’accesso a servizi o aree, fino alle compagnie aeree che oggi non imbarcano senza sottoporre i passeggeri a oneri od obblighi (ad esempio il test rapido) e, domani, senza il certificato di avvenuta vaccinazione.

D’altra parte, se si confermasse l’orientamento volto a prescrivere anche per i vaccinati l’uso di dispositivi di protezione individuale – sulla base dell’ipotesi che il vaccino anche successivamente al richiamo possa in ipotesi marginali non essere (almeno del tutto) efficace e, peggio, che in tal caso il vaccinato possa contagiare – non si comprende neanche perché e come sarebbe possibile distinguere in modo netto vaccinati e non.

Mentre si attendono nuove evidenze e mentre giuristi e giudici già si accingono a provare a dipanare questa matassa di questioni giuridiche, sarebbe il caso che la politica si interrogasse su come disciplinare in tempi radici e con criterio questa fase transitoria che si frappone all’auspicabile ritorno alla normalità.

Non basta procurarsi e distribuire i vaccini. Occorre ordinare una società profondamente lontana da suo modo d’essere ordinario, per condizioni di fatto e di diritto. Alla luce di come funziona oggi il mondo, iniziative di enti locali e territoriali, e forse anche di singoli stati, non coordinate in un disegno generale guidato a livello internazionale (e per l’Europa, almeno continentale), quando non illegittime, sarebbero certamente inadeguate alle necessità del momento.

Nelle more ci sono Paesi che hanno cominciato a prospettare orientamenti garantistici ma non per questo meno problematici (come la Germania: nessuna distinzione di trattamento da alcun punto di vista) e altri che lo sono meno o molto meno (prospettati da vari altri Paesi europei).

Il Governo e il Parlamento cosa intendono fare?

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