Chi va piano (non) va sanoQuali sono i Paesi europei più lenti a somministrare i vaccini

Finora l’Irlanda ha inoculato appena 4 mila dosi al personale sanitario, lo 0,08% rispetto alla popolazione. In fondo alla classifica si trovano anche il Belgio e i Paesi Bassi

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C’è chi corre e chi frena. In Europa tutti i Paesi hanno avviato le loro campagne di vaccinazione contro il Covid-19 ma, nonostante la Commissione europea avesse raccomandato ai Paesi membri di predisporre un piano di vaccinazione adeguato sin da ottobre, in giro per il Continente si vedono ancora ritardi, incertezze e proteste. E anche mea culpa inaspettati.

Secondo il sito Ourworldindata.org, nella classifica dei 27 Paesi dell’Unione l’Irlanda si trova nelle ultime posizioni. Finora Dublino ha inoculato appena 4 mila dosi al personale sanitario (dati al 4 gennaio 2021), somministrando l’0,08% dei vaccini rispetto alla popolazione. Una media da zona retrocessione se messa a confronto con quella del vicino britannico, che in Irlanda del Nord ha già vaccinato più di 50 mila persone. Una differenza abissale, testimoniata anche dal trattamento degli operatori sanitari: a Belfast sono stati vaccinati già 30 mila medici ed infermieri, un numero 7 volte superiore a quello del resto dell’isola.

Secondo l’Irish Times soltanto un irlandese su 2500 è stato vaccinato, una percentuale lontana da quelli di altri Paesi europei ed extraeuropei come Israele, dove sono una su 8, o il Regno Unito, dove sono invece una su 80. Il rallentamento in Irlanda è dovuto soprattutto ai problemi incontrati nel processo di vaccinazione nelle case di cura, dove la macchina è partita soltanto martedì, dopo che si erano registrati alcuni problemi con i moduli di consenso. Secondo il ministro della Salute Stephen Donnelly, «tutti i residenti delle 580 case di cura riceveranno il vaccino entro fine gennaio». Il primo ministro (taoiseach in gaelico) Michéal Martin ha invece dichiarato che «a fine febbraio sia i dipendenti che i residenti delle case di cura, per un totale di circa 75 mila persone, verranno vaccinate».

Rispetto all’approccio del vicino britannico, che ha deciso di somministrare la seconda dose dopo 12 settimane per garantire un primo richiamo a una fascia più ampia di popolazione, Dublino ha preferito attenersi alle regole del vaccino Pfizer e garantire una seconda puntura ai vaccinati dopo tre settimane. Così, per far sì che il piano venga rispettato, l’Irlanda spera di ricevere i nuovi vaccini. L’approvazione di quello di Moderna porterà a breve un primo lotto di 10 mila nuove dosi (sulle 880 mila già prenotate) che si aggiungeranno ai 2 milioni e 200 mila della Pfizer/Biontech.

A fare la parte del leone sono soprattutto quelli di Oxford/Astrazeneca, ancora privi di approvazione da parte dell’EMA, che darebbero una spinta importante al piano vaccinale irlandese, visto che Dublino ne dovrà ricevere oltre 3 milioni di dosi, la quantità più alta tra i 6 vaccini già pronti o in fase di completamento. Intanto il comitato consultivo di immunizzazione nazionale ha dato parere positivo alla proposta di un gruppo di sette farmacisti ospedalieri che ha evidenziato la possibilità di estrarre un’ulteriore dose dai vaccini Pfizer, sei al posto di cinque, mentre la settima sarebbe non praticabile a causa della mancanza di siringhe adeguate.

Una mossa che ha portato a 42 mila i vaccini già disponibili questa settimana e ha fatto tirare un sospiro di sollievo a tutto l’esecutivo. Il ministro Donnelly ha infatti posto per l’Irlanda «l’obiettivo delle 35 mila dosi inoculate entro domenica, al posto delle 20 mila preventivate». e il Taoiseach Martin ha assicurato che «con l’aumento dei vaccini faremo più iniezioni: quello che avremo lo inietteremo subito». 

In fondo alla classifica di Ourworldindata.org si trovano anche il Belgio (che ha utilizzato appena l’0,01% dei vaccini rispetto alla popolazione) e i Paesi Bassi, del tutto assenti dalla lista. Il motivo è presto detto: la prima puntura è stata effettuata soltanto mercoledì 6 gennaio, in ritardo di 10 giorni rispetto al resto del Continente. Una lentezza incredibile per un sistema che fa dell’organizzazione e della puntualità il suo mantra e che ha costretto il ministro della Salute Hugo de Jonge e il premier Mark Rutte a doversi difendere dagli attacchi dell’opposizione in Parlamento, recitando un pubblico mea culpa. Un atto minimo, visto che il 17 marzo gli olandesi saranno chiamati alle urne, con gli ultimi sondaggi che danno il movimento di Rutte (VVD-Partito popolare per la libertà e la democrazia) in testa ma incalzato dal Partito per la libertà (PVV) di Geert Wilders.

Così il vaccino rischia di diventare una pericolosa arma elettorale come testimoniato proprio dallo stesso Wilders, che ha chiesto al ministro della Salute di dimettersi vista la lentezza con cui le autorità sanitarie hanno aggiornato il sistema IT che dovrebbe tenere traccia degli appuntamenti e dei vaccini somministrati ai diversi pazienti. Una mancata solerzia a cui si aggiunge la poca lungimiranza del governo di Mark Rutte che ha puntato molto se non addirittura tutto sul vaccino Astrazeneca, più maneggevole ed economico rispetto a quello di Pfizer e iniettabile anche dai medici di famiglia.

Cosa invece ben più difficile per quello tedesco-americano, che ha invece altre caratteristiche. «Guardando indietro, sarebbe stato meglio se avessi chiesto alle autorità sanitarie di iniziare prima con la creazione di grandi punti vaccinali. Purtroppo, non siamo stati abbastanza veloci», è stato il commento lapidario di Rutte. 

Un andamento leggermente migliore si registra in Belgio, dove finora sono state inoculate circa 700 dosi. La campagna vaccinale su larga scala è partita ufficialmente il 5 gennaio, ma il vero start sarà soltanto il 9. «Abbiamo dato quattro giorni agli ospedali per impostare e padroneggiare la procedura. Ci teniamo a non commettere errori ora e a perdere preziosi vaccini», ha dichiarato a RT Joris Moonsens, portavoce dell’agenzia di cura e sanità del governo fiammingo. Un rallentamento che ha costretto il premier Alexander De Croo e il ministro federale della Salute Frank Vandenbrouche a chiedere alla task force di accelerare il piano di vaccinazione.

L’andamento lento in Belgio è in parte legato alle polemiche sulle possibili vaccinazioni anche nel fine settimana: come ha dichiarato Dirk Dewolf, portavoce dell’Agenzia fiamminga per la cura e la salute, «se fosse possibile scongelare i vaccini Pfizer durante il fine settimana le vaccinazioni avverrebbero molto più rapidamente. Ma questo richiederebbe uno sforzo maggiore da parte degli ospedali e del personale di assistenza residenziale. Cosa possibile ma non ovvia».

La prudenza belga è figlia anche dell’incertezza sulle forniture che ha costretto il governo a bloccare 87500 dosi, finora stipate come riserva in attesa di capire come procedere, e che adesso pare essersi finalmente risolta. Anche in Belgio l’attesa è soprattutto per il vaccino di Astrazeneca, che dovrebbe mandare 7,5 milioni di dosi, seguito da quello di Pfizer/Biontech e di Johnson&Johnson, che dovrebbero spedire 5 milioni ciascuno, Curevac,  che riserverà 2,9 milioni, e Moderna, che ne manderà soltanto 2 milioni. 

Rispetto ai Paesi sopracitati la Grecia vive una situazione diversa, più positiva ma ancora lontana da uno standard di efficienza. Al 6 gennaio 2021 i vaccini inoculati sono stati circa 20 mila, pari allo 0,2% della popolazione secondo i dati del Ministero della Salute greco. La prima fase del piano di vaccinazione, dedicata agli over 85, dovrebbe partire ufficialmente il 20 gennaio mentre il sistema operativo elettronico, pensato per le prenotazioni del pubblico, sarà operativo dall’11.

Un piano ben studiato che però non ha evitato le critiche degli operatori sanitari al sistema politico. Il perché risale al 27 dicembre scorso, giorno del vaccino in tutta Europa, quando il primo ministro Kyriakos Mitsotakis, la presidente della Repubblica Aikaterini Sakellaropoulou e altri 66 funzionari (più di quanti immaginati inizialmente) si sono fatti iniettare la prima dose, sorpassando il personale di ospedali e case di cura, esclusi così dal primo giro di vaccinazioni.

«Vacciniamo 5 mila persone al giorno: con questa media la campagna sarà un successo», ha evidenziato Mitsotakis, nonostante sia evidente che, con una simile media, il piano vaccinale sia destinato a durare oltre 5 anni in un Paese di appena 10,5 milioni di anime. Nonostante ciò, le autorità greche fanno sapere che entro fine gennaio verranno vaccinate oltre 220 mila persone, una decisa accelerata a cui contribuiranno le 150 mila dosi di Pfizer, per il momento tenute come riserva, a cui si aggiungeranno altre 250 mila dosi nel mese di gennaio per un totale di 2 milioni entro marzo 2021.

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