Il camaleconteConte prova tutto e il contrario di tutto per tenere in vita un governo morto

Per restare a Palazzo Chigi, dopo aver fatto la faccia feroce, il premier sta concedendo qualsiasi cosa a Renzi, ma il senatore di Italia viva rilancia e chiede un patto molto più ampio a Goffredo Bettini, l’anima della maggioranza. Nessuno sa come andrà a finire, ma la cosa surreale è che il piano per salvare l’Italia ancora non c’è

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Giuseppe Conte insegue Matteo Renzi in vista del rettilineo finale come in un Gran premio di Formula Uno, promette tutto quello che può promettere ma fa anche girare il messaggio di paura che una crisi impedirebbe il nuovo decreto Ristori e l’anticipo dei soldi del Recovery Fund: dunque il premier gioca tutte le carte, anche quelle false (perché, se c’è la crisi il Parlamento si ferma?), visto che sente che la corsa sta finendo, e sta finendo male, forse martedì si chiude baracca e burattini.

Pur di difendere la premiership, ha sostanzialmente buttato il Piano per il Recovery Fund nel cestino, e per tre volte, come si faceva da ragazzi alle assemblee quando un documento politico rischiava di essere bocciato dagli studenti della fazione avversa. Con l’incredibile risultato che ancora ieri non era chiaro quale fosse la bozza di Piano definitiva, quella che secondo il premier dovrebbe andare in Consiglio dei ministri martedì.

Stiamo dunque assitendo in questi interminabili giorni di pre-crisi a un concentrato del pericoloso fenomeno che sta vivendo la politica italiana descritto da Sabino Cassese: il Piano del governo è «un raccolta di progetti senza un chiaro obiettivo e un disegno del nostro futuro. Questa assenza è il segno di un vuoto che si è prodotto nella politica: la perdita dei fini».

Nel balletto della pre-crisi, Conte la mette tutta sul piano delle concessioni a Renzi come se si fosse al mercato delle vacche, senza capire che per questa strada quello gli potrebbe portare via la camicia con soli 50 parlamentari. E chissà che potrebbe fare se avesse i numeri del Pd che, invece, oscilla fra silenzio e politicismo, cioè fra Zingaretti e Bettini.

A tentoni, questo presidente del Consiglio mal consigliato ha prima cercato di prendere tempo, poi ha minacciato le elezioni, poi ha sondato responsabili, costruttori e anime perse, poi ora ingolosisce Renzi concedendo tutto, programma e poltrone. È un altro modo per «annegare la politica nel pantano del potere senza idee», come ha scritto qualche giorno fa il filosofo Biagio De Giovanni, intellettuale già del Pci tendenza migliorista, gran conoscitore del pensiero di Gramsci, definendo «inquietante» la figura di un premier che «ha accettato di presiedere due governi di segno opposto senza batter ciglio».

Come conferma il politologo Massimiliano Panarari, si tratta di «un trasformismo 2.0, postmoderno, con al centro un Camaleconte capace di passare senza soluzione di continuità e con straordinaria flessibilità da un governo con la Lega a uno con il Pd, un trasformismo diretto da uno spin doctor come Rocco Casalino».

Ma sembra proprio che siamo alle battute finali. I tentativi di blandire Renzi anche con il miraggio di un paio di ministeri probabilmente sono fuori tempo massimo, essendo il problema ormai più di fondo. Il leader di Italia viva fa a questo punto «più uno», tanto che ha inviato a Goffredo Bettini – individuato come una specie di segretario particolare di Conte – una lista dettagliata di ben 30 punti che vanno ben oltre il Recovery plan o il Mes: c’è di tutto, persino il tema delle alleanze per le amministrative, figuriamoci.

Un patto complessivo, e non pare proprio aria. «La vera questione diventa: con chi si scrive un accordo serio? Chi garantisce che gli impegni si mantengano? Ci sono interlocutori affidabili o si preferisce lo stallo?», chiede Renzi. Domande retoriche, per lui.

Nelle prossime ore sono previste le solite schermaglie, come la nebbia in Val Padana. Poi martedì come detto ci dovrebbe essere il Consiglio dei ministri e l’abbandono da parte delle ministre di Italia viva Teresa Bellanova e Elena Bonetti. Quello che succederà dopo è un mistero. Molto dipenderà dalla capacità del presidente del Consiglio di rimettere insieme i cocci della maggioranza a quattro, ma può darsi anche che s’impunti a voler la sfida infernale al Senato: e se lì perde, è finita. Se dunque calerà comunque il sipario sul governo giallorosso, ci sarà da riflettere su un esperimento nato con una motivazione necessaria ma non sufficiente, cacciare Salvini dal Viminale. È mancato tutto il resto, evidentemente.