Il dilemma socialLe piattaforme digitali vanno regolamentate, ma per farlo serve una visione politica

Il sindaco di Milano interviene nel dibattito aperto su Linkiesta dall’articolo dell’ex commissario dell’Agcom Antonio Nicita: «È indifferibile una soluzione alla questione delle responsabilità e dei funzionamenti di quello che è diventato un ecosistema, al pari dell’ambiente in cui viviamo»

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Gentile direttore,

ho letto con interesse l’articolo di Antonio Nicita, Fuoco, fiamme e Facebook. Ha il merito di mettere ordine in uno dei maggiori problemi politici di oggi. La regolamentazione delle piattaforme è un’urgenza, rispetto alla quale manca una risposta organizzata. È dunque un fatto politico. A cui la politica sta venendo meno, trascinata da emergenze in ogni dove e a ogni livello.

Lo dico con tutta la bruciante passione che metto nel mio lavoro di politico: è indifferibile una soluzione alla questione delle responsabilità e dei funzionamenti di quello che è diventato un ecosistema, al pari dell’ambiente in cui viviamo. Troll, hate speech, fake news e microtargeting sono elementi che valgono oggi come il petrolio per le grandi corporation del digitale. Innestano un nuovo modo di partecipare alla vita pubblica e trasfigurano l’esistenza privata.

L’argomento è molto complesso e ramificato, ha una sua storia di dibattiti tuttora in corso e non è questa la sede per una proposta tecnica. Se ho usato il termine “ecosistema” è perché ho a cuore il problema ambientale e non mi sfugge che l’ambiente non è solo un problema di alberi, ma anche e soprattutto di umani.

Ho visto recentemente in merito un documentario di grande successo, The social dilemma. Ha indignato e sollecitato discussioni, perché mostra fino a che punto gli algoritmi condizionano i nostri comportamenti, generando quello che è stato chiamato «capitalismo della sorveglianza». Il capitalismo è di per sé un momento politico, oltre che economico, e sarebbe sciocco adottare l’atteggiamento dell’attesa priva di di regole, proprio nel momento in cui il capitalismo assume la forma estrema del digitale. È necessario mettere a quadro una situazione sfuggita di mano a legislatori e Stati, i quali, tra l’altro, nemmeno riescono a inserire in un regime fiscale adeguato i grandi brand digitali.

Si è pensato, sbagliando, che i vantaggi delle reti, in termini di competenza, fossero assoluti. L’intelligenza generale si accresce enormemente quando le menti sono in network, ma allo stesso modo la visceralità di massa si acutizza. Chi si aspettava di poter attingere alle migliori competenze attraverso il Web, ha visto deluse le sue ottimistiche attese. Ripeto, si tratta di un problema complesso e la risposta politica non lo è meno. Dal Digital Services Act all’ipotesi dei Social Media Council, i tecnicismi sono in campo. Ma la visione politica è altra. Il cuore del problema è: il quadro su cui lavorare alle limitazioni dell’espressione in Rete è quello dei diritti umani? Dobbiamo applicare il divieto contro l’eccesso di libertà?

Facebook è la piattaforma su cui si dà l’investimento maggiore in termini di comunicazione politica. Se Cambridge Analytica è risultato uno scandalo, è perché il social network offre una vita digitale che è allacciata alla scelta politica di ciascun utente. La modalità del trolling esaspera il dibattito e lo distorce. Come approcciare il problema del trolling? Forse proponendo la possibilità di autenticare gli account. Gli account autenticati godrebbero di un’identificazione diversa, disponendo di privilegi maggiori rispetto a quelli non autenticati, comparendo per primi nei thread. Una soluzione tecnica minima, che incarna però una visione politica.

Demandando all’autoregolamentazione delle piattaforme la soluzione del problema, si sono concesse competenze governative. Oppure si è richiamata la responsabilità editoriale per aziende che editori non sono, poiché non leggono i contenuti che pubblicano. Il verbo «pubblicare» è un un ricordo degli esordi, quando esisteva l’Internet dei contenuti. Oggi nessuno pubblica, ma direttamente manifesta la sua esistenza intervenendo in Rete.

Scriveva Stefano Rodotà: «Internet è uno spazio sociale, uno spazio politico, uno spazio economico, uno spazio altamente simbolico, che permette nuove forme di rappresentazione del sé, incide sulle identità, consente nuove forme di espressione. Non sono spazi separati. Non si può pensare Internet sezionandola». Questo sguardo è ciò che io chiamo politica. Ed è urgente. Il terreno della contemporaneità è sempre inesplorato. Bisogna mapparlo insieme.