La crisi del contismoConte non c’è più, ma anche i suoi sostenitori nel loro piccolo traballano

Mentre i renziani assistono all’arrancare dell’ex premier, in salita e con le ruote sgonfie, nessuno (a parte una destra finora irrilevante) parla più di elezioni, come faceva Zingaretti fino all’altro ieri. Franceschini e Guerini hanno preso l’iniziativa, e meno male. Ma non basta

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Andamento lento al Quirinale, passano più di 24 ore dalle dimissioni di Giuseppe Conte e l’avvio delle consultazioni di oggi pomeriggio, tutto tempo utile per capire se nasce quel mitico gruppo dei Costruttori che potrebbe essere ammesso al Colle per un incontro ufficiale.

Costruttori che ancora non si palesano: al Senato, il presidente del Consiglio non ha fatto nessun passo avanti, siamo sempre sotto la maggioranza assoluta. L’aria per l’avvocato è nera. 

Il leggendario punto di equilibrio – così è definito da Pd-M5s-LeU – in equilibrio non è affatto, anzi, sta pencolando sospeso sul vuoto del suo futuro in un clima sempre più ostile e l’impressione è che si guardi già oltre. Che non ci sia più solo il suo nome in campo lo dice esplicitamente il capogruppo Pd Andrea Marcucci, in dissonanza dalla linea ufficiale pro-Conte, ed è un modo elegante per alludere al fatto che si è pronti a cambiare spartito. 

Ormai se lo lasciano sfuggire persino i grillini (Spadafora: «Ora c’è Conte, poi vediamo»), che appaiono pronti a sostenere «anche Hitler» (battuta di un alto esponente dem) pur di far durare una legislatura per loro irripetibile.

Mentre i renziani assistono all’arrancare dell’avvocato, in salita e con le ruote sgonfie, Matteo Renzi prende nota che nessuno (a parte una destra finora irrilevante in questa partita) parla più di elezioni. Che era un’ipotesi accarezzata dai big del Nazareno, a cominciare dal suo segretario.

Con le elezioni, infatti, Nicola Zingaretti avrebbe potuto fare tabula rasa del renzismo: intanto in casa sua, eleggendo gruppi parlamentari a lui vicini al posto di quelli attuali egemonizzati dagli ex seguaci dell’ex segretario: e poi spazzando via nelle urne proprio lui, il grande reprobo, cioè Matteo Renzi e la sua Italia viva. Annettendo contestualmente i bersanian-dalemiani, Zingaretti si sarebbe trovato a essere l’unico protagonista della sinistra italiana, fosse stato anche spedito all’opposizione da una destra vincitrice alle elezioni.

Questa idea un po’ troppo titanica però è destinata a rimanere nei suoi sogni perché il segretario è stato virtualmente messo in minoranza per effetto del nyet dei gruppi parlamentari dem e dell’iniziativa di Dario Franceschini e Lorenzo Guerini, sostenuti dalle rispettive correnti Areadem e Base riformista, che con maggiore senso dello Stato hanno individuato quella che al momento è una proposta in campo: un Conte ter molto rivisto nella compagine e nel programma, rispetto al Conte 2, con dentro Italia viva e i liberali, il mitico gruppo dei Costruttori o parte di esso, pezzi di Forza Italia, se non tutta. È una proposta che non si sa se avrà futuro.

Renzi accetterebbe di portare a casa un obiettivo minimale, cioè indebolire Conte grazie a una squadra più forte? O punta al bersaglio grosso, cioè cancellare l’avvocato dai dintorni di palazzo Chigi? Per il momento la tattica – e le consultazioni sono un momento di grandissima tattica – sembra essere quella di non sbilanciarsi ancora. Di non fare nomi, né porre veti. 

Se la sbrighi Conte, dopo che avrà ricevuto l’incarico. Se lo avrà, l’incarico, perché i conti non gli tornano, una maggioranza politica seria continua a non averla. La sensazione è che Costruttori di vecchio e nuovo conio non siano alle viste e addirittura potrebbe essere che il mondo politico, con il cinismo di chi bastona il cane che affoga, lo stia mollando. Come se un immaginario Gran Consiglio stesse preparando un imprevisto 25 luglio.

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