La prevalenza dell’alto monitoLe sconseguenze della crisi e il dramma di avere il GF al posto di F&L

Ascoltare le delegazioni dei partiti al Quirinale e ricordarsi di quello che scrissero Fruttero&Lucentini sui politici che parlavano ai tg intervenendo su tutto e annoiando tutti

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Quando i giornali del presente sono orribili – scritti in un orribile italiano che sta tra quello dei laureati in legge e quello dei concorrenti del Grande Fratello – ci vogliono dosi forti di passato.

Ci vogliono pagine dei tempi in cui, anche nei giorni delle crisi di governo o della caduta di Costantinopoli, i giornali erano riempiti da gente che sapeva cosa fare delle parole, che sapeva scrivere senza una frase fatta a riga, senza alto monito del colle, buen retiro, gatta al lardo.

Ieri, dunque, mentre dalla consultazione con Sergio Mattarella usciva una delegazione, e un esponente del gruppuscolo diceva «mi sarei auspicato» (non sarò io a svelarvi se il signore sia stato eletto in quota Grande Fratello o in quota studi di giurisprudenza, e a quale delle due esperienze si debba la sua convinzione che il verbo «auspicare» sia in realtà «auspicarsi»), io mi sono messa a rileggere roba di quaranta e più anni fa.

Era il 1976 quando, sull’Espresso, Fruttero&Lucentini si occupavano dello scempio in corso dell’aggettivo «concreto». «Non si può far colpa a un semplice aggettivo di aver perduto completamente la testa». Perché non ci sono un Fruttero e un Lucentini che difendano dall’abuso parole come «empatia»? «Empatia» è la grande sottovalutata tra le parole sceme di questi anni: è una prigioniera che inspiegabilmente riceve, dai viventi tra i moralizzatori della lingua, meno attenzioni di «resilienza»: è forse perché l’empatia la invocano al Grande Fratello e la resilienza alle consultazioni di governo, che ingenuamente si crede abbiano maggior influenza sul lessico nazionale?

Quando per la seconda volta qualcuno, uscendo dalle consultazioni, ha detto «il piano nazionale di resilienza», persino io, che non sono sveglissima, ho capito che era un nome ufficiale, non la creatività estemporanea di qualcuno. Piano nazionale di resilienza. Il Marshall dell’empatia.

Purtroppo non mi sono segnata il nome di quella che ha detto «queste valutazioni dei perimetri e delle sconseguenze», ma mi sono segnata com’era vestita pur sapendo che sarebbe, di questi tempi («col sentiment di oggi», direbbero quelli di «empatia»), irricevibile ogni commento sulla sua gonna di broccato con mascherina coordinata e collant coprenti. E poi persino noi frivole lo sappiamo: una che inventa una meraviglia come «sconseguenze» può vestirsi come vuole, ha comunque vinto la giornata. «Sconseguenze» non farà mai la fine di «empatia», o del «concreto» frutterolucentiniano, quello che «finirà in provincia, pesto e amareggiato, buono tutt’al più per inaugurare scuole elementari, sagre del cavolfiore, teatrini gestuali di parrocchia». «Sconseguenze» è arte, è precisione, è Sabina Guzzanti che fa Valeria Marini.

Quella di «sconseguenze» sapeva di doversi applicare, perché la prima uscita, del gruppo delle Autonomie, era stata praticamente imbattibile. Trascrizione parziale: «Come rappresentante della Valle d’Aosta volevo anch’io però auspicare una maggiore attenzione per la montagna da parte di un futuro governo» (come dargli torto, sa persino che «auspicare» non è riflessivo, è praticamente un letterato e probabilmente uno statista); subito dopo invoca, a nome della «realtà alpina», «una considerazione importante per le politiche della montagna nel recovery fund» (che lui pronuncia «found», ma vi proibisco di cavillare sull’inglese visto lo stato dell’italiano). Ci dica, cosa vuole, buon uomo: skipass a carico dello Stato per tutti? Se hanno pensato ai monopattini, non vedo in effetti perché no. Obbligo di fare metà vacanze in montagna d’estate? Educazione scolastica alle piste nere?

Non c’è uno che esca da lì e non faccia pensare a quelle righe di F&L che fanno giusto quarant’anni nelle prossime settimane, quella paginetta dedicata ai politici al tg (ah, i bei tempi in cui li vedevamo solo al tg, come mi manca la tv con due canali, come mi manca la noia).

«Non si capisce come mai degli uomini non di rado intelligenti, rotti comunque alle mille astuzie della loro professione, si lascino massacrare a quel modo», scrivono F&L raccontando la troppa disponibilità dei politici del 1981 a commentare tutto tuttissimo venendo a noia subito subitissimo, fossero anche chiamati a discettare della caduta di Costantinopoli. «Sottoposti a un trattamento del genere per mesi e per anni, neppure Talleyrand e Metternich, Machiavelli e Cavour riuscirebbero forse a evitare maledizioni e mortacci».

E chissà cos’avrebbero scritto se avessero visto questi. Questi per cui l’abuso dei social è sempre altrui (l’alto monito d’un gruppo è «Devono confrontarsi sulle idee, non sugli hashtag»; quello dell’altro «facciamo lavorare il Parlamento e un po’ meno i muscoli sui social»). Questi che sembrano un minuetto di coppie in crisi: ripetono «gli italiani non capiscono» come i coniugi che si separerebbero, non fosse per i figli; alludono alla sfasciafamiglie che la crisi «un giorno nega di averla voluta, un giorno spiega i motivi per cui è stato giusto averlo fatto»; bicchieremezzopienano che «dopo la peste è venuto il Rinascimento» (di pesti, durante il Rinascimento, ce ne furono parecchie – ma ora non cavilliamo).

A un certo punto i giornalisti – il primo è uno col naso a fil di mascherina, ma della formula rinascimentale s’appropriano zelanti altri – fa a qualcuno «una domanda di prospettiva, perché stiamo tutti aspettando Matteo Renzi». Sembra la degradazione a riempitivo del tapino cui domandano, ma no, è che pensano al Borromini. Pensano la peste sia finita. Sono vittime di quei delinquenti che, spiegavano F&L, rapivano le parole e abusavano di esse. «Prospettiva» non può che fare la fine di «concreto», «forse irretito da un’organizzazione clandestina specializzata nella tratta degli aggettivi».

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