Tutti meno unoIl mondo è zona rossa, ma Sanremo è Sanremo (e Presta è Presta)

In questi tempi speciali è già stato cancellato Cannes, hanno rinviato le Olimpiadi e fatto giocare la Nba in una bolla senza pubblico. Ma dalle nostre parti il Festival della canzone italiana non si può fermare e non può accettare di essere ridimensionato

Matteo Rasero/LaPresse

Prima di dirvi di cosa trattano le conversazioni che si svolgono da qualche settimana sulla mia linea telefonica, devo dirvi qual è la mia più grande paura. La mia più grande paura è il tweet mattutino di Lucio Presta.

Lucio Presta è un personaggio magnifico del quale elencherò alcune caratteristiche sparse per darvene un’idea: ex ballerino; ciclista; calabrese; insonne; marito di Paola Perego; agente di personaggi televisivi (tra cui Amadeus, Bonolis, la Clerici); produttore televisivo; responsabile del mirabolante successo del Sanremo 2020; protagonista d’alcune leggende metropolitane la più bella delle quali (da lui smentita, sennò che leggenda sarebbe) è che abbia sintetizzato la propria idea di televisione in «Noi dobbiamo passare alla cassa, non alla storia»; feroce antipatizzante nei confronti di alcune figure (tra cui un certo ex direttore generale della Rai) la cui antipatia per le quali non fa nulla per dissimulare.

Chi sa la televisione dice che tra lui e Beppe Caschetto (che rappresenta quella parte di tv più coccolata dalla critica) sarebbe meglio lui, se solo non avesse Twitter.

Ogni mattina molto presto (di solito sono già sveglia solo io, o quasi), Presta fa un tweet sempre uguale e sempre terrorizzante. «Buongiorno a tutti, meno uno». Chi è quell’uno? È sempre lo stesso? Potresti essere tu? Il tweet di Presta è come l’ispettore che sta indagando su un caso che ti coinvolge, e ti fissa, e a te cresce immediatamente un fienile di coda di paglia. L’unica cosa che temo più delle malattie invalidanti è l’essere il meno uno di Presta.

Da qualche settimana, le telefonate che faccio e ricevo parlano solo di Sanremo. L’avrete letto: il Sanremo 2021 è un problema. Squadra che vince eccetera, e quindi dovrebbero rifarlo Amadeus e Fiorello. Solo che, forse ne avete sentito parlare, c’è un certo virus. Che non rappresenta particolarmente un problema per la gara di canzoni – è un programma televisivo, si son continuati a fare, si prendono delle precauzioni e si dice «dirige l’orchestra il maestro Vince Tempera» dopo essersi fatti il tampone – ma per tutto il resto sì: gli eventi esterni (il palco sponsorizzato, per dieci modici milioni di euro, sul quale far riesibire gli ospiti mentre tremila persone si affollano sputacchianti); le migliaia di giornalisti accreditati che per tutto l’anno vengono relegati in didascalie piene di refusi e per quelle due settimane contano qualcosa; il baraccone che in due settimane risolleva l’economia di Sanremo per un anno, riempiendo alberghi e ristoranti, il baraccone che include i sosia di Pavarotti e Liz Taylor, il baraccone senza il quale Sanremo non è Sanremo.

Con quella roba lì, gli abitanti di Sanremo (la cui età media sta intorno ai quattrocento anni) fanno la fine delle peggiori rsa; senza quella roba lì, il festival non ha commercialmente senso.

Certo, piacerebbe a tutti (a tutti noi del pubblico) tornare al Sanremo 1981, tre serate da un’ora, cantanti vestite con qualcosa che si son portate da casa, pezzi che quarant’anni dopo ancora cantiamo. Ma è un po’ come rimpiangere le telefonate al fidanzatino fatte dal mare col sacchetto di gettoni.

Quindi, nel mio telefono senza gettoni, in queste settimane ho sentito di tutto. Riporto senza alcuna verifica giornalistica, vi prego di non querelarmi, di non fare di me la meno uno, di non prendere sul serio niente. Quelli che seguono sono brandelli di conversazioni mitomani.

C’è quello che giura che sia Amadeus che s’impunta: vuole millecinquecento giornalisti a tutti i costi; dice che, senza, Sanremo non è Sanremo.

Quello che garantisce che figuriamoci, Amadeus è molto accomodante: è Fiorello che s’impunta, che cerca una scusa per non fare il festival, col clima funereo che c’è nel paese, chi glielo fa fare, pone condizioni sempre più inattuabili per potersi tirare indietro.

Quello che spiega che ai dieci milioni dello sponsor non si può rinunciare, mica per avidità, ma sono contratti firmati, il palco esterno se l’è venduto Marano prima di andarsene dalla Rai.

Quello che dice che ci vorrebbe un direttore generale forte, per gestire la situazione, mica uno con le valigie già fatte.

Quello che dice che il problema invece è il direttore di rete, troppo impegnato a scrivere su Facebook che solo Schubert lo sfama (il direttore di Rai 1 ha un animo da poeta sedicenne) per occuparsi di ordinare un Sanremo sobrio, tanto farà l’ottanta per cento comunque (già gli altri anni non abbiamo di meglio da fare che guardare Sanremo, figuriamoci in quest’inverno del discontento).

E poi ci sono quelli che fanno esempi. Sono saltate le Olimpiadi, non può saltare Sanremo? Hanno fatto a porte chiuse l’Nba, sarà un giro di soldi inferiore a Sanremo? E, da ieri: persino Cannes lo rimandano, solo Sanremo è inamovibile.

Per la verità Cannes era già stato cancellato causa virus l’anno scorso, e quest’anno oltre a Cannes vengono spostati due mesi più avanti anche gli Oscar. Ma in Italia no, in Italia si fanno i festival di cinema anche con tre persone in platea, sennò la gente si deprime (gente invero interessatissima ai festival di cinema).

Quelli che sperano molto in un contrattino piccino picciò con Rai 1 li riconosci perché, in questi giorni, s’affannano a scrivere su tutti i social che certo, i teatri sono chiusi, ma l’Ariston quella settimana lì mica è un teatro, è uno studio televisivo, ha un pubblico di figuranti come i programmi di Maria De Filippi. Sarebbe il primo anno di figuranti, per la verità: di solito la terrificante borghesia impellicciata su cui qualcuno dovrebbe scrivere una grande commedia si litiga i biglietti per l’Ariston, quella settimana – ma facciamo finta ch’io non l’abbia detto, non vorrei rendere vano lo zelo compiacente dei benintenzionati. (Suggerirei però di ottimizzare piazzando nella platea dell’Ariston i giornalisti: si ridurrebbe il numero di esseri umani necessari al festival, e la stampa avrebbe finalmente qualcosa d’interessante da scrivere, invece d’andare fino in Liguria per vedere il festival dallo schermo della sala stampa e scrivere quel che potrebbe scrivere da casa).

Può l’ottanta per cento degli italiani davanti al televisore strabiliare per la bellezza di Naomi Campbell se non sente reazioni sospirose venire dalla platea teatrale? Può Fiorello fare battute se nessuno ride in sala? Stephen Colbert – l’uomo che ha sostituito Letterman sulla Cbs – sta andando in onda da mesi da casa. In un angolo nascosto c’è sua moglie che ridacchia, e basta. Ma qui, vai a sapere se funziona: ho visto comici esibirsi nel silenzio dello studio vuoto e l’effetto è invero tremendo, fossi Fiorello non vorrei rischiarlo. Però forse anche l’Nba non pensava di poter giocare non incitata da quelli seduti a bordo campo, e invece. Però se un rischio non può accollarselo un virtuoso come Fiorello, allora chi?

Sono tempi speciali, forse richiedono inventive speciali. Oppure no. Oppure le diverse circostanze riguardano tutti – il basket, il calcio, le Olimpiadi, Cannes – tutti, meno uno.