La crisi, finalmenteConte, Trump e la fine dell’impunità di gregge

Renzi ritira le ministre dal governo e continua a dare le carte della legislatura. Nessuno sa come andrà a finire, probabilmente male, ma c’è un solo esito razionale ed entusiasmante per l’Italia e per il mondo occidentale: archiviare contemporaneamente i due amigos Giuseppi&Donald

michael-jasmund, Unsplash

Chissà come andrà a finire. Probabilmente malissimo, visti i protagonisti buoni a nulla e capaci di tutto che ci ritroviamo, ma intanto Matteo Renzi continua a dare le carte e a portare tutti a passeggio in una legislatura talmente stracciona da essersi automutilata in doppia lettura e al suono della fanfara.

Riepilogo: Renzi prima ha rassicurato quel boccalone di Matteo Salvini, il quale c’è cascato da allocco quale è, spiegandogli che non avrebbe mai consentito la nascita di un governo con i Cinquestelle, poi invece ha fatto partire il governo con i Cinquestelle, tra lo stupore del Pd e con l’obiettivo di impedire (o ritardare) al Jake Angeli del Papeete la presa dei pieni poteri.

Da socio di minoranza, Renzi ha inciso poco sull’azione di governo, con qualche buona battaglia di principio sulle tasse, sulle infrastrutture e sulla famiglia e con qualche piccola correzione alle scemenze contiane, compresi svariati miliardi in più alla sanità nell’impalpabile Recovery Plan.

Non è riuscito però a trascinare il governo su un percorso riformatore, un po’ per demerito suo e un po’ per l’ignavia di un Pd che si è dato il compito strategico di annientare l’ala liberal-democratica, riuscendoci, e di riformare il dimaioismo digitale del Grande Bibitaro del San Paolo anche al costo di tenersi ben strette le porcate forcaiole, assieme allo smancettamento di Stato, ordite da Giuseppe Conte e Matteo Salvini, gli amici e sodali del Cialtrone in Chief oltre che di Vladimir Putin.

Il governo Conte, salutato dal famigerato tweet di Trump di congratulazioni a «Giuseppi» proprio il giorno dell’incarico ricevuto al Quirinale, è un imbarazzo nazionale da ben prima della pandemia, il nulla mischiato a niente, giustizialista e incapace, assente sui tracciamenti e sui tamponi, casinista sulle zone rosse derogabili e sulle zone arancio rinforzate, dispensatore di bonus per tutti e quindi per nessuno, inadatto a presentare un piano strategico per la ripresa e pasticcione sui vaccini (nel giro di una settimana i 13 milioni di vaccinati entro marzo, annunciati da Roberto Speranza alla Stampa, sono stati dimezzati, sempre nelle previsioni che naturalmente non saranno rispettate).

L’uscita dal governo di Italia Viva apre dunque la crisi, finalmente.

Quelli che dicono che le crisi di governo non si fanno durante l’emergenza dovrebbero spiegare per quale motivo dovremmo tenerci una leadership che sta perdendo tutte le battaglie possibili, essendo noi il paese con più morti e con più danni economici, avendo adottato le misure più dure e sprecato miliardi su miliardi per risolvere nulla e scontentare tutti, ed essendo in ritardo sui vaccini e sul Recovery Plan. Senza dimenticare che, per esempio, negli Stati Uniti non solo è stato destituito l’amico di Giuseppi e anzi ieri notte hanno addirittura deciso di metterlo in stato di accusa per la seconda volta, record storico quanto quello di Conte che ha guidato due governi opposti ma anche uguali.

Renzi ha certamente bisogno di smuovere lo status quo politico, visto che più passa il tempo più perde consensi nonostante sia l’unico, con Carlo Calenda, a dire cose sensate sul merito delle questioni cruciali, in un tempo che premia chi le spara grosse, sciamani cornuti compresi, e non chi si ostina a proporre soluzioni e immaginare il futuro.

La questione di merito è una: il governo Conte, a cominciare dal premier, non è all’altezza del compito che è chiamato a svolgere, sia sul fronte sanitario sia su quello di un Piano per salvare l’Italia che così come è stato confezionato potrebbe essere respinto dall’Europa per la mancanza di una visione strategica.

Di nuovo, è difficile immaginare come andrà a finire la crisi aperta da Renzi e dalla dappocaggine congiunta dei Cinquestelle e della leadership Pd, forse con un Conte ter, forse con le elezioni, magari con un aiutino dei nuovi Scilipoti oppure con il rientro di Renzi, ma da qui al 20 gennaio, nuova Festa della Liberazione, c’è un solo esito lungimirante: mettere Conte e Trump nell’indifferenziata della storia e chiudere l’era populista dell’impunità di gregge.

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