Il popolo di TrumpLo stile paranoico dei suprematisti bianchi che minacciano l’America

La legittimazione ricevuta dagli ammiccamenti del presidente americano è stata senza precedenti. Ideologi falliti e fascisti statunitensi hanno riguadagnato sicurezza e si sono riorganizzati. Una realtà che, spiega Giovanna Pancheri in “Rinascita americana”, (SEM edizioni) è segnata da un distacco paranoico dalla realtà e da una cultura della violenza

AP Photo/Jacquelyn Martin

Nutrito con messaggi carichi di rabbia, aggressività e ostilità, il popolo di Trump non è rimasto a casa preoccupato e dimesso a guardare in tv le immagini dei cortei e delle proteste antirazziste, ma è passato all’azione.

Dai Proud Boys armati di paintball per le strade di Portland, passando per Kyle Rittenhouse, il diciassettenne che con un fucile AR-15 ha ucciso due manifestanti del Black Lives Matter durante le proteste a Kenosha in Wisconsin a seguito del ferimento di un afroamericano da parte della polizia, per non parlare dei coniugi McCloskey invitati come ospiti d’onore alla Convention repubblicana dopo aver minacciato con le armi un corteo che passava davanti a casa loro a St. Louis, fino al surreale tentativo di rapimento della governatrice democratica del Michigan Gretchen Whitmer orchestrato da una milizia affiliata al movimento Boogaloo, l’anima più nera e oscura dell’America ha smesso di nascondersi.

Guardo le foglie color zucca scorrere sopra di me mentre con il mio operatore ci addentriamo nelle stradine di campagna della contea di Jackson, a un paio d’ore di macchina da Detroit. È una mite giornata d’autunno con il sole alto, fiuto l’aria croccante abbassando il finestrino e rimango incantata dalle sfumature di oro e fuoco degli aceri e dei pioppi.

Sono colori di tregua e calore, di coperte e cioccolate calde, di camini accesi e divani comodi. Stonano con il momento in cui ci troviamo a poche settimane dalle elezioni, un tempo di divisione, irruenza e sopraffazione. Vista la nostra destinazione, ammetto che non mi aspettavo così tanta bellezza.

Stiamo andando a Munith, dove abitavano Joseph Morrison (anche conosciuto come Boogaloo Bunyan) e suo suocero Pete Musico, i fondatori dei Wolverine Watchmen, la milizia che aveva orchestrato il rapimento della governatrice.

La strada principale del paese, Main Street, si presenta come milioni di strade americane: qualche villetta di legno, una chiesa, un emporio, un ristorante in fondo all’incrocio principale, e cartelli Trump/Pence 2020 in ogni giardino.

Insieme alla bandiera americana su qualche portico spicca anche quella che raffigura un serpente a sonagli attorcigliato su se stesso in posizione d’attacco su uno sfondo giallo con sotto la scritta «Don’t tread on me» («Non calpestarmi»). Meglio nota come la Gadsden Flag, è diventata un simbolo razzista da quando nel 2014 una coppia di suprematisti bianchi la usò per avvolgere i corpi di due poliziotti che aveva ucciso a Las Vegas, e in questo 2020 si vede sempre più spesso nei comizi di Trump, insieme alla Thin Blue Line, la bandiera dove le classiche stelle e strisce americane sono nere e bianche con in mezzo una sottile linea blu che rappresenta le forze dell’ordine: il fragile argine tra la società e il caos.

Ne vediamo molte anche uscendo dalla via principale e dirigendoci verso quello che Morrison chiama il suo “Ranch”. In realtà, si tratta di una roulotte e un prefabbricato su un piccolo appezzamento di terra, circondato da una siepe incolta. Avvicinandoci in macchina rallentiamo e intravediamo in mezzo alla vegetazione una decina di copertoni abbandonati, due cassonetti di rifiuti strabordanti, un paio di Truck con le gomme a terra e dei cartelli all’ingresso poco rassicuranti: qui siamo armati e le munizioni costano, non spariamo colpi di avvertimento.

Sembra disabitata, Morrison e Musico sono in prigione ormai da settimane, arrestati a inizio ottobre insieme ad altri undici complici.

Il prato è coperto di foglie, il loro crepitio quando le calpesto ha qualcosa di sinistro in quel silenzio che, però, viene subito rotto da quelle che sembrano risate di bambini provenienti dal retro della casa. Accanto a resti di bandiere confederate, bottiglie di birra rotte e bersagli da poligono, ci sono diversi giochi: un vecchio passeggino rosa da bambola, un triciclo infangato, un bambolotto nudo senza un occhio. Poi vedo spuntare a piedi scalzi questa bellissima e giovanissima ragazza. Avrà poco più di 20 anni, il viso etereo da elfo tolkeniano, un paio di jeans e una felpa blu che sembrano galleggiare sul corpo minuto e fragile, folti e sottili capelli biondi raccolti alla rinfusa con qualche ciocca ribelle illuminata dal sole che incornicia i tratti delicati.

Sembra una creatura di un altro pianeta, anche se a riportarmi sulla terra sono i suoi denti: neri e mangiati da anni di dipendenze. Un angelo all’inferno che con voce di rugiada si presenta: «Sono la moglie di Morrison, ma non me la sento di parlare, voglio dirle solo che hanno rovinato la vita di tre bambini, però, se va all’ingresso principale troverà mia mamma, lei forse le dirà qualcosa».

Mentre faccio il giro della casa continuo a pensare alle sue parole: a chi si riferiva? Chi ha rovinato la vita di tre bambini? L’FBI che li ha arrestati o suo marito e suo padre con i loro piani di follia criminale?

A fugare i miei dubbi ci pensa Chrystell, la moglie di Musico, la madre dell’angelo: «Sono arrivati qui nel cuore della notte con decine di macchine e gli elicotteri, hanno bussato forte alla porta, la stavano per buttare giù: i miei nipoti sono ancora traumatizzati e anche il cane lo è». Mentre parla, alle sue spalle si sentono dei colpi all’ingresso. Si affaccia l’angelo: «Scusate, è la bambina, ha paura che portiate via la nonna e vuole uscire fuori con voi».

«Cosa le dicevo?» sottolinea Chrystell dopo aver calmato la nipotina. «Ci hanno distrutto. E tutto questo per cosa? Joseph e Pete non facevano nulla di male».

A guardare le carte degli inquirenti si scopre che proprio nella proprietà di Musico e Morrison si incontravano i membri del complotto per esercitarsi a sparare, e nel web si ritrovano decine di video in cui espongono le loro teorie anarchiche e nazionaliste. In particolare sono attirata da uno di Musico: ha una lunga barba grigia e guarda in basso verso la telecamera lamentandosi delle restrizioni del governo.

«Perché devono obbligarci a mettere la cintura di sicurezza sulle macchine che noi abbiamo comprato e per le quali paghiamo le tasse? Questa è una limitazione delle nostre libertà, e in questo siamo tutti uguali. Ci dicono che siamo razzisti, ma non è così, stiamo tutti cercando di occuparci delle nostre famiglie e dobbiamo ribellarci insieme contro questo governo che ce lo impedisce…» sostiene il marito di Chrystell, a cui è stata assegnata la cauzione più bassa dato che il suo coinvolgimento era minore.

Secondo il giudice e alcune delle testimonianze era stato allontanato dal gruppo degli estremisti perché «troppo poco violento».

«Mio marito non farebbe mai certe cose, ha troppo rispetto per la famiglia, io lo so, lo conosco da vent’anni. Lui e io siamo dei sopravvissuti, io lo sono da sempre, lui lo è diventato a causa degli sgarbi che gli ha fatto la vita, ma non siamo dei terroristi».

Chrystell difende anche Morrison, contro cui in realtà ci sono prove più sostanziali, ma lei dubita in generale di tutta l’inchiesta: «Non so neanche se gli altri siano colpevoli, non sono convinta che questa storia sia vera, mi puzza di qualcosa di politicizzato. Lo vede anche lei il clima che c’è adesso, secondo me se la sono presa con loro perché hanno le armi, difendono il II emendamento, hanno creato la loro milizia per garantire la sicurezza della contea…».

Non provo neanche a spiegarle che, se fosse tutta una montatura del Deep State come pensa lei, non se la sarebbero certo presa con due tizi sconosciuti che vivono in mezzo ai boschi in Michigan, ma avrebbero forse puntato più in alto. Sono però curiosa di sapere una cosa: «Tra poco, a proposito, ci saranno le elezioni. Lei ha intenzione di votare?».

«Fino a un mese fa le avrei risposto di sì. Avrei votato per Trump: ci piace perché non è un politico. Ma dopo tutto quello che è successo, ho capito che neanche lui può fare nulla. Votare è inutile: indipendentemente da quello che uno vota, le decisioni continueranno a prenderle quelli che hanno i soldi e il potere».

Mentre mi allontano da questo incontro surreale, rifletto su quanto in questi quattro anni ho percepito la solitudine, il degrado e il senso di abbandono viaggiando in questa America dimenticata, un terreno fertile per la rabbia e la violenza quanto per la compassione, tutto dipende da come viene concimato. La divisione, la disinformazione, l’individualismo nutrono il germoglio dell’albero dell’odio che riesce a mettere radici profonde.

Come certificato dal Dipartimento degli interni in un rapporto pubblicato nell’ottobre del 2020: «I suprematisti bianchi e altri estremisti violenti correlati rappresentano la minaccia più consistente e letale alla sicurezza nazionale». Nel resoconto si spiega anche che nel 2018 e nel 2019 estremisti appartenenti al suprematismo bianco hanno portato avanti più attacchi mortali di qualsiasi altro gruppo politico o religioso.

Una tendenza che, come rivelato da uno studio del Center for Strategic and International Studies, si è confermata nel 2020, anno in cui comunque è aumentata anche la violenza dei gruppi di estrema sinistra, responsabili del 20% degli attacchi e dei complotti sventati o portati a termine nei primi nove mesi dell’anno. Il 67% invece è a opera di suprematisti ed estremisti di destra.

Il terrorismo interno è diventato il principale pericolo per la sicurezza delle famiglie d’America, foraggiato, in questo lacerante 2020, anche dai morsi della crisi economica e occupazionale e dalle diseguaglianze che aumentano sotto i colpi della pandemia alimentando anche i crimini più tradizionali.

Il nemico è dentro casa, ma il “Padrone di Casa” lo ha cercato fuori dalla finestra, e invece di combatterlo a volte ha finito per accarezzarlo con frasi come «Stand Back and Stand By», “State indietro e state allerta”.

Così Donald Trump ha risposto durante il primo dibattito presidenziale contro Joe Biden a Cleveland, la città da cui ha preso avvio questo capitolo, quando il moderatore Chris Wallace gli ha chiesto se poteva condannare una volta per tutte e con chiarezza i suprematisti bianchi e i gruppi estremisti di destra come i Proud Boys. Cinque parole cariche di benzina su una società già in combustione.

da “Rinascita americana. La nazione di Donald Trump e la sfida di Joe Biden”, di Giovanna Pancheri, SEM, 2021, pp. 256, euro 17

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