Unione nucleareTutta Europa produce rifiuti radioattivi, ma solo pochi Paesi sanno dove smaltirli

Trovare una sistemazione di lungo periodo per materiali potenzialmente molto pericolosi è un problema comune a molti Stati e l’Italia ha ricevuto una condanna da parte della Corte di Giustizia europea per non aver comunicato il suo programma nazionale al riguardo. Ma ora c’è qualche speranza

Lapresse

Trovare una sistemazione definitiva per i rifiuti radioattivi. Un bel problema per il nostro Paese (ma non solo, come vedremo), che è già costato una procedura di infrazione europea e, l’11 luglio 2019, una condanna da parte della Corte di Giustizia europea.

La sanzione è arrivata per non aver comunicato alla Commissione il programma nazionale per la gestione del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi, attualmente stoccati in una ventina di siti provvisori non idonei al loro smaltimento definitivo.

Ma su questo fronte sono arrivate delle novità: come l’approvazione, il 30 ottobre 2019, del programma italiano e la pubblicazione, lo scorso 5 gennaio, della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee a ospitare i rifiuti (Cnapi), il progetto preliminare e i documenti sulla realizzazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi e del parco tecnologico (sede, quest’ultimo, di un centro di ricerca dove si svolgeranno studi nel campo dello smantellamento delle installazioni nucleari, della gestione dei rifiuti radioattivi, della radioprotezione e della salvaguardia ambientale).

Come l’Europa gestisce i rifiuti radioattivi
In Europa, 13 Paesi (Belgio, Bulgaria, Cechia, Germania, Spagna, Francia, Ungheria, Paesi Bassi, Romania, Slovenia, Slovacchia, Finlandia, Svezia, più la Croazia, che è comproprietaria insieme alla Slovenia della centrale nucleare di Krsko) ospitano centrali nucleari. In altri due (Lituania e Italia), invece, i programmi nucleari sono stati abbandonati e gli impianti nucleari sono in fase di disattivazione.

Nel caso del nostro Paese la decisione risale al 1987, anno in cui i risultati del referendum abrogativo sul nucleare sancirono di fatto l’abbandono del suo ricorso come forma di approvvigionamento energetico, portando alla chiusura delle centrali allora attive di Trino, Caorso, Latina, e l’impianto di Sessa Aurunca (già spento nel 1982).

Tornando all’Europa, i 15 Stati membri sopracitati rappresentano il 99,7% (in volume) dell’inventario dei rifiuti radioattivi nell’Unione. Tuttavia, tutti gli Stati dell’Unione generano rifiuti radioattivi, che per la maggior parte provengono dalle centrali nucleari e dalle relative attività del ciclo del combustibile nucleare ma anche dalle applicazioni in campo medico, industriale, agricolo.

Per la loro potenziale pericolosità la gestione di questi materiali, dalla produzione fino allo smaltimento, deve essere sicura, cioè in grado di garantire il loro contenimento e isolamento dagli esseri viventi e dall’ambiente per un lungo periodo.

La direttiva 2011/70/Euratom
Così in Europa nel luglio 2011 viene istituito un quadro comunitario per la gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi «onde evitare di imporre oneri indebiti alle future generazioni»: si tratta della direttiva 2011/70/Euratom del Consiglio europeo. Un documento che obbliga i Paesi dell’Unione a disporre di una politica nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi, elaborare e attuare programmi nazionali per la gestione di questi materiali, compreso lo smaltimento di tutto il combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi generati sul loro territorio.

A partire dall’agosto 2015 ogni tre anni la Commissione attende da ciascun Paese una relazione nazionale sull’attuazione della direttiva.

La relazione della Commissione del 2019
Nel 2017 la Commissione ha presentato, per la prima volta, una panoramica completa sui progressi compiuti dai Paesi europei nell’attuazione della direttiva. Poi, il 17 dicembre 2019, ne è stata proposta una seconda, la più recente, basata sulle relazioni nazionali che gli Stati membri dovevano presentare entro il 23 agosto 2018. In quell’occasione, la Commissione ha fatto il punto sulla situazione dello smaltimento di rifiuti a bassa e bassissima intensità (che rappresentano il 90% del totale) e quelli a medio-alta e del combustibile esaurito.

Per quanto riguarda il primo tipo di rifiuti, l’Europa attualmente dispone di oltre 30 impianti di smaltimento, operativi in 12 Stati membri. «Circa la metà degli Stati membri – si legge nella relazione – prevede di realizzare nuovi impianti di smaltimento nel corso del prossimo decennio. I restanti Stati membri non hanno piani concreti».

Per quanto riguarda il secondo, la Commissione ha sottolineato come dei 15 Stati membri dotati di programmi nucleari «tutti, eccetto uno (l’Italia), prevedono lo sviluppo di depositi di smaltimento geologico». Tuttavia, solo Finlandia, Francia e Svezia hanno adottato misure concrete in questa direzione. Sono infatti gli unici Paesi ad aver già localizzato il deposito definitivo per i rifiuti a media e alta attività, che deve necessariamente essere un deposito geologico di profondità. Finlandia e Svezia l’hanno rispettivamente individuato nelle municipalità di Olkiluoto e Östhammar, mentre in Francia il sito è stato localizzato a Bure ed è in corso la fase di licensing.

I restanti 11 Stati membri hanno pianificato la costruzione di un deposito geologico di profondità, con fasi di attuazione diverse, comprese tra il 2040 e il 2100, ma solo alcuni hanno riferito progressi in merito alla selezione del sito. Germania, Repubblica Ceca e Ungheria hanno già avviato il processo di localizzazione.

L’Italia, invece, per trovare una sistemazione definitiva ai propri rifiuti a media e alta attività persegue la strategia del dual track, quindi da una parte l’analisi di fattibilità di un deposito da realizzare all’estero e condiviso fra più Paesi e dall’altra, in caso l’ipotesi estera non risulti praticabile, lo studio di una soluzione a livello nazionale.

Su tutti i programmi nazionali presentati, la Commissione ha sottolineato che «gli Stati membri sono invitati a lavorare su stime fino al 2050 e a ridurre il più possibile il livello di incertezze riscontrato dalla Commissione».

Questo perché per la chiusura e la disattivazione programmate di una serie di impianti nucleari nel prossimo decennio ci sarà un aumento significativo della quantità di rifiuti: si prevede che entro il 2030 quelli a bassissima attività raddoppino, mentre gli altri aumentino nell’ordine del 20-50%. «Occorre, pertanto, ridurre al minimo i rifiuti radioattivi all’origine, sviluppare e attuare opzioni di pre-smaltimento per ridurre i volumi di rifiuti e realizzare nuove strutture di stoccaggio o smaltimento».

Il caso Italia
Come già anticipato, nel luglio del 2019 la Corte di giustizia europea ha accolto il ricorso della Commissione europea contro il nostro Paese per non aver comunicato, a quasi quattro anni dal termine previsto dalle norme dell’Unione, la versione finale del programma nazionale per la gestione del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi. La decisione della Corte è stata conseguente alla procedura di infrazione aperta nell’aprile 2016 dalla Commissione europea contro Italia, Austria e Croazia: i tre Stati avevano trasmesso soltanto le bozze dei loro programmi, e non quelli definitivi, entro il termine del 23 agosto 2015 previsto dalla legislazione dell’Unione.

Ma il programma nazionale che l’Italia ha presentato a fine 2019 e la pubblicazione il 5 gennaio della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) a ospitare i rifiuti radioattivi fanno sperare che il Paese stia cercando di recuperare il tempo perduto.

Il deposito nazionale italiano
Sul futuro deposito nazionale (deposito definitivo di superficie) che l’Italia avrà, sappiamo che da una parte servirà a smaltire i rifiuti a molto bassa e bassa attività, ovvero quelli che nell’arco di 300 anni raggiungono un livello di radioattività tale da non rappresentare più un rischio per l’uomo e per l’ambiente. Dall’altra, sarà sede dello stoccaggio temporaneo di quelli a media e alta attività, che perdono la radioattività in migliaia di anni e che, per essere sistemati una volta per tutte, richiedono la disponibilità di un deposito geologico di profondità (come quelli finlandese, svedese e francese sopracitati).

Il documento della Cnapi pubblicato da Sogin, la società pubblica responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi, ha elencato i 67 luoghi potenzialmente idonei a ospitare il deposito e il parco. Le aree proposte nel documento, che vanno dal Piemonte alla Basilicata passando per le isole maggiori, il Lazio, la Toscana e la Puglia, sono state scelte in quanto rispetterebbero, in linea con gli standard dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica), i 28 criteri che l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (un tempo l’ente di controllo, che oggi è l’Isin) ha definito nella Guida tecnica n. 29.

Il ruolo della consultazione pubblica
Nei 60 giorni successivi alla pubblicazione della Cnapi è prevista una consultazione pubblica in cui Regioni, enti locali e «soggetti portatori di interessi qualificati», possono formulare osservazioni e proposte tecniche. Poi, entro i due mesi successivi, Sogin promuoverà un seminario nazionale per approfondire tutti gli aspetti tecnici relativi al Deposito e al Parco e la compatibilità delle 67 aree individuate.

In base a ciò che emergerà, verrà aggiornerà la Cnapi, che sarà sottoposta ai pareri dei Ministeri di Ambiente, Sviluppo Economico e anche di Infrastrutture e Trasporti, così come dell’Isin, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione.

Successivamente, il Ministero dello sviluppo economico convaliderà la versione definitiva della Cnapi, la Carta Nazionale delle Aree Idonee.

Una volta approvata la Cnapi, verrà aperta una nuova fase di confronto «per raccogliere le manifestazioni d’interesse, volontarie e non vincolanti, da parte delle Regioni e degli enti locali il cui territorio ricade nelle aree idonee a ospitare il deposito nazionale e parco tecnologico».

Raggiunta l’intesa su una o più aree, si svolgeranno campagne d’indagine tecnica per individuare il sito dei futuri deposito e parco: l’Isin dovrà esprimere il proprio parere vincolante rispetto alla conferma finale dell’idoneità del sito.

Infine, come stabilito dal decreto legislativo 31/2010, il Ministero dello sviluppo economico individuerà l’area con un proprio decreto, «emanato anche nel caso in cui dovessero fallire le diverse e reiterate procedure per il raggiungimento dell’intesa». Poi, potranno partire i lavori di costruzione del deposito per arrivare, entro il 2029, alla sua inaugurazione.

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