Linkiesta ForecastL’intelligenza artificiale dal volto umano

La pandemia ha accelerato l’introduzione di interazioni senza contatto e la sostituzione dei lavoratori con computer e altre tecnologie, ma il desiderio di un incontro personale è diventato ancora più irresistibile e necessario

Aly Song/Reuters

Da anni l’automazione, la robotica e l’intelligenza artificiale si fanno carico di compiti ripetitivi e di routine. Una tendenza accresciuta dalla pandemia da Covid-19, sotto la spinta di una tripla necessità: l’aumento della produttività, l’abbassamento dei costi e la sicurezza delle persone. D’un tratto gli esseri umani hanno cominciato a evitare ogni contatto e a desiderarlo più che mai. Così, ora ci sono aziende di delivery, idraulici e perfino alcuni fornitori di servizi medicali che vantano di offrire un servizio a “contatto zero”. Eppure, al tempo stesso fremiamo di piacere di fronte alla possibilità di incontrare qualcuno di persona e mangiarci insieme.

Proprio mentre ci avviamo nel futuro dell’economia dell’intelligenza artificiale, il 2020 ci ha insegnato l’importanza dei legami umani.

Quando cominciai nel 1983 la carriera nel settore dell’intelligenza artificiale, nella mia domanda per il dottorato alla Carnegie Mellon University la descrissi come «la quantificazione del processo del pensiero umano, l’esplicazione del comportamento umano», oltre che il nostro «passo finale» per la comprensione di noi stessi.

In un senso mi sbagliavo, in un altro avevo ragione. I programmi di IA sono in grado di riprodurre e perfino di superare il cervello umano in molti campi. Ma se è vero che l’intelligenza artificiale ci consente di comprendere meglio noi stessi, questo avviene soltanto perché ci libera dal tran tran dei lavori routinari e lascia che ci dedichiamo alla nostra umanità e alle nostre relazioni e affetti.

Sappiamo già che molti dei lavori in cui sta ora avvenendo un fenomeno di sostituzione non torneranno più: l’intelligenza artificiale li svolge meglio delle persone e, di fatto, a costo zero. Questo porterà a un enorme ritorno economico, ma anche a un terremoto lavorativo senza precedenti. Nel mio libro “A.I. Superpowers: China, Silicon Valley, and the New World Order” (Le superpotenze dell’intelligenza artificiale: Cina, Silicon Valley e il Nuovo Ordine Mondiale), avevo calcolato che per il 2033 l’intelligenza artificiale e l’automazione avrebbero coperto dal 40% al 50% degli impieghi attuali.

Allora serve prepararsi fin da ora ad affrontare la scomparsa di milioni di posti di lavoro e ad accelerare l’acquisizione delle nuove abilità richieste dall’IA, che sarà sia uno strumento sia un collega. Per farlo, propongo la tattica delle “tre R”: re-imparare, ricalibrare, e Rinascimento. Sono le componenti di una operazione di immensa portata, con la quale immaginiamo da zero il nostro modo di vivere e di lavorare e affrontiamo la questione economica più importante del nostro tempo: la rivoluzione dell’intelligenza artificiale.

La prima cosa da fare, e forse anche la più semplice, è avvertire le persone il cui posto è in pericolo, preparando programmi con cui possano ri-studiare le loro mansioni alla luce delle novità introdotte dall’IA.

La buona notizia è che ci sono tantissime cose che l’intelligenza artificiale non sa padroneggiare. La creatività, l’interazione sociale, i lavori fisicamente complessi o le operazioni di destrezza. E poi, certo, non sanno adoperare gli strumenti di IA che richiedono operatori umani.

Le scuole professionali dovranno ripensare i loro curricula aumentando il numero di corsi di formazione per lavori sostenibili. Ai governi toccherà aprire la strada e fornire incentivi e sussidi, evitando di rincorrere alla cieca misure di scarso impatto come il reddito universale di base. Anche le aziende potrebbero offrire programmi per la formazione, come ad esempio il Career Choice di Amazon, che finanzia con una borsa fino a 12mila dollari l’anno, per quattro anni, tutti i dipendenti a ore che scelgono di laurearsi in settori ad alta richiesta come la meccanica aeronautica, la progettazione assistita e le discipline infermieristiche.

Con o senza la pandemia, vista la crescita della ricchezza e l’allungamento della vita media i lavori di assistenza umano-centrici (l’infermieristica ne è un esempio), aumenteranno di numero e di importanza.

L’Oms prevede che per il 2030 avremo bisogno di circa 18 milioni di operatori sanitari, che costituiscono il numero necessario per raggiungere l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile dell’Onu nell’ambito della salute e del benessere per tutti. C’è un’urgente necessità di riconsiderare questi ruoli di assistenza umano-centrici, vitali ma sottovalutati, sia nella percezione comune che nella remunerazione. Questi impieghi saranno il fondamento della nuova economia dell’intelligenza artificiale.

Se da un lato dovremo formare le persone per la transizione definitiva verso questo nuovo mondo, dall’altro sarà necessario ripensare molti dei lavori attuali.

Come hanno fatto i software qualche decennio fa, anche l’intelligenza artificiale contribuirà ad accrescere il pensiero creativo dell’uomo grazie alla sua instancabile capacità di macinare masse di dati, ipotizzare alternative e ottimizzare i risultati. Non esisterà una sola, generica intelligenza artificiale, ci saranno invece diversi strumenti specifici, studiati a seconda della professione e dell’impiego.

Potremmo immaginare per i ricercatori farmaceutici un programma per la generazione di molecole basato sull’IA, mentre per chi invece opera nel marketing un’agenda di pianificazione pubblicitaria che funziona con l’IA, oppure un programma di fact-checking per i giornalisti.

L’unione del tocco umano e dell’ottimizzazione tecnologica porterà alla reinvenzione di molti lavori e alla creazione di molti altri. All’intelligenza artificiale toccheranno i compiti di routine, mentre gli esseri umani si occuperanno della parte che richiede, appunto, umanità. Per esempio: i dottori del futuro continueranno a essere il punto di riferimento principale dei pazienti. Ma per stabilire le cure migliori si affideranno alle capacità di diagnosi offerte della tecnologia. Il medico vedrà cambiare il suo ruolo, diventando una sorta di assistente compassionevole in grado di dedicare più tempo ai suoi pazienti.

L’arrivo di internet sui telefonini ha fatto nascere nuovi lavori (come l’autista di Uber), allo stesso modo l’intelligenza artificiale creerà nuove professioni che al momento non riusciamo nemmeno a immaginare. Ad esempio ingegneri dedicati all’intelligenza artificiale, data scientist, etichettatori di dati e riparatori di robot. Dovremmo stare attenti, cogliere il nascere di questi nuovi lavori e far sì che tutti ne siano al corrente. Così potremo dare loro la giusta formazione.

Infine, proprio come i mercanti e le ricche città italiane furono all’origine del Rinascimento, anche noi dobbiamo sperare che l’intelligenza artificiale produca qualcosa di quel livello. In un’economia nuova, dove le macchine si fanno carico di compiti e mansioni, l’IA porterà più flessibilità nei tradizionali meccanismi del lavoro.

Permetterà di ridefinire i termini dell’equilibrio vita-lavoro, andando a incidere sulle abitudini dei giorni feriali e modificando le soglie del pensionamento. Con un nuovo contratto sociale fatto di più libertà e tempo libero, le persone potranno inseguire le loro passioni, sviluppare creatività e talenti ed esplorare nuovi modi per dare forma alle proprie carriere come mai prima di ora.

I pittori, gli scultori e i fotografi potranno servirsi degli strumenti dell’intelligenza artificiale per comporre, sperimentare, enumerare e perfezionare le proprie opere. Gli scrittori, i giornalisti e i poeti le useranno per spingere le loro capacità espressive in direzioni mai immaginate.

Gli educatori, ormai sciolti dall’obbligo dei voti e delle scartoffie, potranno liberare la propria energia per inventare lezioni che educhino alla curiosità, al pensiero critico, alla creatività. I programmi di intelligenza artificiale aiuteranno a spiegare fatti e numeri, mentre gli insegnanti passeranno più tempo a sviluppare l’intelligenza emotiva degli studenti.

Queste tre “R” sono la più grande impresa della storia dell’umanità. Le aziende dovranno formare un numero spropositato di lavoratori, gli Stati raccogliere una quantità astronomica di denaro per distribuirlo e finanziare la transizione. Le scuole dovranno reinventare l’istruzione e far uscire laureati creativi, aperti e multidisciplinari.

Tutto dovrà essere ripensato: l’etica del lavoro della società, i diritti dei cittadini, le responsabilità delle aziende e il ruolo dei governi.

In tutto questo, sarà cruciale il ruolo delle tecnologie. Se la sapremo impiegare nel modo giusto, l’intelligenza artificiale ci libererà e ci permetterà di coltivare la nostra creatività e la nostra empatia, sia nei confronti degli altri sia della nostra umanità.
©️ 2020 The New York Times Company & Kai-Fu Lee

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