Eroe anticiclicoIl fascino normale di Joe Biden, il presidente buono che ha passato la vita a correggere sé stesso

Come spiega Francesco Costa in “Una storia americana” (Mondadori), per capire come sarà una amministrazione bisogna concentrarsi sul vissuto dei suoi protagonisti. Il prossimo inquilino della Casa Bianca ha un carattere di ferro e rare abilità diplomatiche, qualità forgiate con una lotta quotidiana contro gli ostacoli

AP Photo/Carolyn Kaster

Joe Biden è stato considerato a lungo un politico caloroso ma chiacchierone, portato alle uscite infelici, capace di dire quello che non si dovrebbe mai dire, di fare lunghissime divagazioni anche nella più formale delle occasioni e di mettersi nei guai con imbarazzanti passi falsi verbali.

La stampa americana lo ha descritto spesso come una macchina da gaffe, e alla Casa Bianca molti ricordano con un misto di affetto e insofferenza la sua tendenza a intervenire durante ogni riunione e spostare l’oggetto della discussione con un lungo aneddoto sulla sua infanzia o su uno dei politici coinvolti nella questione.

Biden è consapevole sia del suo carattere sia della sua reputazione, e negli anni ha cercato di riderci sopra e presentare entrambi come segni della sua autenticità. È capitato che durante un incontro pubblico alla Casa Bianca il microfono dal quale stava parlando smettesse di funzionare e lui reagisse con prontezza da comico fingendo un’espressione sconsolata: «Me lo fanno tutte le volte».

Ma le parole sono state un filo conduttore della sua vita, e a lungo lo hanno fatto soffrire per un problema lontanissimo dalla loquacità della sua vita adulta: Joe Biden è balbuziente. Per anni ha sperimentato le piccole crudeltà quotidiane a cui sono esposte le persone che balbettano, specialmente da giovani.

Quando era bambino, a Scranton, una delle suore insegnanti lo aveva soprannominato «Bye Bye Blackbird», dal titolo di una canzone, per via delle sue difficoltà nel pronunciare il suo cognome, B-b-b-biden. I suoi coetanei lo chiamavano «Bu-bu-Biden» oppure «Joe Impedimenta», una parola che avevano carpito durante una lezione di latino; oppure ancora «Linea», perché la sua balbuzie faceva venire in mente l’alternanza punto-linea del codice Morse.

I suoi genitori provarono a mandarlo da un logopedista, ma senza grandi risultati: e anche quando le cose sembravano andare meglio, la balbuzie riemergeva nei momenti di tensione, per esempio in classe prima di un’interrogazione.

Col tempo Biden ne venne fuori, e lo fece sostanzialmente da solo. Cominciò a esercitarsi a casa per ore, leggendo e parlando davanti allo specchio. Sviluppò alcune tecniche per diventare più sciolto: imparò una cadenza, un ritmo, per costruire dei binari a cui tenere ancorate le parole. Ogni mattina provava in anticipo le conversazioni che pensava avrebbe avuto nel corso della giornata, memorizzava le frasi che avrebbe dovuto leggere a scuola o annotava sulle pagine dei segni che gli ricordassero quando fermarsi, quando enfatizzare una parola, quando rallentare per prendere fiato, dove mettere gli accenti. È una cosa che fa ancora oggi.

Soprattutto, il giovane Biden cominciò ad approfittare di ogni occasione possibile per parlare in pubblico: era il contesto che lo metteva più in difficoltà, ma anche quello che più lo affascinava. Assemblee di quartiere, riunioni di associazioni studentesche, movimenti, sindacati, cineforum, ogni pretesto era buono: al momento delle domande e degli interventi, Biden si costringeva ad alzare la mano e provava a parlare. Ogni volta qualcuno lo prendeva in giro. Ogni volta migliorava un po’.

Ancora oggi succede di tanto in tanto che Joe Biden inciampi sulle parole, specialmente quando è stanco o nervoso, ma nel tempo la sua lotta con la balbuzie è diventata uno dei molti modi con cui ha mostrato e raccontato chi è: e non solo perché superare questo impedimento ha rafforzato il suo carattere.

Per decenni, alla fine di ogni comizio e incontro pubblico, è capitato che Biden venisse accostato da una persona balbuziente in cerca di consigli o di un esempio da seguire, spesso un ragazzino o una ragazzina accompagnati dai genitori. E per decenni Biden si è fermato a parlare con ognuno di loro, dandogli appuntamento per fare due chiacchiere o fornendo loro il suo numero di telefono privato.

Centinaia di persone balbuzienti, in giro per gli Stati Uniti, hanno ottenuto negli anni un proprio aneddoto personale con Joe Biden: i giornalisti che lo hanno seguito durante i suoi due mandati alla vicepresidenza raccontano che in qualunque città americana l’Air Force Two atterrasse, ad attenderlo sulla pista c’erano spesso una o due persone balbuzienti con cui Biden era rimasto in contatto, e a cui aveva dato appuntamento comunicando i loro nomi alla sua scorta.

«Joe Biden è la persona più buona che io abbia mai incontrato in politica» ha detto qualche anno fa Lindsey Graham, senatore del Partito repubblicano e grande sostenitore di Donald Trump.

«Non siamo d’accordo su un sacco di cose, ma se non ammiri Joe Biden come persona, hai decisamente qualcosa che non va.» Un altro pezzo grosso del Partito repubblicano, Paul Ryan, lo ha definito «uno che mantiene la parola data», ma soprattutto «una brava persona, un buono». La lista potrebbe continuare a lungo, anche decidendo di prendere in considerazione soltanto le opinioni di chi di Joe Biden è stato avversario, negli ultimi cinquant’anni.

In un’epoca in cui la politica è dominata dal cinismo e dall’aggressività come unico possibile mezzo di affermazione di sé, al punto da aver dato un alibi alla cattiveria storpiando la parola «bontà» nel cosiddetto «buonismo», la vicenda personale del quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti – ricca di colpi di scena, enormi fortune, errori banali e dolori indicibili – ribalta ogni convinzione sui requisiti necessari a una leadership politica vincente nel Ventunesimo secolo.

Joe Biden non è un estremista né un demagogo. Non è giovane né si può considerare anti-establishment, anzi: Joe Biden è la classe dirigente. In un momento politico che svaluta l’esperienza e la competenza come argomenti privi di attrattiva e perdenti, e premia la comunicazione più spregiudicata e bellicosa, le parole di Biden sono sempre acqua e mai benzina, e tengono conto della complessità della realtà.

Chi lo considera noioso, anche a sinistra, non nota quanto il tratto più rivoluzionario della sua parabola politica sia esattamente questo, in un’epoca di leadership politiche fiammeggianti che durano a stento lo spazio di un ciclo elettorale.

Il messaggio con il quale ha vinto le elezioni presidenziali del 2020 è anticiclico: invece di allargare i conflitti, dividendo la società in buoni e cattivi, Biden si è posto l’obiettivo fuori moda di ricomporre le fratture, indicando nella civiltà del discorso pubblico, nella tolleranza e nei compromessi l’unica strada possibile verso il progresso.

Alla luce di tutto questo, non è irrilevante che la sua elezione alla presidenza sia avvenuta durante la crisi più titanica dell’ultimo secolo, in un momento che teoricamente avrebbe dovuto premiare una volta di più messaggi radicali e rabbiosi: la pandemia da coronavirus, la più devastante crisi economica da quella del 1929, la distruttiva emergenza climatica e lo scandalo perpetuo del razzismo sistemico.

Quando era entrato alla Casa Bianca da vicepresidente, nel gennaio 2009, Joe Biden si era trovato davanti le colossali conseguenze della Grande Recessione, e aveva con sé un compagno di viaggio da libri di storia: Barack Obama, il primo presidente nero. Ora che è presidente si trova davanti una montagna ancora più alta, ma ha di nuovo un alleato straordinario: Kamala Harris, la prima donna e la prima persona nera mai eletta alla vicepresidenza.

La loro vittoria ha catalizzato le speranze di decine di milioni di persone, raccogliendo il maggior numero di voti di sempre in un’elezione presidenziale americana. Sarà indubbiamente interessante osservare il modo in cui Biden e Harris proveranno a traghettare gli Stati Uniti fuori dal momento più delicato della loro storia recente, quando già prima della pandemia i problemi del paese sembravano così profondi e inestricabili da non poter essere risolti.

Il fallimento è un rischio concreto, quando gli scogli hanno queste dimensioni. Ed è legittimo pensare che la campagna elettorale non sia stata di grande aiuto nel provare a indicare davvero che tipo di presidente e vicepresidente saranno Joe Biden e Kamala Harris.

È successo per via della forza centripeta e caotica esercitata sul contesto dall’anomalia Donald Trump, ma anche perché il racconto giornalistico delle campagne elettorali è schiacciato sul presente, e nella descrizione delle prospettive possibili sopravvaluta il peso dei progetti dichiarati dai candidati.

Come se il programma elettorale di Donald Trump avesse parlato del modo in cui avrebbe gestito una pandemia, o quello di George W. Bush avesse trattato di come reagire a un attentato terroristico sul suolo americano.

I programmi elettorali sono utili perché permettono a un candidato di indicare le sue priorità, ma sono strumenti limitati e imperfetti, e non solo perché non contemplano l’inevitabile incertezza del futuro, ma anche perché possono essere evidentemente scritti col solo scopo di essere persuasivi e catturare consensi: possono promettere cose impossibili o in cui non si ha intenzione di investire o in cui non si crede nemmeno, giusto perché sono popolari. E non ci dicono niente della persona che dovrà farsi carico di realizzarli, quei progetti. Come ragiona? Come lavora? Da chi ama farsi circondare? Come reagisce sotto pressione? Come gestisce negoziati, compromessi, emergenze e conflitti di interesse?

Il potere non cambia le persone: le rivela per quello che sono. Quindi bisogna guardare al passato, per capire il futuro. Il modo migliore per conoscere quello che faranno Joe Biden e Kamala Harris è conoscere chi sono; il modo migliore per conoscere i loro limiti è analizzare quelli che sono già emersi; il modo migliore per capire a chi daranno attenzioni e priorità è sapere a chi le hanno date fin qui; il modo migliore per mettere a fuoco i valori cui si ispireranno alla guida della prima superpotenza al mondo è conoscere i valori che hanno difeso fin qui. Quando hanno vinto, come hanno vinto; quando hanno perso, cosa hanno imparato.

da “Una storia americana. Joe Biden, Kamala Harris e una nazione da ricostruire”, di Francesco Costa, Mondadori, 2021, pp. 198, euro 17

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