Riscaldamento localeNel 2020 abbiamo respirato aria più inquinata rispetto al 2019 (nonostante il lockdown)

L’anno scorso in Italia il traffico su gomma è calato molto ma le emissioni di PM10 sono aumentate, perché il particolato deriva anche dalle caldaie a biomassa (nonché dalle attività zootecniche). E, se non possiamo fare niente per addolcire l’inverno, possiamo però fare molto usando impianti più ecologici

Photo by Maria Lupan on Unsplash

Nel 2020 le emissioni di particolato atmosferico PM10, che compromettono la salubrità dell’aria e quindi la nostra salute, non sono diminuite rispetto al 2019. Anzi, in alcune zone d’Italia sono addirittura aumentate. Nonostante il lockdown nazionale. A testimoniarlo sono i dati registrati dalle 530 stazioni di monitoraggio, disseminate lungo tutta la Penisola, pubblicati dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa).

I numeri denunciano un superamento del valore limite dell’inquinante (che per la normativa nazionale ed europea non deve superare più di 35 volte in un anno i 50 μg/m3) in 155 stazioni, collocate soprattutto nel bacino padano. Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia sono così le regioni più colpite da questo problema. Il valore limite ancora più stringente suggerito dall’Organizzazione mondiale della Sanità (sempre 50 μg/m3, da non superare però più di 3 volte in un anno) è stato invece superato in 400 stazioni, interessando così tutta Italia con la sola eccezione della provincia di Bolzano.

Una prima spiegazione deriva dal fatto che il particolato atmosferico non viene prodotto solo dal trasporto su strada, che pure è la sorgente primaria di questo inquinante e che nel 2020 ha registrato una forte diminuzione grazie alle restrizioni imposte dal piano pandemico. Tra le cause, un posto di rilievo hanno le sorgenti secondarie, come l’uso di impianti di riscaldamento alimentati a biomassa (legnosa), che invece non si sono arrestate nemmeno lo scorso marzo (durante il lockdown). Anzi, complice un inverno più freddo, nel 2020 hanno infatti registrato un incremento rispetto al 2019.

«Questo deve farci riflettere su quanto sia importante adottare delle strategie più sostenibili partendo proprio dalle nostre case», sottolinea Giorgio Cattani, coordinatore rete nazionale dei referenti sulla qualità dell’aria Snpa. «Penso alla possibilità di scegliere combustili a bassa emissione, o di riconvertire gli impianti vecchi (come quelli a camera aperta) di cui disponiamo con altri ad elevata efficienza, che bisogna ricordarsi di sottoporre a una corretta e periodica manutenzione. È poi importante usarli con intelligenza, per esempio servendoci di dispositivi che in autonomia permettono di contenere la temperatura domestica entro un tetto massimo. Sono scelte che non solo fanno bene all’ambiente ma che ci permettono anche di risparmiare».

Oltre al riscaldamento domestico, anche le attività agricole e zootecniche possono incentivare l’inquinamento da particolato, perché liberano nell’aria particelle gassose, come gli ossidi di azoto, l’ammoniaca e alcuni composti organici volatili, che in atmosfera interagiscono con le molecole presenti diventando particolato. «La loro formazione è favorita, soprattutto in inverno, da determinate condizioni atmosferiche come le temperature basse, l’alta pressione, la scarsa ventilazione e l’assenza di precipitazioni», ricorda Cattani. «Sono fenomeni che generano una sorta di cappa che, a sua volta, provoca stagnazione atmosferica incentivata dall’inversione termica che intrappola le sostanze inquinanti nell’aria». Si tratta di eventi che caratterizzano soprattutto l’entroterra e le zone pianeggianti del Paese, come la Pianura Padana, la Valle del Sacco (Lazio) e alcune zone interne dell’Umbria e del Molise. Viceversa, le aree costiere soffrono meno di questo problema grazie anche a un maggiore rimescolamento dell’aria.

«Purtroppo il lockdown non ha fermato né le emissioni agricole e zootecniche né quelle derivanti dal riscaldamento domestico», spiega Cattani. «E questo ha fortemente contribuito all’aumento dei giorni di sforamento del PM10 imposti dalla legge». Ma c’è anche una notizia positiva, che proviene dallo studio dei trend su periodo lungo (10 anni) delle emissioni inquinanti. «Abbiamo osservato una lenta, ma progressiva, riduzione delle concentrazioni di PM10», sottolinea il tecnologo del Snpa. «Ci sono oscillazioni annuali, è vero, ma la tendenza di fondo è alla riduzione, che però non è ancora sufficiente».

Detto questo, se sul meteo non possiamo agire, abbiamo però a disposizione un’importante carta da giocare, come per altro sottolinea Snpa: abbattere, in modo sinergico e su ampia scala, tanto le emissioni prodotte dal trasporto su strada, quando quelle da ricondurre alla combustione di biomassa e alle attività zootecniche e agricole. «Il lockdown ci ha insegnato quanto queste sorgenti siano impattanti e, indirettamente, quanto sia urgente gestirle meglio, convertendole il più possibile alla sostenibilità», conclude Cattani.

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